domenica, Maggio 9

Senato, l’altra ipotesi field_506ffb1d3dbe2

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La Camera alta, ai tempi di Firenze capitale del Regno d’Italia (1865-1871), era alta sul serio: gli onorevoli senatori dovevano salire 97 scalini per raggiungere la sala delle loro adunanze, nella Galleria degli Uffizi. Anche il Senato promesso dalle riforme costituzionali sembra in cima a una salita: trent’anni di tentativi in Parlamento per realizzarlo, tutti finiti con un ruzzolone al punto di partenza. Il bicameralismo paritario (due Camere con le stesse funzioni e identico rapporto di fiducia con il governo) fu voluto dai Costituenti per impedire nuove derive autoritarie, ma da tempo è visto come un freno a mano tirato per la crescita del Paese. A levarlo ci prova ora il nuovo Segretario del Partito democratico, Matteo Renzi, che il 18 gennaio ha raggiunto un accordo con il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, su una legge elettorale bipolarista, sulla riforma del Titolo V della Costituzione e, appunto, sul Senato. Questo diventerebbe Camera delle Autonomie e sarebbe composto da rappresentanti regionali non eletti direttamente dai cittadini e senza indennità. L’idea di trasformare il Senato in una Camera delle Regioni è quella dominante nel gruppo di 35 ‘saggi’ per le riforme costituito l’anno scorso dal Governo, ma ne esiste anche un’altra: l’eliminazione del Senato e la costituzionalizzazione delle conferenze Stato-Regioni-Enti locali. Suo promotore è il ‘saggio’ Pietro Ciarlo, costituzionalista napoletano, docente di Diritto costituzionale all’università di Cagliari e sostenitore del monocameralismo. Con lui abbiamo parlato del nuovo progetto per la seconda Camera.

 

Professor Ciarlo, Renzi e Berlusconi hanno concordato di trasformare il Senato in Camera delle Autonomie, non eletta direttamente dai cittadini e senza indennità per i membri. Meglio questo, almeno, che l’attuale bicameralismo paritario?

Credo che il punto significativo sia se questa Camera, che poi avrà una composizione simile alla Conferenza Stato-Regioni, interverrà nel procedimento legislativo oppure no. Tutti dicono che una Camera così fatta non dovrebbe essere coinvolta nel rapporto fiduciario con il governo, ma se entrerà nel procedimento legislativo quest’ultimo ne risulterà molto aggravato, diventando quasi impossibile, perché naturalmente le due Camere avranno composizione diversa. Molto, quindi, dipenderà dal ruolo legislativo della seconda Camera e da come questa sarà costruita. Poi, a dir la verità, non credo che Regioni e Comuni abbiano necessità di essere coinvolti nel procedimento legislativo, quanto di veder rafforzata la propria posizione nel dialogo con il governo, nell’amministrazione e nella politica di bilancio.

E se la seconda Camera si occupasse solo delle leggi di carattere ‘regionale’?

Una ripartizione di competenze sulla base dell’afferenza d’interessi regionali di questa o quella legge è praticamente impossibile, perché la stragrande maggioranza delle leggi non ha carattere solo regionale.

L’assenza del legame di fiducia con il Governo e dell’elettività diretta rischiano di far percepire la seconda Camera come ‘figlia di un dio minore’?

Sicuramente. Una ‘Camera secondaria’, come ho definito nel mio documento per la Commissione dei 35 saggi una Camera priva del legame di fiducia con il Governo e limitata nei suoi poteri decisionali. E poi, nel caso di membri eletti dai Consigli regionali… chissà se questo è il momento adatto.

Ma questa riforma quanto è fattibile? Lo stesso Senato dovrebbe approvarla. I senatori vorranno ‘abolirsi’ per far posto, ad esempio, a sindaci e presidenti di Regione?

Questo è un altro problema, certo. Ai senatori andrebbe spiegato che hanno una via d’uscita verso la Camera vera, se no sarebbe complicato pretendere da loro questo suicidio politico.

Poniamo che la riforma sia destinata ad entrare in vigore. Quali correzioni servirebbe introdurre prima per limitare le conseguenze negative che lei ravvisa?

Innanzitutto bisognerebbe vedere che proposta sarà formulata. Credo che per evitare complicazioni questa Camera dovrebbe orientarsi a funzioni di definizione dei rapporti amministrativi fra Stato ed Enti locali più che alla legislazione. E se coinvolta solo per le leggi più importanti si vanificherebbe ad esempio l’iter di revisione costituzionale: già è difficile con due Camere alla pari, figuriamoci con due Camere diverse di cui una fatta di rappresentanti regionali. Comunque sono consapevole che è anche una misura demagogica, sa, la centralità delle regioni… Resto convinto che sarebbe più produttivo avere una sola Camera e costituzionalizzare la Conferenza Stato-Regioni, che lavora bene.

A proposito della sua proposta monocameralista: che fine ha fatto in Parlamento? Aveva raccolto circa un terzo dei ‘saggi’ dalla sua parte.

È rimasta una posizione minoritaria. Non avevo alcuna illusione di un esito diverso, comunque. Mi sono molto battuto, ma non mi illudevo. Molti componenti della Commissione sono sensibili agli interessi regionali. Anche io ho fatto il consigliere regionale (in Campania, per il Pd nda)…

Della proposta di Ncd, invece, che pensa? Il Senato resta, e ad elezione diretta, ma fra l’altro è ridotto a 210 membri e non dà la fiducia al Governo.

Dipende sempre da che cosa dovrà fare questa seconda Camera, se parteciperà al processo legislativo oppure no. Risolve la questione del numero dei senatori, ma non basta. Inoltre, a proposito dei componenti, mi chiedo dove i presidenti di Regione troveranno il tempo di partecipare ai lavori e se sia una buona idea coinvolgere le nomenclature locali con la nomina di membri da parte di Regioni e Comuni.

Perché ritiene che costituzionalizzare le conferenze Stato-Regioni-Enti locali sia preferibile a una Camera di rappresentanti regionali?

Innanzitutto questa Camera ha i costi enormi di un’assemblea legislativa nazionale. Secondo, è votata a partecipare al procedimento legislativo statale, con una ‘complessificazione’ enorme del procedimento legislativo della quale non abbiamo proprio bisogno. La Conferenza invece si occupa di amministrazione e ripartizione di fondi, questioni concrete, senza la prosopopea di una seconda Camera, e ha potere solo consultivo sulle leggi. Oggi la Conferenza, istituita con legge ordinaria, ha competenze stratificatesi nel tempo e funziona, anche se è poco nota al pubblico. Mettiamola nella Costituzione.

E per il raccordo legislativo fra Stato e Regioni, che al momento difetta e che una ‘Camera delle Regioni’ dovrebbe aiutare?

La Conferenza esprimerebbe il suo parere al Parlamento. E comunque i deputati non sono eletti sulla Luna, ma sui territori, perciò hanno anche punto di vista territoriale. È stato sempre così. Vuole che un deputato campano non abbia a cuore gli interessi del suo territorio, ad esempio?

Da trent’anni si discute in Parlamento di superare il bicameralismo paritario, senza esito. Perché è così difficile per la politica italiana modificare l’archittettura istituzionale dello Stato?

Primo, per una ragione pratica: deve esserci anche il consenso del Senato. I senatori dicono “Sì, sì, siamo d’accordo con la seconda Camera: il Senato è la prima e l’altra la seconda”, per dirla con una battuta. E poi c’è il rischio di complicazione ulteriore con due Camere diverse, un disastro per l’attività decisionale. In altri Paesi stanno tornando indietro rispetto a questo, ad esempio in Germania riducendo i poteri del Bundesrat (la ‘Camera delle Regioni’ tedesca nda).

Immaginiamo che questo e ogni altro tentativo di riforma sulla questione fallissero, e l’attuale bicameralismo paritario restasse ancora per anni. Che conseguenze ci sarebbero per il Paese?

Il bicameralismo non ha mai dato fastidio a nessuno finchè il sistema dei partiti unificava le due Camere con la stessa maggioranza in entrambe e una forte tenuta. Se il sistema dei partiti riprendesse un po’ vigore gli inconvenienti sarebbero minimi; ci abbiamo campato mezzo secolo con questo sistema tanto vituperato. Aiuterebbe anche un sistema elettorale che non crei squilibri fra una Camera e l’altra: è bastata una modifica per creare il caos con due Camere uguali (la legge elettorale in vigore può produrre maggioranze diverse nelle due Camere nda), figuriamoci se fossero radicalmente diverse.

 

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