sabato, Dicembre 4

Servirebbe un Draghi – Bis. C’è chi non lo vuole Dopo le elezioni politiche del 2023 sarebbe naturale un Draghi-bis: rassicurerebbe l’Europa e i mercati finanziari. Ovviamente è un pensiero che non ha né Salvini, né Letta, tantomeno Giuseppe Conte

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Il dominus si chiama Mario Draghi. Mai, nella storia d’Italia da dopo la fine della guerra, tutto -piaccia o meno- ruota attorno a singola persona, come ora. Una sorta di ‘dittatore’ riconosciuto ed invocato (si badi: non tiranno), che non ha fatto nulla per esserlo, e può decidere se continuare a farlo o occuparsi di altro, dipende solo e unicamente da lui: sono i fatti, le circostanze, ad aver creato questa anomalia. A volerla dire tutta, va aggiunto che si è fortunati ad essere in questa condizione. Senza Draghi chissà in quale baratro sarebbe precipitato il Paese.

La situazione è sotto gli occhi di tutti. L’attuale classe politica si autoparalizza, vittima e insieme carnefice di mille pulsioni suicide.
Dagli Stati Uniti giungono notizie che sembrano uscite da un romanzo di Isaac Asimov o di Arthur C. Clarke: nei laboratori delle università del Texas, della Carolina del Nord e della California sono in fase avanzata studi sulla fisica ottica per connettere le menti umane, si studiano protesi per migliorare la memoria, si indaga sulla ‘interazione tra esseri umani e macchine’. Le Nazioni più avvedute si preoccupano di accaparrarsi materie prime essenziali per lo sviluppo, dal litio al gas all’acqua. Ci sono le grandi emergenze legate al clima e alle emigrazioni di massa. In Italia il dibattito e il confronto si concentra sull’egemonia di Giorgia Meloni o Matteo Salvini nel centro-destra; sul dire e il fare di Enrico Letta e Matteo Renzi. Fra una settimana si eleggeranno persone che si candidano ad amministrare città; più di sempre il voto amministrativo e ‘locale’ è voto politico, quello di Roma in particolare.
L’autorevolezza e la popolarità di Draghi non si discute: il 40 per cento degli italiani tifa per lui, ne approva l’operato. Può decidere di mettersi in lizza tra i possibili candidati per il Quirinale con la ragionevole certezza di piantare la sua bandierina sul Colle; oppure restare a palazzo Chigi fino alla fine della legislatura, e dopo veleggiare per un prestigioso incarico in Europa a sua scelta. Peccato solo che i calcoli e i ragionamenti delle segreterie dei partiti siano molto terra-terra. Non c’è leader che non voli basso, preso da calcoli di bassa lega e corto respiro.

Dopo le elezioni politiche del 2023 sarebbe naturale un Draghi-bis: rassicurerebbe l’Europa e i mercati finanziari. Ovviamente è un pensiero che non ha né Salvini, né Letta, tantomeno Giuseppe Conte. Nessuno si impegna su Draghi, per la semplice ragione che ciascuno privilegia se stesso. I partiti non vedono l’ora di voltare pagina, di chiudere le larghe intese.
Restano le castagne sul fuoco. Oggi Draghi riceve i leader sindacali; il segretario della CGIL Maurizio Landini chiede un cronoprogramma, e chiede un «confronto vero»; i partiti sono impegnati nelle richieste più assurde e bizzarre, nel patetico tentativo di intestarsi qualche piccolo merito da sbandierare negli ultimi giorni di campagna elettorale. Draghi, imperterrito ascolterà tutti, e poi farà quello che lui ha deciso. Da palazzo Chigi si fa sapere che si parlerà di sicurezza sul lavoro, ma i desiderata di Landini saranno annotati senza però assumere precisi impegni: «Chi si aspetta non so quali liturgie rimarrà deluso, l’obiettivo è far ripartire il sistema Paese insieme e non contro i suoi principali attori, ma lo perseguirà con i fatti concreti, con l’azione di governo».
Nel frattempo, crescono gli appetiti e le rivendicazioni dei partiti. Draghi dovrà destreggiarsi in uno slalom complicato: proseguire nel percorso iniziato negli scorsi mesi; ascolterà tutti, dovrà riuscire a non essere condizionato da nessuno.

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