sabato, Settembre 18

Senatori nominati: il Senato che verrà field_506ffb1d3dbe2

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Grazie all’accelerazione impressa da Matteo Renzi, attuale Segretario PD (Partito Democratico) e Presidente del Consiglio incaricato, il dibattito sul destino del Senato della Repubblica è oramai all’ordine del giorno. Deputati e senatori sono chiamati a interrogarsi sull’opportunità di ripensare il bicameralismo italiano, rendendolo più vicino a quello degli altri Paesi europei. Del resto, il bicameralismo perfetto, che impone un doppio passaggio nelle due Camere delle leggi, è ormai sempre più un modello residuale.

Le argomentazioni a favore di una revisione del ruolo del Senato possono essere raggruppate in due distinte categorie. La prima categoria fa leva su argomentazioni di tipo economico: riformare il Senato riducendo il numero dei senatori, così da abbattere, almeno in parte, i costi della politica. Nelle versioni più estreme questa posizione si concretizzerebbe addirittura nella proposta di abolire il Senato per riconvertirsi al monocameralismo. La proposta Renzi, recepisce quest’istanza nella misura in cui prevede che i nuovi Senatori, di cui si dirà a breve, non percepiranno alcuna indennità per il loro incarico.

La seconda categoria di argomentazioni fa leva, invece, sulla necessità di mantenere il bicameralismo, ma attribuendo una funzione nuova, differente al Senato che dovrebbe, dunque, diventare una Camera specializzata. Ed è in questo secondo senso che le varie proposte si sono orientate, guardando a un modello di Senato Federale e delle autonomie. A tal riguardo, lo scorso 6 febbraio, infatti, Renzi ha dichiarato di volere un Senato composto da «108 Sindaci dei Comuni capoluogo, 21 Presidenti di Regione e 21 esponenti della società civile che vengono temporaneamente cooptati dal Presidente della Repubblica per un mandato».

Non sono mancate, in realtà, anche altre proposte, come quella di un Senato delle Categorie, avanzata il 27 dicembre 2013 dalle pagine de ‘Il Corriere della Sera’ da Giuseppe De Rita, sociologo e Presidente del Censis, o di un Senato delle Competenze, Armando Massarenti, filosofo e responsabile dell’edizione domenicale de ‘il Sole 24 ore‘, ha proposto il Senato della Cultura. Strettamente intrecciato al dibattito sulle sorti del Senato è la discussione sul ruolo dei senatori a vita: ha ancora senso mantenere queste figure? L’opinione pubblica è divisa, come hanno dimostrato le recenti reazioni alla nomina da parte del Presidente Giorgio Napolitano di quattro senatori a vita (Claudio Abbado, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Carlo Rubbia) lo scorso 30 agosto 2013.

Qui l’accento dei critici non è soltanto legato all’aspetto economico, ossia quanto incide ciascun Senatore a vita sui costi della macchina pubblica, ma piuttosto se abbia ancora senso, dal punto di vista storico, mantenere queste figure, e se sia giusto che tra i parlamentari, formalmente investiti dalla legittimazione popolare attraverso il voto, ve ne siano alcuni che di tale legittimazione popolare non hanno bisogno: i senatori a vita, infatti, non sono eletti ma nominati. L’articolo 59 della Costituzione, al secondo comma parla chiaro: «Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario». Il primo comma fa invece riferimento agli ex Presidenti della Repubblica, che acquisiscono il titolo di senatori a vita di diritto: «È senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica». Ed è proprio con riguardo al secondo comma che Stefano Candiani, Senatore del gruppo Lega Nord e Autonomie, assieme ad altri 18 cofirmatari (tra i quali Alessandra Mussolini, Roberto Calderoli, Sandro Bondi e Carlo Giovanardi) ha presentato, il 5 dicembre 2013, un disegno di legge denominato per la ‘Abrogazione del secondo comma dell’articolo 59 della Costituzione concernente i senatori a vita di nomina del Presidente della Repubblica’. Il disegno di legge risulta attualmente assegnato alla 1ª Commissione permanente (Affari Costituzionali) in sede referente il 23 gennaio 2014.

Nella relazione illustrativa che accompagna il disegno di legge si legge un duro attacco alla figura dei Senatori a vita, vista come un retaggio del passato: «Tale istituto costituisce, in realtà, un retaggio dello Statuto albertino che prevedeva, al fianco di una Camera elettiva, un Senato composto dai Principi della famiglia reale e da membri nominati a vita dal Re, scelti tra specifiche categorie di dignitari individuate dall’articolo 33 dello Statuto medesimo». Prosegue la relazione, rimarcando quanto segue: «L’istituto dei Senatori a vita di nomina presidenziale rappresenta oggi più che mai in passato, agli occhi dei cittadini, una deformazione del sistema di rappresentanza parlamentare, a tal punto da perdere il significato di alta forma di riconoscimento per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario, acquisendo invece un significato improprio di mero strumento di correzione delle maggioranze politiche parlamentari decretate dal voto popolare».

Il disegno di legge che segue la relazione è molto scarno ed essenziale, essendo del resto volto ad abrogare un comma di un articolo di legge. Esso è dunque strutturato in due soli articoli. L’articolo 1, che recita: «Il secondo comma dell’articolo 59 della Costituzione è abrogato», determina appunto l’effetto immediato di abolire i senatori di nomina presidenziale. L’articolo 2 si occupa di disciplinare la sopravvivenza dei Senatori a vita già nominati: «I Senatori a vita già nominati alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale restano in carica fino al termine della legislatura in corso alla medesima data, senza l’esercizio del diritto di voto e senza indennità, vitalizi o rimborsi spese».

Per approfondire il tema della riforma del Senato e del ruolo dei Senatori a vita, abbiamo parlato con Salvatore Bonfiglio, costituzionalista dell’Università degli Studi Roma 3 e autore, tra le varie pubblicazioni, di un volume dal titolo ‘Il Senato in Italia. Riforma del bicameralismo e modelli di rappresentanza‘ (2006) edito da Laterza.

Quali sono le sue impressioni in merito alla proposta di Riforma del Senato teorizzata dal Segretario PD -oggi Presidente del Consiglio designato- Matteo Renzi?
La disfunzionalità del bicameralismo perfetto è ormai un dato acquisito. La proposta prevede di sganciare il Senato dalla regola del rapporto fiduciario tra il Parlamento e il Governo. Questo significa che il Senato non deve essere più pensato come una Camera ‘politica’ ma trasformato in Camera delle autonomie. Per questa ragione condivido la proposta di una seconda Camera non eletta a suffragio universale e diretto, ma composta prevalentemente dai rappresentanti delle autonomie territoriali (degli Esecutivi e delle Assemblee elettive).

Come si pone la proposta Renzi rispetto all’assetto istituzionale degli altri paesi europei?
Nei sistemi parlamentari la tendenza prevalente è quella del monocameralismo (ad esempio si vedano Svezia e Portogallo) o del bicameralismo differenziato (come per esempio Austria, Belgio, Spagna). In presenza di una Stato federale o regionale si preferisce adottare una strutturazione bicamerale, concepita in funzione della rappresentanza territoriale.

Il Ministro Gaetano Quagliarello ha criticato la proposta in quanto troppo sbilanciata a favore dei Sindaci. Cosa ne pensa?
Se vogliamo valorizzare la nozione stessa di Repubblica, secondo l’art. 114 della Costituzione, come Repubblica delle autonomie occorre soddisfare l’esigenza del coinvolgimento nel nostro sistema multilivello non soltanto delle Regioni ma anche degli Enti Locali. La composizione della Camera delle autonomie deve tener conto anche di questa esigenza; essa dunque non deve essere una Camera delle Regioni né una Camera dei Sindaci. La proposta, in effetti, è troppo sbilanciata numericamente a favore dei Sindaci.

La proposta Renzi prevede 21 esponenti della società civile nominati dal Presidente della Repubblica. Un’apertura verso il cosiddetto Senato delle competenze da più parti auspicato?
Questa apertura la considero positivamente, perché la nostra Costituzione valorizza non soltanto le autonomie territoriali ma anche le autonomie ‘funzionali’ (ad esempio le Università).

Mentre Renzi propone di dare spazio agli esponenti della società civile, premiando il merito e la competenza, alcuni Senatori hanno depositato un disegno di legge per l’abolizione della figura dei Senatori a vita di nomina presidenziale. Secondo Lei ha ancora senso mantenere queste figure?
Sì, con i seguenti correttivi. I 21 Senatori nominati dal Presidente della Repubblica, cui fa riferimento Renzi, dovrebbero rimanere in carica non più di 5 o 7 anni. Inoltre, la figura del Senatore di diritto e a vita dovrebbe rimanere soltanto per chi è stato Presidente della Repubblica.

 

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