giovedì, Ottobre 21

Sentenza Mimmo Lucano: quando il giudice non soffre il suo potere Parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo

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Punto primo: si sgombri subito il campo dall’assurda e ipocrita affermazione secondo la quale le sentenze non si discutono. Fino a quando in Costituzione resterà l’articolo 21 che garantisce e assicura la libertà e la facoltà di poter esprimere liberamente le proprie opinioni, si può commentare le sentenze: quella che ha condannato l’ex sindaco di Riace Mimmo Lucano, al pari di qualsivoglia altra sentenza. Se ne facciano una ragione i magistrati e chiunque se ne esce con questo invito al non commento; che, si ripete, suona come assurdo e ipocrita.

  Punto secondo: una volta esaminati dispositivo e sentenza, si potrà ricamare a piacere sulla legittimità della medesima, se vi sia stato rispetto o meno delle ‘forme’. Fin da subito, comunque, si può discutere (e polemizzare) sulla congruità e la sostanza della condanna. Esistono ampi margini di discrezionalità dei giudici; e in questo caso la prova è data dalla differenza – quasi il doppio – tra la pena proposta dal Pubblico Ministero, e quella emessa dalla Corte giudicante; dunque, si può criticare (o approvare, se si crede), la sentenza.

  Nel caso in questione, la Corte ha deciso di emettere una sentenza più che esemplare, di singolare e inusitata severità. Una sentenza e un rigore che alimentano e legittimano quel sentimento, ormai diffuso, che si può sintetizzare così: viviamo in un paese dove la magistratura fa paura.

  Benedetto Croce in una lettera a Giovanni Amendola parla di una disavventura giudiziaria capitata a Giuseppe Prezzolini; il suo consiglio è “di stare quanto più possibile lontano dai tribunali”. La data della lettera: 1 giugno 1911! Come da allora sia mutato poco, e quel poco non in meglio, ognuno lo sa e lo vede.  

  Punto terzo: esiste una possibilità: che si sia voluta emettere una sentenzasuicida’: congegnata in modo tale che nei successivi gradi di giudizio non possa che essere annullata. Così non ci si assume la responsabilità di non aver punito Lucano, ma al tempo stesso se ne rende impossibile la condanna. Qui sì, occorre attendere che la sentenza sia depositata.

  Nel frattempo ci si ritrova a dire, con Leonardo Sciascia, che “è l’innegabile crisi in cui versa in Italia l’amministrazione della giustizia, e crisi è forse parola troppo leggera”; una crisi che deriva principalmente dal fatto che una parte della magistratura non riesce a introvertire il potere che le è assegnato, ad assumerlo come dramma, a dibatterlo ciascuno nella propria coscienza, ma tende piuttosto ad estrovertirlo, ad esteriorizzarlo, a darne manifestazioni che sfiorano, o addirittura attuano, l’arbitrio. I giudici godono il loro potere invece di soffrirlo; e ora tocca alla società,  che a quel potere li ha delegati, inevitabilmente di giudicarli. Il successo dei sei referendum per una giustizia più giusta, promossi da Partito Radicale e Lega ha questo significato, questa valenza. Non è esagerato dire che la sentenza Lucano è un capitolo, l’ennesimo, di quell’immenso dossier che si può definire: ‘Caso Tortora, caso Italia’.

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