mercoledì, Aprile 14

Sergio Donadoni, un grande vecchio dell’Egittologia

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Sergio Donadoni, morto a Roma ultra centenario lo scorso 31 ottobre, è stato il più grande egittologo italiano e uno studioso di grande finezza e sensibilità. Fu sua madre, con una visita al British Museum di Londra, che, in un certo senso, favorì la scelta del figlio verso lo studio della civiltà egizia, da lui compiuta alla Scuola Normale di Pisa dopo la maturità classica e perfezionata a Parigi. Qui ebbe modo di conoscere e fare amicizia con il fisico Bruno Pontecorvo, allievo di Enrico Fermi e in seguito membro dei ‘Ragazzi di via Panisperna’; ma soprattutto con Christiane Desroches Noblecourt, prima donna archeologa responsabile di uno scavo in Egitto, e che si adoperò per salvare i reperti del Louvre dalle mire dei nazisti, nascondendoli in zone sicure del Paese.

Appena laureato, fu invitato da Evaristo Breccia, altro grande egittologo italiano del Novecento, ad assumere la responsabilità di un cantiere archeologico, quale quello di Antinoe nel Medio Egitto, e questa lunga familiarità con quel Paese lo fece includere nella Commissione istituita dall’UNESCO per il salvataggio dei templi di Abu Simbel dagli effetti della diga di Aswan (Assuan),  dopo la denuncia lanciata al mondo dalla Desroches.

In seguito collaborò con il Museo Egizio di Torino, dove sua moglie Anna Roveri fu direttrice fino al 2004. Abbiamo intervistato Alessandro Roccati, professore emerito di Egittologia all’Università di Torino e già professore della stessa materia di studio (Egittologia) alla Sapienza di Roma.

 

Come definirebbe l’egittologo Sergio Donadoni in campo archeologico?

Donadoni si preparava con grande scrupolo (quando ultimamente si è sentito male stava leggendo Montaigne, per assistere ad un convegno linceo) e seguiva personalmente i lavori con grande attenzione, incurante di fatica o inclemenza del clima. Tuttavia aveva egualmente un grande ‘amore’ per i Paesi in cui ha operato, prima l’Egitto, più tardi anche il Sudan nella sua diversità dall’Egitto, e che conosceva per lunga consuetudine. La visione di Donadoni inoltre era ‘globale’ per la sua competenza filologica, che gli consentiva di esaminare non solo il terreno e i manufatti, bensì anche le iscrizioni, tanto geroglifiche quanto greche. A scopo didattico inoltre, aveva creato un museo universitario a Roma, con pezzi d’acquisto e provenienti dai suoi scavi.

Lei ha scavato con questo personaggio: come si svolgevano le campagne di scavo, in che modo e quali novità?

Al tempo di Donadoni vi era maggiore libertà negli impegni accademici, il che consentiva di organizzare le missioni in qualsiasi periodo fosse opportuno.  Il professore prediligeva però le stagioni calde. Per necessità, durante le campagne di Nubia egli fu costretto ad operare nel torrido periodo estivo, ma anche in seguito più volte la missione si svolse a maggio, luglio o settembre, che sono i mesi più caldi per l’Egitto, o anche ad aprile in Sudan. La durata e la scelta del periodo erano determinati dalla disponibilità dei membri della missione, oltre ovviamente a quella finanziaria. Per questo, proprio per fruire dei vantaggi della tariffa turistica sui biglietti aerei, raramente le missioni ebbero durata superiore ad un mese. Più volte, in Egitto e Sudan, gli eventi politici (guerre, sommosse, incriminazioni) hanno interferito con le attività di scavo, obbligando a protrarre i lavori, ovvero costringendoci a rocamboleschi viaggi di rimpatrio.

La vita della missione era organizzata come quella di una famiglia, con precisi rituali. Levata all’alba, lavoro fino a primo pomeriggio, tè al tramonto; gite nei giorni di vacanza. L’austerità di base consentiva rare deroghe (come una birra fresca, spesso sorseggiata di nascosto). Donadoni amava conversare e argomentare. La maggior parte delle missioni egli le svolse in compagnia del collega Sergio Bosticco, fedele (e silenzioso) come un’ombra. Bosticco, pure appassionato dell’Egitto, portava ogni volta dall’Italia una Campagnola, vettura che fu per molti anni prezioso strumento di lavoro e di esplorazioni, quasi simbolo della missione, e che, a fine missione, toccava a Bosticco riportare in Italia.

Il lavoro archeologico, nell’insegnamento di Donadoni, è stato improntato ad ottenere risultati sul lungo periodo. Niente scoperte sensazionali, ma alla fine si è ricostituito quasi per intero il programma decorativo di un’enorme tomba tebana e la struttura architettonica e ornamentale del più grande palazzo reale in Sudan, risalente al periodo meroitico. Inoltre si lavorava con l’intenzione di lasciare nei Paesi che ci ospitavano l’esperienza e il frutto del lavoro compiuto come segno tangibile di un durevole incontro culturale.

Nondimeno Donadoni, alla vigilia del conflitto mondiale, ebbe la ventura di riesumare nel sito di Antinoe una superba statua di Iside, tuttora esposta nel Museo Egizio del Cairo.

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