venerdì, Maggio 14

Sergio Lepri, il Profeta dell'ANSA field_506ffbaa4a8d4

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Impudicamente ammetto che sono emozionata. Persino un po’ agitata. Quest’intervista a Sergio Lepri, mitico, trentennale Direttore dell’’ANSA‘ mi dà il batticuore. I sudori caldi e freddi.
E non perché il personaggio sia uno di quegli algidi musoni che ti fanno la carità di concederti un’intervista, a te che non sei una ‘firma’, ma un’emerita peone: che pure ce ne sono di presuntuosi così (ma non ne troverete in queste interviste, perché io li fuggo come la peste: ma, siamo sinceri fino allo spasimo, anche loro mi evitano)!
Sergio Lepri, classe 1919, è la persona più ‘giovane’ che io abbia mai conosciuto. Sorridente, alla mano… umanamente accogliente.
Nell’ora di conversazione con cui mi delizia con il suo tono squillante e sbrigativo, mi fa sentire molto fortunata. Di ricevere dalla sua viva voce i suoi ricordi   -peraltro meravigliosamente esposti nel recente libro ‘Permesso, scusi, grazie – dialogo fra un cattolico fervente e un laico impenitente’, scritto per la ERI Edizioni, a quattro mani con un altro affascinantissimo signore d’altri tempi (e di altro garbo, rispetto ai rustici dei giorni nostri), Ettore Bernabei -, e di sentirlo aprirsi per un attimo ad un ricordo doloroso, quello della perdita dell’amata moglie Laura.
E’ una breve parentesi: poi la voce riprende ‘colore’ e mi racconta che lui, malgrado all’epoca fosse un presunto serioso cinquantenne, si è sentito ‘sessantottino’.
Io me lo immagino, un sessantottino responsabile e audace, consapevole che il ventesimo secolo era, in realtà, cominciato con molti decenni di ritardo. In grado di captare le ragioni dei giovani, sempre, però cum grano salis. Con quel buonsenso al cui concetto approderemo alla fine dei conversari.
Io volevo dialogare con te“, mi dice,  “e ti vedo che prendi appunti. Mica penserai che questa sia un’intervista!“. L’inizio, così amichevole, senza albagia, è incoraggiante; sento che fa di tutto per farmi trovare a mio agio. Mi scopro rassicurata. E mi getto a capofitto nelle domande.

Mi piacerebbe che tu parlassi ai giovani di questo mestiere di giornalista, che vediamo depauperarsi sempre più…
Quando ho cominciato io, erano ancora i tempi della Resistenza; e poi della riconquista della libertà. Era bello presentarti come giornalista, tutti ti rispettavano, ti consideravano.
Si usciva dai tempi del pensiero unico diffuso dai giornali dominati dal partito fascista e la nuova stampa, pluralista, aveva il compito di garantire le nascenti istituzioni democratiche.
La gente comprava i giornali  -che, nel periodo clandestino, per penuria di carta, erano su due facciate, un foglio solo- per imparare, per conoscere, per migliorare la propria vita, per esercitare meglio le proprie responsabilità di cittadini. Per informarsi anche sui nuovi orizzonti politici che si stavano schiudendo, sui programmi dei partiti politici che stavano uscendo allo scoperto. Solo i più anziani avevano conosciuto le ideologie, prima del pozzo nero della dittatura: per tanti socialismo, liberalismo, comunismo erano parole che occorreva riempire di contenuti.
Chi più sa, più è libero. Il giornalismo era vero e proprio servizio, per la crescita civile della società.
Avevo cominciato collaborando con la stampa clandestina e, agli occhi del regime, se mi avessero ‘pizzicato’, io sarei apparso un sovversivo, un disertore; ero passibile della pena di morte.

Come cambiarono le cose nei giornali con la conquistata libertà?
Innanzitutto, aumentò la foliazione; si passò a 4 pagine che, il giovedì e la domenica diventavano 8. Per ospitare una Redazione, bastava una stanza sola!
Certo, era un proliferare di testate; mentre oggi, pur essendo diminuito il numero dei quotidiani, escono a 64 pagine!
E poi allora non c’erano tanti media che assorbono professionisti: le tv, pubblica e private; la radio era solo quella della RAI; pochi i periodici, rispetto ad oggi.

Com’è che decidesti di fare il giornalista?
Mi chiedi una cosa avvenuta 71 anni fa! Sono laureato in Filosofia, con una tesi su Benedetto Croce e avevo incoraggianti prospettive di carattere accademico. Avrei potuto continuare la via dell’insegnamento ma, con una scelta meditata e consapevole, pensai che il giornalismo, più che la docenza, era uno strumento per essere utile alla società. Il giornalismo come servizio. Il giornalismo come passione civile.
Ai tempi, l’importanza dell’informazione cresceva sempre più e si evidenziava il contributo che essa poteva fornire allo sviluppo sociale.
Oggi, questo ruolo civico è tradito da una certa stampa che è fine a se stessa. Eppure, dovrebbe averlo nelle proprie finalità ‘istituzionali’. Sì… le responsabilità di carattere sociale sono state dimenticate da gran parte dei giornalisti.
Ciò dipende dalla scelta dei contenuti: non ci si rivolge alla ragione, bensì si fa un ‘prodotto’ che punta soltanto alle emozioni. Un giornalismo di pancia, non di testa.

Tu, però, mi parli di un giornalismo rigoroso e asciutto che è quello tipico delle Agenzie. E’ la ‘scuola ANSA’, innanzitutto…
Certo, le agenzie hanno il compito di fornire le notizie in maniera secca, senza dorature. Ma ti confesserò che, se oggi mi trovassi a dirigere l’’ANSA‘, lo farei diversamente. Fra gli anni ’60 e ’90, infatti, l’Agenzia era l’unico strumento a monte della carta stampata e della TV.
La struttura societaria era costituita da una cooperativa fra tutti i giornali italiani, di qualsiasi orientamento politico, da ‘Il Popolo’ a ‘L’Unità’. Dirigerla era per me semplicissimo. Proprio perché non c’erano partigianerie. E’ rimasto memorabile che, quando assumevo un/una giornalista, io facevo a ciascuno questo discorso: “Mi sono interessato di conoscere le sue esperienze, i suoi interessi culturali, la sua preparazione, ma non le sue idee politiche. Faccia sì che io non le conosca mai da ciò che scrive, ne’ che le conoscano coloro che la leggono“.

All’epoca della tua direzione era già attiva l’’AGI‘, l’Agenzia Giornalistica Italia, nata nel 1950...
Sì, e quando negli anni ’60 Aldo Moro voleva chiuderla, intervenni per salvarla, tant’è che dal 1965 è di proprietà dell’ENI.
Non mi garbava l’idea di avere il monopolio dell’informazione, ma m’interessava solo che fosse organizzata in maniera corretta. Certo, mi son trovato di fronte a grosse difficoltà economiche, perché le bassissime quote versate da soci stupidi e scellerati non ci consentivano di essere completamente indipendenti.
Per far fronte a questa continua emergenza, mi impegnai ad allargare il mercato, trovando nuovi clienti in Ministeri, Regioni  -inventando il Reloc, il regionale locale e altre reti-, aziende, banche, Ambasciate.
Le cose andavano assai diversamente rispetto a oggi. Ad esempio, fino ad una certa epoca, i Ministeri, qualsiasi cosa accadesse, rimanevano chiusi la domenica e i giorni di festa. Fu così che la portata dell’alluvione di Firenze divenne di dominio pubblico con grande ritardo e i decisori politici fui io a informarli. Ero in contatto con un ponte radio dell’Esercito coi Redattori ‘ANSA‘, mentre il Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, e quello del Consiglio, Moro, proseguivano senza saperne nulla nelle manifestazioni di quel fatidico 4 novembre, in cui si celebrava la Vittoria della prima guerra mondiale.
La stessa cosa avvenne per il terremoto dell’Irpinia dell’80. Il Prefetto di Avellino, Attilio Lobefalo, fu rimosso perché reagì in ritardo per i soccorsi: la telescrivente ‘ANSA‘ era guasta da giorni e giorni, senza che il Provveditorato avesse posto fine al disservizio e dunque non era stato informato delle dimensioni della tragedia.

Io c’ero, in quel frangente, e la corrente elettrica mancò per giorni…anche se la telescrivente avesse funzionato, essendo a elettricità, sarebbe rimasta muta egualmente; Lobefalo, rimosso, nell’83 già me lo ritrovo Prefetto di Chieti. Dunque, oltre che il Direttore, hai fatto anche il manager?
Trovai l’’ANSA‘, quando arrivai, legata all’ossigeno dei pagamenti di forniture statali per quasi il 70% delle sue entrate. Non erano però sovvenzioni, come quelli per gli organi di partito, bensì il pagamento di notiziari; allargai il cerchio anche alle Ambasciate italiane all’estero, a vari organi centrali e periferici dello Stato e alle Aziende: l’informazione in tempo reale è fondamentale per questi soggetti!
Un tempo  l’’ANSA‘ poteva dirsi la madre di tutte le informazioni; oggi, purtroppo non è più così.
Ho sempre chiesto ai giornalisti, però, di non farsi prendere dalla fretta di ‘sparare’ una notizia incompleta e vaga, bensì di far riscontri e approfondimenti  -sia pure a stretto giro-. E talvolta è avvenuto che, grazie ad un’efficace rete di fonti informative, siamo persino arrivati prima degli organi investigativi.
Non abbiamo, però, mai patito la nevrosi di prendere quello che, in gergo, si chiama il ‘buco’, perché offrivamo un’informazione attendibile e completa. Tutto questo va rivisto, oggi, ai tempi di Internet e dello ‘street journalism’.
Anche se l’attendibilità delle fonti è sicuramente l’àtout che ancora oggi è valido.

E le pari opportunità nella direzione Lepri?
Già nel gennaio 1961, quando arrivai a l”ANSA‘, c’era una redattrice, si chiamava Maria Teresa Di Maio.
Ai tempi in cui al ‘Il Messaggero’ non c’era neanche una donna nelle redazioni, noi potevamo vantare l’11% delle giornaliste.
E fu de l”ANSA‘ la prima giornalista a insediarsi nello postazioni della sala stampa di Montecitorio. Nei templi della politica mi fidavo più delle giornaliste. I maschi, nel giro di due – tre giorni, subito tessevano alleanze e simpatie che rischiavano di favorire, sia pure ‘freudianamente’, gli amici. Le donne mai!!!
Quando assunsi la direzione de l”ANSA‘, l’organigramma giornalistico contava 81 professionisti; allorché andai in pensione, nel ’90, erano diventati oltre 400.

Che giudizio dai del Premier Renzi? Ti prego, non farti influenzare dalla concittadinanza…
Sarò sincero, come sempre: al di là dei giudizi positivi o negativi che si possono dare su di lui, se cade il suo Governo per noi è finita!

Parliamo del libro scritto con Ettore Bernabei, che io sto leggendo con molta attenzione.
Con Ettore, con cui condivido un’amicizia che data da oltre 70 anni, avevamo finito di scriverlo l’anno scorso.
Poi c’è stato l’uragano Bergoglio che ha valorizzato il dialogo fra laici e cattolici e ci siamo ritrovati rappresentati nelle sue parole.
Cosicché, alla luce di questa importante novità, abbiamo aggiunto un Postscriptum che, a nostro avviso, era il giusto completamento della nostra opera.
Perché lui, Papa Francesco, senza saperlo, ha focalizzato nei suoi discorsi lo spirito della nostra amicizia, affermando che laici e cattolici, credenti – praticanti e non, possono camminare insieme. L’importante è operare fianco a fianco, gli uni e gli altri, per combattere la menzogna, il male, l’ingiustizia. Noi abbiamo dimostrato di credere in questa piena sintonia dei fini.

Insomma, la vostra è un’unità nella diversità. Ma se avete preso ispirazione da Papa Francesco e aggiunto qualche pagina all’opera, quale titolo aveva precedentemente, visto che l’attuale ‘Permesso, scusi, grazie’ riproduce l’appello del Pontefice ad una convivenza umana senza acredine e rancori, ben disposti gli uni verso gli altri? E come avete proceduto per raccogliere il testo?
Mi pare… ‘Racconto di quasi un secolo di vita e di esperienze’…

Lo interrompo un po’ inorridita: ‘Per carità!!! Assai meglio quello di oggi!’ Ride

Ti ho interrotto, scusa ….
Per la stesura, abbiamo semplicemente registrato le nostre conversazioni. Procedendo in questo modo, emergono a tutto tondo le divergenze di pensiero che hanno accompagnato la nostra amicizia di una vita e, nel contempo, una mediazione determinata dalla ragione e dalla passione civile.

Quale è, a tuo avviso, il male che erode i giorni nostri?
La perdita del buonsenso che, secondo me, rappresenta la radice anche, nei casi-limite, della corruzione.
Io non so se il Sindaco di Genova, Marco Doria sia colpevole o innocente circa le accuse che gli sono state mosse in occasione della recente alluvione. Non è da codice penale, bensì da mancanza di buonsenso, il fatto che, nel fine settimana successivo a quello tragico, dove i genovesi hanno avuto danni ed anche vittime, se ne sia andato in vacanza a Courmayeur!
Né a Amintore Fanfani, Moro, Enrico Berlinguer mai sarebbe venuto in mente di organizzare cene eleganti!

Si puoi identificare un colpevole di questo deterioramento del senso delle istituzioni?
La televisione ha avuto una funzione bipolare: da un lato, ha unificato il Paese, laddove una gran parte della popolazione, prima del suo avvento, utilizzava il dialetto come lingua madre, con l’italiano come seconda lingua, ed ha evoluto i modi di pensare; dall’altro, però, ha spettacolarizzato la vita delle persone, convincendole che, per esistere, bisogna apparire.
E’ sulla scia della tv che è invalsa l’abitudine di applaudire i feretri all’uscita della Chiesa. Ti ricordi le vecchie cronache dei funerali di personaggi della politica, della cultura? C’era scritto: ‘La bara ha attraversato il sagrato in religioso silenzio’. Ora ci si spellano le mani manco si levasse una romanza interpretata dalla Callas!
Mi è rimasto impresso un altro episodio: la partecipazione, ad uno di questi programmi in tv, di un terrorista nero, irriducibile, con tre ergastoli sulle spalle. Ebbene, il pubblico, alla sua entrata nello studio… ha applaudito. Lui con le mani sporche di sangue di non so quanti morti. Molti, per ‘guadagnarsi’ la rarità di tre ergastoli…
E’ o non è latitante il buonsenso?

Qualcosa mi dice che il direttore de l”ANSA‘ per antonomasia rimani ancora tu… E’ passato quasi un quarto di secolo dalla tua uscita da quell’ufficio in via della Dataria, ma i cinque direttori che ti sono succeduti, tre dei quali della covata ANSA, non sono riusciti a farti dimenticare…
Non nego che sono rimasto assai legato a quella che ha rappresentato la mia esperienza professionale più lunga e assorbente. Come mi piacerebbe, nonostante i miei 95 anni, dirigere ancora un’agenzia d’informazione  -chiamarla agenzia di stampa è restrittivo.
Il primo giugno 2012, alla festa della Repubblica al Quirinale, rispondendo al mio saluto, il Presidente Napolitano mi chiese: “Pensa sempre alla sua creatura?“.
La mia creatura? Grazie, Presidente. Ma non soltanto mia; anche di chi mi ha aiutato a crearla; che, come me, l’hanno resa parte di sé. Pensarci? Sempre. Io continuo, ogni giorno, mentalmente, a dirigere un’agenzia virtuale. Oggi  -dico- facciamo questo; domani  -dico- dobbiamo fare quest’altro. Ogni giorno ci penso.

 

Abbiamo concluso. Meno male, perché, su quest’ultima domanda, la mia emozionalità avrebbe potuto avere il sopravvento ed il povero intervistato si sarebbe trovato di fronte ad una Collega in lacrime e rimmel sciolto.
Mi accompagna alla porta, dandomi indicazioni per tornare a piedi su Viale Parioli, alla vicina fermata del bus.
Proprio sulla soglia, mi lancio nell’ultima domanda: “Secondo te, Napolitano si dimetterà presto?” Risponde pronto: “Non ce la fa più. Non vedi com’è stanco? Ormai è anziano…“.
La mia impulsiva spontaneità, passa dalle lacrime alla battutaccia e arriva alla bocca senza che riesca a reprimermi: ‘Scusa, ma ha sei anni meno di te!’.
Sono stata poco carina, ma lui non sembra accorgersene: “Sì, ma Giorgio non ha giocato a tennis due volte alla settimana per 70 e più anni. Domani è martedì? Ebbene, ho fissato il campo al Circolo di Montecitorio“.
Non riesco a reprimere un ‘Ohhhh’ di stupore. E’ riuscito proprio a mettermi KO.

 

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