lunedì, Settembre 27

Servizio Civile: tra carenze ed opportunità field_506ffbaa4a8d4

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Il Servizio Civile è una delle opportunità più appetibili per i giovani che vogliono acquisire un’esperienza umana gratificante. È anche un modo per iniziare ad entrare in contatto con il mercato del lavoro acquisendo le competenze per affrontare un percorso professionale in una determinata direzione.

Nel 2016 si prevede un finanziamento complessivo di 215 milioni destinato alla gestione del Servizio Civile in Italia. 115 milioni sono previsti nella Legge di Stabilità 2016 e  altri 100 milioni sono stati stanziati nel novembre 2015, con il Decreto 185 convertito in legge a gennaio di quest’anno. A questa si potrebbe aggiungere una somma non ancora quantificata proveniente dal Fondo per la Riqualificazione delle Periferie Urbane.

Esistono, però, alcune questioni di natura politica che devono essere urgentemente affrontate perché generano incertezza sul presente e sul futuro. Tali questioni possono essere risolte definitivamente attraverso una vera Riforma del Servizio Civile (Atto del Senato 1870) che ponga fine alla confusione generata dal conflitto tra Stato e Regioni. Questo sarebbe un primo passo verso una migliore organizzazione delle tre identità che caratterizzano il servizio: politiche giovanili, politiche di Welfare e Difesa dello Stato.

Una triplice definizione introdotta dalla legge 64/2001 che ad oggi  genera alcune difficoltà nell’organizzare al meglio il lavoro per migliorare la qualità del servizio offerto ai giovani che vogliono accedere ai bandi. Per Licio Palazzini, presidente Cnesc e di Arci Servizio Civile, queste tre identità anziché convergere verso un unico obiettivo, quello di far acquisire al giovane la capacità di comprendere i conflitti e l’importanza di una loro soluzione pacifica, oltre che  dotarli di un patrimonio di conoscenza del territorio e delle proprie capacità, diventano motivo di separatezza.

Si tende cioè a far prevalere una identità sull’altra, generando così un inutile conflitto tra competenze. “Questo conflitto, non ancora risolto, risale al 2001, da quando fu istituito il Servizio civile nazionale. La Corte Costituzionale, fino ad oggi, è stata ripetutamente chiamata in causa da ricorsi delle Regioni e delle Province autonome proprio per capire qual è l’identità prioritaria del servizio civile nazionale. In pratica, tutta l’organizzazione del Servizio Civile è divisa in due grandi blocchi. C’è il blocco delle associazioni nazionali e delle amministrazioni pubbliche che operano sul territorio nazionale. Queste si relazionano con il Dipartimento per la Gioventù e il Servizio Civile Nazionale che fa capo alla presidenza del Consiglio dei Ministri. Poi, c’è il blocco dei Comuni e delle piccole associazioni che operano esclusivamente su un territorio limitato e che si relazionano con gli Uffici regionali presso gli enti territoriali autonomi (Regioni e province autonome). Esistono, quindi ben 21 strutture burocratiche chiamate ad adempiere alle stesse mansioni, con il problema aggiuntivo che mentre il Dipartimento dello Stato fa ogni anno alcune centinaia di ispezioni, sono pochissime le Regioni che fanno attività ispettiva. Abbiamo, quindi, su uno stesso territorio un’associazione che subisce una ispezione a volte capziosa e invasiva e un’altra, invece, che da anni non ha mai visto nessun controllo.

Nel concreto, questo significa una enorme disparità tra una Regione e l’altra che si ripercuote negativamente sui giovani che vogliono sfruttare l’esperienza nel Servizio Civile come possibilità di acquisire competenze utili per entrare nel mercato del lavoro. Per esempio, per uno stesso Servizio Civile erogato in una specifica categoria, ci possono essere Regioni che rilasciano una certificazione e altre che invece non rilasciano nulla. Ci sono molti altri esempi di abuso dell’autonomia regionale.

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