giovedì, Ottobre 28

Sergio Zoppi: un karma da fondatore

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Uomo di cultura e delle Istituzioni: è possibile trovare un punto di convergenza fra questi due tipi di personalità, talvolta antitetici?

In Sergio Zoppi, toscano con ascendenze venete, si ritrova anche il politico, ma non nell’accezione ormai svilita dei giorni nostri. Anzi, se c’è un personaggio dalla schiena dritta, fra le vagonate che ne ho conosciuti, quello è lui, sempre ben attento a considerare servizio le cariche pubbliche che ha ricoperto, onorandole con dedizione e senso dell’etica.

Una vita dedicata al Mezzogiorno; un’intera esistenza declinata alla luce dello studio e dell’azione a favore del bene collettivo.

Saggista storico insigne, nei suoi numerosi libri   -l’ultimo dedicato all’attività a Palazzo Madama di un personaggio eccezionale come Umberto Zanotti Bianco, ‘Un singolare senatore a vita’ (Rubettino), preceduto da un saggio che ha scandagliato la meteorica vicenda di una importante rivista culturale napoletana e la sua battaglia per la libertà sotto il regime fascista, ‘Il Saggiatore’ diretta da Gherardo Marone senior- ha sempre in vista l’intento di scandagliare gli esempi positivi e costruttivi di personalità politiche e della cultura (del Sud, ma non solo) il cui ricordo viene affievolito dalle male pratiche dei nostri contemporanei.

Siamo in un momento in cui la cronaca politica è sconsolatamente più che altro giudiziaria e di certo sarebbe utile e bello, per cambiare verso, ispirarsi a veri campioni di rigore, di onestà, d’impegno per la collettività, di promotori di una politica vergine da accaparramenti di mazzette e padrinati.

I protagonisti delle sue opere di saggistica: Romolo Murri, Alcide de Gasperi, Luigi Sturzo, Giovanni Marongiu, Massimo Annesi, nonché i 18 personaggi di un’antologia che volle dedicare ai meridionalisti non di origine meridionale hanno una bruciante attualità come coerenza esistenziale e onestà, innanzitutto intellettuale.
In piena sintonia con l’Autore dei saggi a loro dedicati.  

 

Cosa da giovanissimo, le fece scattare il coup de foudre per l’impegno istituzionale, in particolare per il Mezzogiorno?
Nessun coup de foudre iniziale; allorché, all’indomani della maturità scientifica, m’iscrissi alla Facoltà di Scienze Politiche della Cesare Alfieri di Firenze, ero attratto dall’impegno politico e dall’esplorare la storia dei cattolici dopo l’Unità d’Italia. Scelsi, perciò, di laurearmi con Giovanni Spadolini, giovane e già famoso docente di Storia Contemporanea.

Quali temi scandagliò con la sua tesi, poi pubblicata con Vallecchi, otto anni dopo, prefata dallo stesso Spadolini?
L’argomento fu la prima Democrazia Cristiana, movimento politico e culturale fondato da Romolo Murri. Lavorai alla tesi per due anni, dopo aver finito regolarmente gli esami. Spadolini fu generoso: mi fece attribuire la medaglia d’oro quale miglior laureato della Facoltà per l’anno accademico 1959 – 60. Quel premio segnò la mia vita anche sul piano lavorativo.

 In che senso incise sul suo futuro?
In primo luogo perché, dal 1960 al 1966/7 Spadolini si occupò a lungo della stampa della tesi. Conservo dieci lettere al riguardo, di colui che all’epoca era prima il Direttore del ‘Resto del Carlino’ e poi lo divenne del ‘Corriere della Sera’. Nel sostegno che Spadolini mi diede per la stampa dell’elaborato, vi fu anche l’organizzazione di un incontro con il direttore della Casa editrice ‘Cinque Lune’, Giuseppe Rossini. Al primo appuntamento, ne seguirono un secondo e poi un terzo. Rossini, infatti, era anche vicedirettore del Terzo Programma radiofonico della RAI: nell’ultimo colloquio era presente anche il direttore, Cesare Lupo. Mi offrirono di entrare in RAI, come vice-capoufficio, con una retribuzione che era il doppio di quanto percepivo in quel momento al Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno, dove lavoravo nella segreteria generale, coadiuvando il Ministro Giulio Pastore, già fondatore, nel 1950, della CISL. Rinunciai a quest’offerta, in quanto Pastore non volle lasciarmi andar via e mi promosse significativamente.

Usando il metodo Sliding doors, in caso avesse deciso di andare in RAI, avrebbe potuto fare una carriera tutta diversa …
Avrei potuto essere un dirigente apprezzato, ma in quella immensa organizzazione, poteva anche capitare di vivere ai margini, come la cronaca insegna.

Invece, andò in modo diverso e lei rimase al Comitato dei Ministri per il Mezzogiorno che era un vero motore di sviluppo. Cosa, alla fine, s’incagliò, raggiungendo risultati a metà?
Io lavoravo avendo come capo Enzo Scotti all’interno della Segreteria generale che comprendeva un’ottantina di persone, molte di qualità e dalle quali avevo tutto da imparare. Scotti è diventato più volte Ministro, anche degli Interni; altri hanno ricoperto incarichi di prestigio in Enti Pubblici. Personalmente mi occupavo all’inizio di Comprensori turistici e, successivamente, dei Piani Regolatori delle Aree Industriali. Nel 1965 divenni il vice Segretario generale. Un anno dopo passai al FORMEZ. Finché Pastore rimase Ministro (per dieci anni, dal ’58 al ’68, con l’interruzione durante il Governo Tambroni, che ottenne la fiducia coi voti missini), il Mezzogiorno fu una delle priorità dell’Agenda governativa, tanto che il famoso ‘divario’ tra Nord e Sud  -nei redditi e nel PIL-  pareva avviato a una drastica riduzione. Uscito lui di scena, i problemi del Mezzogiorno si ripresentarono in tutto il loro peso, aggravati dall’assenza di vere politiche di sviluppo che mirassero a trasformazioni radicali dell’economia e della società meridionali. Cambiai luogo di lavoro nel ’66, prima che Pastore terminasse il proprio impegno ministeriale, nel giugno del ’68 (terzo Governo Moro). Coll’avvento del secondo Governo Leone, di quelli ‘balneari’, Pastore non riconfermato e l’anno successivo morì.

 Perché cambiò luogo di lavoro?
Per volontà dello stesso Pastore si era costituito il FORMEZ  -Centro di Formazione e Studi per il Mezzogiorno-  con il compito di formare classe dirigente pubblica e privata, ritenendo il Ministro che il Sud non avrebbe fatto passi avanti definitivi, senza aver affrontato il cosiddetto ‘terzo tempo’: dopo quelli dell’infrastrutturalizzazione e dell’industralizzazione, era necessario dotare il Meridione di un capitale umano fortemente preparato e all’altezza della sfida sia in campo privato che pubblico. Quest’intuizione veniva da un ex sindacalista che aveva portato nella politica le proprie esperienze nel mondo del lavoro ed era ben consapevole di quanto contasse la cultura generale e tecnica nel processo dello sviluppo. Al FORMEZ era stato nominato Presidente il giovane giurista Giovanni Marongiu che mi chiese di assumere l’incarico di Direttore Generale. Ne parlai con Pastore che acconsentì e entrai a guidare un piccolo organismo, costituito in quel momento da una trentina di persone, non poche delle quali di rilievo, provenienti in larga parte dal mondo olivettiano. Pastore aveva voluto come primo Presidente Gino Martinoli, ancora una volta scegliendo una personalità di spicco fuori dal giro dei Partiti. Successivamente, nel 1976, all’uscita di scena di Marongiu, vincitore di un concorso a cattedra universitario, venni nominato da Giulio Andreotti Presidente dell’Istituto.

Cominciò una lunga storia e il FORMEZ si caratterizzò per il proprio ruolo di volano dello sviluppo. Chi legge oggi, non può guardare alla sua azione con la prospettiva attuale assunta dall’Istituto. Cosa faceva nello specifico all’epoca e per trent’anni il FORMEZ?
Divenne rapidamente un interlocutore culturale nei confronti delle Università, dei Centri di Ricerca, dei Ministeri, della Confindustria e dei Sindacati; operò nel campo della formazione come una vera e propria ‘scuola’ di alta formazione, svolgendo centinaia e centinaia di corsi e seminari su tematiche che anticipavano il futuro e, al tempo stesso, mettevano le persone in condizioni di svolgere il lavoro professionale con competenza ed efficacia. L’obiettivo era quello di costituire una classe dirigente capace di prendere in mano le redini dello sviluppo. Per questo il FORMEZ agì anche come una Finanziaria dello Sviluppo formativo, tessendo alleanze con i mondi dell’insegnamento direttivo superiore, della ricerca e con tutti i settori privati e pubblici chiamati ad operare nel Mezzogiorno.

Poiché la storia successiva ha eclissato quanto di buono all’epoca si produsse, può ricordare qualche risultato positivo ottenuto dal FORMEZ?
Non basterebbero dieci cartelle per un’elencazione anche succinta dei risultati prodotti. Penso sia doveroso ricordare l’istituzione di 90 / 100 Centri di Servizi culturali, ciascuno dotato di una biblioteca di oltre 6mila volumi; la progettazione didattico-organizzativa delle nuove Università della Basilicata, del Molise e di Foggia e l’aiuto all’Università della Calabria, situata ad Arcavacata (CS); la nascita dei Centri Studi di Economia applicata all’Ingegneria, all’interno delle tre Facoltà d’Ingegneria di Napoli, Bari e Catania; Centri, nati da un’intuizione di Pasquale Saraceno, grande meridionalista, tra i fondatori della SVIMEZ, da lui a lungo presieduta e in quegli anni nostro consigliere di amministrazione, gli CSEI, che, nel giro di pochi anni cambiarono radicalmente i piani di studio di quelle Facoltà, introducendo, tra le materie di studio, l’economia nelle sue diverse declinazioni, per dotare gl’ingegneri laureati di competenze manageriali; lo studio delle acque, intese per la prima volta come risorse scarse a cui dedicare attenzione, non solo nel fondamentale momento della raccolta, ma anche nella loro gestione, con particolare attenzione ai depuratori. Un particolare merito va ascritto al FORMEZ per aver condotto, in totale economia, una vera e propria radiografia della Pubblica Amministrazione italiana, denominata ‘Ricerca Giannini’ dal nome del Ministro della Funzione Pubblica che, d’intesa con l’allora Presidente del Consiglio Francesco Cossiga, volle che fosse il FORMEZ, benché Ente competente solo per il Mezzogiorno, a svolgere questa capillare ricerca di prospettive nazionali, indagando sull’organizzazione, le procedure e i costi delle PP.AA. centrali e periferiche, immaginate come Aziende.

Una ricerca immane: quanto c’impiegaste a farla; quali i risultati; servì a qualcosa?
Il FORMEZ consegnò la ricerca (14mila pagine) dopo 15 mesi. Massimo Severo Giannini ne fu pienamente soddisfatto: per la prima volta si comprese come fosse organizzata di fatto la PA; come fosse articolata; quale fossero le procedure interne e quanto costasse in termini di denaro ogni singolo atto amministrativo. Era l’insieme della conoscenze che avrebbe potuto permettere al Parlamento e al Governo di affrontare e risolvere il grande problema del buon andamento della P.A.. Furono focalizzate luci e ombre della P.A.: cattiva distribuzione del personale dipendente; farraginosità delle procedure; in alcuni casi, costi eccessivi della stessa. Ma anche tanti fattori positivi, da incoraggiare e valorizzare come buone pratiche. Da lì bisognava partire per cambiare, nella consapevolezza che, senza Pubbliche Amministrazioni preparate, motivate, dotate di giusta autonomia, guidate dall’etica, non si governa il Paese. Sfortunatamente, uscito di scena Giannini, la ricerca rimase inattuata, anche se è stata, fino ad oggi, un punto di riferimento obbligato per gli studiosi.

Ci furono iniziative del FORMEZ che costituirono la spina dorsale della cultura tecnica meridionale. Poiché la diffusione delle notizie, in Italia, incorre sempre in amnesie, può enumerarne alcune?
Intanto, mi piace ricordare la collaborazione felice con il Centro di Ricerche economiche Agrarie dell’Università di Napoli/Portici, diretto dal grande Manlio Rossi Doria. Aggiungerei la collaborazione con il Centro Studi per le Tecnologie Avanzate CSATA (Tecnopolis) di Bari, presieduto da una personalità di grande rilievo come Gianfranco Dioguardi. E, ancora, l’eccellente lavoro svolto nel campo delle acque e dei depuratori con il Centro Csei di Catania guidato dall’indimenticabile figura di Emanuele Guggino. Infine, dopo il terremoto del 1980, la collaborazione assicurata in Basilicata e in Calabria per il recupero e la salvaguardia dei beni storico-culturali, un’impresa guidata dallo storico Gabriele de Rosa. Al tempo stesso, proseguiva a Roma la collaborazione con la SVIMEZ guidata da Saraceno per l’alta formazione e con lui, attraverso le scuole dell’IRI, da lui presiedute, IFAP e ANCIFAP.

Un lavoro di pregio. C’è da aggiungere, sotto il profilo formativo, un immenso ventaglio di Master e corsi…
Fummo fra i soci fondatori dell’ASFOR, l’Associazione che unisce le maggiori scuole di Formazione aziendale italiane. Ci connotavamo come un Centro rete di Centri, anticipando la moderna concezione del network : oltre ai ricordati CSEI e Csata, è doveroso rammentare il CNITE a Roma, un Centro per le tecnologie educative; il CESVITEC (Centro per la promozione e lo sviluppo tecnologico delle Piccole Imprese) a Napoli; l’ISAS (formazione nel settore pubblico) a Palermo. Si dovrebbe continuare ancora, ma mi fermo ricordando la feconda collaborazione con l’ISIDA di Palermo, guidata da Gabriele Morello. Il tutto si rispecchiava nella declinazione organizzativa del FORMEZ, che si realizzava nelle tre sedi di Napoli, Roma e Cagliari. Un insieme di azioni che poterono contare sul continuo sostegno del CdA – con i due vicepresidenti Anna Matera e Massimo Annesi – e l’apporto fattivo di tutto il personale. Per far fronte a tutti questi impegni, crescevamo sì in numero di dipendenti, ma non in misura esponenziale come si potrebbe pensare, Al massimo, siamo arrivati a contare su una media di 150 addetti.

Trent’anni e poi l’addio… per intraprendere responsabilità governative. Cosa significò per lei?
A partire dal luglio ’96, nei 18 anni successivi alla mia volontaria uscita dal FORMEZ gli avvenimenti hanno spesso assunto un ritmo incalzante. Mi venne richiesto dall’allora Partito Popolare di entrare nel Governo presieduto da Romano Prodi. Venni nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, con deleghe alla Funzione Pubblica e agli Affari Regionali (Ministro Franco Bassanini). Un’esperienza che ha lasciato in me un segno e che si concluse, tre anni e mezzo dopo, con un cambio di responsabilità, in seno al primo Governo D’Alema, con il sottosegretariato alla Pubblica Istruzione (Ministro Luigi Berlinguer). Su quest’esperienza e, in particolare, sul lavoro fatto alla Funzione Pubblica, ritengo che non sia ancora giunto il momento di parlare.

E dopo?
Dopo sono stato per meno di due anni il primo Presidente del Consiglio Nazionale per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura (CRA), un’esperienza fantastica, affiancato da un impareggiabile direttore generale, purtroppo prematuramente scomparso, Ersilio Desiderio. Ho trovato Istituti e dirigenti e tecnici di grande valore, purtroppo abbandonati a loro stessi da una miope politica governativa.

Ha sempre avuto responsabilità fondative. Una sorta di karma…
Sono, però, entrato a far parte anche di Istituzioni esistenti come il CNIPA, già Autorità per l’Informatica nella PA, un Centro formato da persone -meno di 100-  di eccezionale valore, distrutto per pura malvagità politica. Ho in qualche modo seguito un altro karma, quello dell’impegno universitario, perché negli ultimi 20 anni ho potuto realizzare quello che non mi era stato possibile con Spadolini. Ho, infatti, insegnato in numerose università, in prevalenza Scienza dell’Amministrazione. Oggi, in particolare, con la Link Campus University, una libera Università del cui comitato tecnico ordinatore faccio parte.

Uno dei cavalli di battaglia del suo impegno istituzionale e anche nell’insegnamento universitario, è la costruzione di una classe dirigente, nel Mezzogiorno, poi allargata a tutta l’Italia. Le cronache, anche giudiziarie, ci dicono che tale classe dirigente è di là dall’essere creata. Come mai?
La preparazione, la crescita, l’affermazione di un’estesa classe dirigente, privata e pubblica, all’interno di una democrazia, è il risultato di un lavoro paziente, metodico, che parte dal riconoscimento della professionalità, del merito, della fedeltà al proprio ruolo. Occorre, dunque, avviare un circuito virtuoso tra capacità individuali su cui investire, riconoscimento del merito, autonomia degli operatori e loro responsabilità per i comportamenti tenuti. Il corretto agire politico è la premessa, nel rispetto della dignità della persona umana. Un cammino impervio, ma non impossibile. E comunque, indispensabile.

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