domenica, Luglio 25

Sessismo, sessualità e corpi field_506ffb1d3dbe2

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Ho assistito a certe liti tra i miei genitori di cui comprendevo poco. Esse iniziavano a tarda sera, mio fratello e io appena addormentati, e duravano parecchio. Discussioni estenuanti, di cui attendevo la fine col respiro corto. Mio padre parlava molto e i suoi toni erano alti, perciò mi suonava ‘cattivo’ benché non lo fosse affatto. Era un uomo grande stile, che con il tempo ho capito avere le sue brave ragioni. Mia madre invece fantasticava nel suo universo privato, che poi era una bella fiaba. Insomma, non erano due generi, piuttosto incarnavano due specie diverse, come fu spesso il destino della generazione dei Venti e dei Trenta.

Comunque sia andata, crescendo, ho tenuto a mente un semplice monito paterno, secondo cui ‘le donne non si toccano nemmeno con un fiore‘. L’ho seguito sempre e non mi viene da vantarmene neanche per un secondo. Un comportamento scontato come il non uccidere, sebbene le efferatezze degli ultimi anni mi inducano a temere che la nostra idea di relazione morirà con noi. Ma al fine di non  rappresentare un beghinismo conciliante e reliquiario, vorrei pure chiarire che i miei coevi e me medesimo, tutti siamo cresciuti ben immersi nella pornografia e nella libertà di espressione, in un’epoca in cui era aborrita ogni retorica sulla famiglia e sull’etica sessuale. Il buon senso perbene era minoritario e per nostra fortuna riuscimmo a mettere insieme le ultime unioni coetanee, di ventenni che parlavano tra di loro un’identica lingua e che a braccetto procedevano alla ricerca di una trasgressione che vantava mentori divini, da De Sade a Restif de la Bretonne, da Leopold von Sacher-Masoch e Pierre Louys, a Georges Bataille, ai surrealisti. Sarà che leggevamo, che andavamo al cinema e a teatro, sarà che la nostra educazione sentimentale di giovani borghesi si andava realizzando a prescindere da ogni minima immagine strumentale dell’universo femminile, beh, succedeva che i gusti sessuali si realizzassero in un mondo comune.

Poi le cose presero a mutare. Non penso che si sia soltanto trattato di nudità sempre più scoperte, della gara settimanale tra ‘L’Espresso‘ e ‘Panorama‘ a chi avrebbe piazzato il miglior culo in copertina o dell’obbrobrio di ‘Drive in‘ … No, perché la mercificazione dei corpi non rappresentava di per sé novità alcuna.
La Copenhagen degli anni Settanta pullulava di macchinette a gettone che per poche corone lanciavano un filmino porno di cinque minuti, i live-show a Stoccolma erano all’avanguardia, in Germania ovest spopolavano eros-zentrum e quartieri a luci rosse. Questa rivoluzione dei costumi ci aveva affascinati, donne e uomini, senza differenze, perché da essa si poteva auspicare una emancipazione finale dai cascami del clericalismo alla  Scalfaro, per citare il peggiore, ossia un pretonzolo da parrocchietta che in un locale romano aveva apertamente stigmatizzato la scollatura di una cliente, lo stesso personaggio che molti anni dopo il Parlamento avrebbe avuto il coraggio di eleggere Presidente della Repubblica!
Insomma, la volgarizzazione dell’iconografia erotica inciderà sul sessismo quanto il declino generale del prodotto culturale, o la degenerazione del mercato televisivo. In misura assai maggiore conterà, invece, il riflusso di un’onda lunga, la cui origine farei risalire agli anni Sessanta.
Uno degli effetti prorompenti della rivoluzione sessuale e della cultura femminista più avanzata fu quello di rafforzare presso le donne la coscienza del loro corpo. Non tanto della sua bellezza e del suo possibile diniego (‘lei è sua’), quanto della sua ricchezza. Tale consapevolezza avrebbe causato un progressivo affrancamento dal genere maschile.
Il nodo strategico era quello di lasciarsi indietro il maschio con tutta la sua penosa finitezza. Risultava cruciale conquistare territori che l’uomo non avrebbe mai potuto amministrare e men che meno dominare, il che avvenne nel corso di un progressivo processo di autonomia.
La donna iniziò a rivendicare un primato che era nei fatti. Il maschio, dapprima non la ascoltò, poi finse di farlo, infine risultò essere troppo tardi per ricuperare il tempo perduto. Tra il maschile e il femminile si erano ormai sedimentate troppe distanze, che né la cura né la cosmesi, né tanto meno la chirurgia avrebbero potuto mai colmare. Non era solo un problema di testa. Il corpo femminile appariva infinitamente più ammirevole per via dei suoi complessi meccanismi,  decentrato com’era in una rete di cunei, deviazioni e labirinti che esaltavano la spazialità della sua superficie. Al contrario, il corpo maschile suscitava il solito compatimento per via del suo essere così concentrato in un sol punto e, come se non bastasse, vincolato a fattori di resistenza temporale.
Inutile sottolineare l’abisso che separava una sessualità multiorgasmica e plurierogena da una mono-orgasmica e del pari erogena. Per non parlare dell’immensa distanza tra chi era semplicemente teso al piacere e chi era votato al desiderio. Tra chi era bisognoso e chi era curioso. Tra chi era destinato allo svuotamento e chi, più felicemente, all’accumulazione. Tra chi miseramente ogni volta precipitava al grado zero del desiderio e chi era in grado di rimanere sempre al culmine dell’opera, o dell’eccitazione. Un ritardo che non si è più rimontato, sino a oggi, che un abisso separa due generi l’uno all’altro indifferenti. Se va bene…
Laddove la distanza è vissuta come una provocazione, la risposta è violenta. Lei che vuole lasciarlo, che se n’è andata, che ha portato con sé i figli, che ha un altro … Il maschio reagisce accecato da un rifiuto che è assai più ontologico che contingente. E si sente trattato per quel che è in realtà: un ferro vecchio inservibile, un corpo di metà Novecento che implora attenzione da un corpo splendidamente reimpiantato nel XXI secolo. Usato a fini riproduttivi e poi carinamente licenziato, il coniuge precipita nel vortice dell’autoinganno. Disperato, dapprima nega la realtà fattuale, in seguito resiste con tutte le sue forze (spesso brutali e infantili) alle evidenze contrarie ai suoi improponibili bisogni… Infine, agendo in maniera inconsapevolmente distorta, arriva a convincersi di quella verità tanto invocata, che ovviamente non esiste. Come salvarsi, tutti?

Penso che una delle poche vie di uscita dal sessismo sarebbe rappresentata da una ristrutturazione della casa-maschio. Andrebbe buttata giù e riprogettata dalle fondamenta, perché quel modello di corpo non è più funzionale alla pratica dell’erotismo, tranne che a una messinscena farsesca coi soliti due personaggi a recitare a braccio: Priapo ed Estia. Soltanto l’esito rimane attuale, giacché lui, ubriaco, tenta di violentare proprio lei, dea della casa, e viene malamente scacciato, che sia dall’Olimpo o dall’appartamento cointestato, non cambia nulla.
Ammesso e non concesso che il priapismo faccia ancora ridere, resta l’ipotesi di dimenticare il fallo, almeno per il tempo dei lavori in corso. Non va buttato via, è chiaro che serve, che diverte, che fa spettacolo, ma potrebbe svettare con un pizzico di senso e di intelligenza in più se attorno a lui (moraviana) si estendesse un corpo vivo, e non già una sorta di ingranaggio acefalo e monofasico. Un corpo maschile ad altezza donna. Quel bel giorno il sessismo morirà.

 

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