giovedì, Ottobre 28

Servizio civile, maggiori risorse e attenzione field_506ffb1d3dbe2

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Per ora c’è solo qualche riga, ma l’intenzione c’è: riformare il servizio civile, inteso come «opportunità di servizio alla comunità» ma anche come «primo approccio all’inserimento professionale», aperto ai giovani dai 18 ai 29 anni, anche di origine straniera. I punti fermi del nuovo «Servizio civile nazionale universale» sono contenuti in un documento del 12 maggio intitolato ‘Linee guida per una riforma del Terzo settore‘, pubblicato sul suo sito web dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Il servizio dovrà essere «garantito ai giovani che lo richiedono» e che vogliano «confrontarsi con l’impegno civile, per la formazione di una coscienza pubblica e civica». Il nuovo servizio, nell’intenzione del governo, sarà costruito in base a sei criteri, riportati nel testo. Primo, garantire ai giovani che lo richiedono di poterlo svolgere, fino a un massimo di 100mila all’anno per i primi tre anni dall’istituzione. Secondo, i tempi del servizio dovranno essere ridotti affinché si possa fare un’esperienza significativa senza restare bloccati troppo a lungo; si cala quindi dall’anno attuale a otto mesi, eventualmente prorogabili di altri quattro. Terzo, le porte saranno aperte anche ai giovani stranieri, finora esclusi dal servizio nazionale perché per parteciparvi è necessario il possesso della cittadinanza italiana.

Segue la previsione di benefit per i giovani volontari, come crediti formativi universitari, tirocini universitari e professionali, e riconoscimento delle competenze acquisite durante il servizio. Il governo intende anche facilitare l’ingresso dei volontari sul mercato del lavoro e la realizzazione di tirocini o di corsi di formazione attraverso accordi di Regioni e Province autonome con le associazioni di categoria degli imprenditori e associazioni delle cooperative e del terzo settore. Infine, si prevede la possibilità di un periodo di servizio in uno dei Paesi dell’Unione europea nel quale esiste il Servizio civile volontario in regime di reciprocità. Di questa ipotesi di riforma abbiamo parlato con il professor Pierluigi Consorti, membro del comitato scientifico del Centro interuniversitario di studi sul servizio sociale (Cissc) nonché direttore del Centro interdisciplinare ‘Scienze per la pace’ presso l’Università di Pisa e professore ordinario nel Dipartimento di giurisprudenza della stessa università.

 

Professor Consorti, lei ha partecipato in qualità di esperto ai lavori per le leggi di riforma del servizio civile del 1998, 2001 e 2002. Oggi c’è bisogno di un nuovo intervento?

Senz’altro sì, e serve da tempo. Il problema è quale riforma si farà. Il servizio civile ha avuto già diverse stagioni: prima quella degli obiettori di coscienza, parallela al servizio militare obbligatorio, e poi, con la fine di quest’ultimo, quella nella quale il servizio civile si è slegato dalla leva ed è diventato indipendente dall’obiezione di coscienza. L’ultima legge, del 2001, si ebbe in un periodo di contemporaneità delle due forme, e in seguito il mondo è cambiato moltissimo. Le risorse investite nel settore, intanto, sono state sempre poche in questi anni. La scarsità di fondi ha limitato sia il numero dei progetti da parte degli enti pubblici e privati sia il numero di volontari, che sono stati fra i 10mila e i 15mila all’anno e chiamati sempre all’ultimo momento. La riforma di Renzi è incerta, perché conosciamo solo le parole d’ordine, ma se s’investirà di più va bene, perché ci saranno più giovani volontari. A tal proposito comunque c’è un ‘trucco’: si vuole ridurre la durata del servizio da un anno a otto mesi con possibilità di altri quattro, il che permetterebbe di accogliere più persone. La riduzione del periodo è una questione importante: fare servizio civile significa formarsi e imparare a far bene qualcosa, e questo è più complicato con tempi più brevi. Al momento ci sono solo poche righe sulla riforma, comunque, perciò è difficile dare una valutazione tecnica complessiva. L’idea d’investire di più è ottima: si risponderebbe in modo più adeguato a una domanda che già c’è, visto che le richieste di partecipazione al servizio civile sono molto più numerose dei posti disponibili. Anche i progetti, presentati dagli enti, che ricevono il parere positivo dell’ufficio nazionale del servizio civile e finiscono in graduatoria sono molti di più di quelli poi avviati. Se si va avanti così il servizio civile morirà, perchè gli enti non sono interessati a progettare e investire sapendo già che non avranno volontari. C’è poi la questione dei bisogni ricorrenti. Si rivalutano ogni anno anche progetti riguardanti l’assistenza ad anziani o cooperative sociali con persone diversamente abili, che rispondono a bisogni sistemici per i quali non c’è gran che da progettare. Neppure c’è, al momento, l’individuazione di bisogni che possono essere risolti, ad esempio rimediare al dissesto idrogeologico: si potrebbe progettare di piantare diecimila alberi in due anni, ad esempio, ma la legge attuale non lo permette. Il nostro è uno dei servizi sociali migliori al mondo ma fa i conti con i pochi soldi a disposizione e con la scarsa attenzione della politica: è sempre stato considerato la cenerentola del terzo settore, perché non è un territorio di caccia ai voti. In qualità di tecnico ho visto che c’erano idee e capacità ma scarsa attenzione dell’interlocutore politico, sia di destra sia di sinistra.

Il governo parla del servizio civile non solo come “opportunità di servizio alla comunità” ma anche come “primo approccio all’inserimento professionale”.

È un bene, significa non disperdere energie: non mettere a frutto quanto si è imparato durante il servizio civile è una perdita d’investimento umano. Chi ha operato per otto mesi in una casa alloggio per anziani perché poi non dovrebbe renderlo un mestiere? La legge attuale non permette questo, perché al tempo della sua elaborazione il servizio civile era considerato un atto di buona volontà e si faceva attenzione a non dare premi; l’idea di fondo era che lo si faceva perché si era bravi, e si finiva per essere anche scarsamente retribuiti, 400 euro al mese a fronte di tutto l’impegno investito.

In quanto ai benefit per i volontari? Si parla ad esempio di crediti formativi universitari, tirocini universitari e professionali, e del riconoscimento delle competenze acquisite durante il servizio.

Anche in questo caso è un bene perché aiuta a non disperdere il capitale di quanto appreso durante il servizio. Oggi il servizio civile prevede un periodo di formazione obbligatoria, quindi una parte del tempo è spesa in questo, su temi come la protezione civile e la difesa non violenta. Non vedo perché non si dovrebbero usare queste competenze e ciò che s’impara facendo. Il dibattito comunque non è nato ieri, di riforma del servizio civile si parla da anni, e più o meno con le caratteristiche di cui si discute ora. E i giovani volontari, loro non sono contrari a una riduzione del compenso purché sia leggera, perché il punto non è guadagnare ma non perderci: ciò che conta è che quanto imparato durante il servizio poi non vada sprecato perché non si ha la possibilità di metterlo a frutto.

Il segretario confederale della Cisl Pietro Cerrito mette in guardia dall’uso improprio dei volontari, dal “sotto salario” e dal “lavoro nero mascherato”.

Certo, è giusto. È possibile ci siano anche truffatori, bisogna stare attenti. In quanto all’uso improprio dei volontari, se sono un Comune e assumo due giovani del servizio civile a tempo determinato anziché due infermieri a tempo indeterminato per una casa per anziani è certo una cosa sbagliata, e spero che la comunità sia capace di guardarsi da questi casi. Comunque non mi pare che all’aumento dei numeri cresca anche il rischio d’irregolarità, anzi è più facile nasconderle quando il contesto è di nicchia.

La riforma potrebbe costare troppo?

Il servizio civile non è mai costato tanto: 430 euro al mese per volontario, cioè poco più di 5mila euro all’anno a testa. In passato non discutevamo di centinaia di milioni, ma di 10 milioni per una quantità media di volontari, 40mila o 50mila persone. Oggi i volontari sono 15mila, mentre in passato erano 80mila: abbiamo perso per strada centinaia di migliaia di ragazzi. Se ce la facevamo vent’anni fa a sostenere la spesa, possiamo farcela anche oggi, ciò che serve è l’attenzione della politica. Il Comitato per la difesa civile non armata e nonviolenta, di cui facevo parte, fu chiuso perché si diceva costasse troppo; in realtà costava 5mila euro all’anno, eravamo una ventina di persone e nessuno prendeva una lira a parte il rimborso per il biglietto del treno per chi stava fuori Roma. La fine del Comitato arrivò mentre stavamo tirando le fila di una sperimentazione svolta in Albania, perciò le risorse investite in essa andarono sprecate. È un esempio tipico di come si buttano non solo denaro ma anche energie umane. La chiusura di tutte le consulenze, comprese quelle gratuite, fu fuori da ogni ragionevolezza tecnica.

Il governo intende aprire le porte del servizio civile anche ai giovani di origine straniera.

Anche questo è un vecchio dibattito. Non esiste ragione per negarglielo. In quanto ai comunitari, non c’è motivo per cui un giovane spagnolo non possa fare il volontario in Italia o un italiano in Danimarca: la barriera della cittadinanza è artificiosa. In quanto ai non comunitari, perché un giovane nato fuori dall’Italia ma cresciuto e istruito qui non non potrebbe impegnarsi per una collettività che è anche sua? Finora il no aveva una ragione tecnica. I servizi civili regionali non sono considerati difesa della patria in senso tecnico e già ora accolgono giovani di origine straniera. Il servizio nazionale, invece, è erede del servizio come obiezione di coscienza, considerato sostitutivo del servizio militare come servizio alla patria, e siccome questo lo possono fare solo i cittadini la legge attuale vincola la partecipazione al possesso della cittadinanza italiana. L’estensione anche ai giovani stranieri mi sembra una presa di coscienza anche del mutamento nel quadro europeo.

Si prevede la possibilità di un periodo di servizio in uno dei Paesi dell’Unione europea con il Servizio Civile volontario in regime di reciprocità. Che ne pensa?

Penso tutto il bene possibile. Già esiste, tuttavia: abbiamo un servizio civile europeo, diverso da quello nazionale e ad esso parallelo e sovrapposto, perché i giovani europei che vi partecipano non sono inquadrati nel servizio nazionale. Anche qui la normativa è figlia della stratificazione dei provvedimenti susseguitisi nel tempo senza un disegno organico, perché la politica non ci ha messo la testa. La Legge già prevede anche il servizio civile in altri Paesi in situazione di conflitto armato, attività minoritaria perché più costosa e perché svolgerla è molto più difficile per gli enti. Giovani volontari sono andati in Kosovo, ad esempio, sono impegnati nei Balcani e alcuni sono anche in Africa. Di questo c’è molto bisogno: il servizio civile nella forma di difesa disarmata è molto importante. Sappiamo tutti che la guerra non è lo strumento migliore per trovare la pace, e sappiamo che bisogna prevenire la guerra con più giustizia sociale, ma investiamo poco. Se i giovani italiani in Sud Sudan impegnati nell’aiuto alla cooperazione non fossero due ma duecento si darebbe più sostegno alla costruzione della pace. Sono particolarmente sensibile su questo tema, e credo sia quello del domani. Lo Stato dovrebbe offrire ai giovani, e anche ai meno giovani, la possibilità d’impegnarsi a favore degli altri e nella costruzione della pace, mettendoci le mani. In quegli otto mesi si può operare in un campo profughi, ad esempio, ma anche in situazioni non così eccezionali, come un progetto per la donazione del sangue in Albania; in quest’ultimo caso l’attività è di cinque o sei anni, ma i volontari si possono susseguire in turni sempre di otto mesi. Tutto questo sarebbe un bell’investimento, se si riuscisse. Ci sono difficoltà, però. Nel nostro centro universitario, ad esempio, abbiamo alcuni giovani volontari del servizio sociale impegnati nella ricerca sulla pace, ma quando un gruppo se ne va l’altro può arrivare dopo mesi, o anche un anno. Noi possiamo sopportare questi arrivi a singhiozzo, ma una casa di riposo per anziani?

Potremmo importare dall’estero qualche buona idea sul servizio civile?

Il nostro è un bel servizio civile, abbiamo da insegnare più che da imparare grazie ad esperienze molto positive nonostante i difetti di cui parlavo prima. Ciascun Paese ha il suo sistema e il suo modo di vedere il servizio, comunque, in Europa e non solo. In Sud Africa e in Nigeria, ad esempio, quando un giovane si laurea quel risultato è inteso come ottenuto grazie alla comunità, quindi è suo dovere contraccambiare, ad esempio prestando servizio gratis come medico in un villaggio dove il medico non c’è. In Argentina e in Messico c’è il ‘servizio solidario’, forme quasi obbligatorie per cui gli studenti universitari fanno scuola dove questa non c’è. Mi pare siano tutti esempi di uso della società civile come risorsa.

È possibile offrire ai ragazzi nuovi modi di vivere il servizio civile?

Le strade del servizio civile sono molto diverse fra loro, dipende da dove lo si fa. Bisognerebbe andare incontro alle aspirazioni del singolo giovane: chi è interessato all’ambiente è bene stia in quel settore, chi è per il sociale non sia mandato in un museo, e così via. Non bisogna inseguire un posto solo perché c’è, anche se qualcuno potrebbe viverlo come un lavoro e 400 euro fanno comodo. In termini generali, raccomanderei progetti più lunghi nel tempo, con volontari che si succedono, e più attenzione alle esigenze di bisogni ciclici o permanenti. Oggi anche per questi ultimi si devono realizzare progetti annuali, magari cambiando nome da un anno all’altro, e tutto solo per una questione di burocrazia.

 

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