lunedì, Maggio 16

Sempre più difficile convivere con il Covid-19 in carcere La diffusione del virus causa l'ennesima impennata nelle carceri. L’ultimo ‘censimento’ parla di almeno 1.982 detenuti e 1.614 operatori contagiati

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Lo fanno risalire al brocardo di Domizio Ulpiano quel sempre citato “dura lex, sed lex”; le sue norme in materia di diritto amministrativo e civile romano dell’epoca, fanno ancora scuola; è Ulpiano che teorizza la distinzione tra ius naturale, ius gentium e ius civile.

  A quale dei tre “diritti” va rubricata la paradossale vicenda di un trentenne moldavo condannato per furto aggravato, che su ordine del tribunale di Verona, viene arrestato e condotto in carcere? Al diritto “normale”, si risponderà; e con l’augurio che non resti un caso isolato. D’accordo, ma il non lieve particolare è che questo signore doveva scontare un giorno (Uno!) di carcere. Non la condanna a un giorno di carcere, nell’idea che un sia pur brevissimo soggiorno nelle patrie galere sia “istruttivo” ed “educativo”. Fosse così, se ne potrebbe discutere, ma ci sarebbe comunque una briciola di logica.

  No, il signore in questione è stato a suo tempo arrestato, processato, condannato; e ha scontato la pena inflitta. Liberato, è stato prontamente riarrestato, per scontare il residuo di pena consistente, appunto, in 24 ore di detenzione. Per quanto tutto ciò possa sembrare paradossale, le cose sono proprio andate in questo modo: i giudici del Tribunale di Verona hanno emesso un ordine di ricarcerazione per un residuo-pena di un giorno. E’ così accaduto che il moldavo sia stato individuato da un’occhiuta volante della polizia a Milano, e condotto, in esecuzione al mandato di cattura partito dalla magistratura veronese, nel penitenziario di Bollate da cui è poi uscito il giorno dopo.

  Si può anche sorridere e abbandonarsi ad una facile ironia, ma l’episodio è comunque emblematico di come si può amministrare la giustizia. Perché da questo episodio da commedia all’italiana, si passa poi agevolmente a situazioni su cui c’è ben poco da scherzare e ironizzare.

  La premessa è che quando un cittadino viene privato, per qualsivoglia motivo, della sua libertà da parte di un’istituzione dello Stato, quest’ultima si fa garante della sua incolumità fisica e psichica: questo è uno dei fondamenti di ogni stato democratico e liberale.

   A Ferrara un detenuto sessantenne, rimasto contagiato dal Covid a causa di un focolare scoppiato dentro il carcere (una trentina di “positivi” tra agenti e detenuti), muore nel reparto di Terapia intensiva Covid dove si trova ricoverato in condizioni gravissime, intubato. Bisogna aggiungere che il detenuto non era vaccinato per sua scelta: un “No vax” convinto, al punto che non indossava mai, nonostante le pressioni degli agenti, mascherina e altro tipo di protezione. Gli altri contagiati, fortunatamente, si erano tutti vaccinati, e il Covid su di loro non ha avuto non gravi conseguenze. L’episodio, tuttavia, pone una questione di non facile soluzione: gli agenti di Polizia penitenziaria hanno l’obbligo di vaccino (pena la sospensione dal lavoro) mentre i detenuti no: l’ennesima conferma di un qualcosa che non va.

  Da Ferrara a Santa Maria Capua Vetere, la storia di Antonio e altri detenuti malati. Antonio ha un tumore, ed è costretto a stare nell’infermeria centrale in attesa che si trovi un posto in una struttura esterna adeguata per curarlo. Stesso destino per altri detenuti della casa di lavoro di Aversa: malati, problemi seri di deambulazione. Sono storie denunciate da Emanuela Belcuore, garante dei detenuti di Caserta: “A Santa Maria Capua Vetere ci sono attualmente 23 detenuti positivi. Il personale sanitario è sotto organico perché in tanti hanno contratto il covid. Antonio èmalato oncologico. Il magistrato ha dato l’assenso per liberarlo ma c’è difficoltà a trovare una struttura sanitaria che lo possa ospitare. Per quanto riguarda il caso di Aversa: “ i detenuti dovrebbero lavorare,ma c’è chi sta male e non riesce nemmeno a camminare. È preoccupante la situazione in particolare di due detenuti. Uno è anziano ha problemi di deambulazione, ha la carne viva che gli esce dalle gambe. Due mesi fa ho segnalato io stessa questa situazione al carcere ma non è cambiato nulla. Zoppica, ha le vene in rilievo e sta male. Nella stessa casa di lavoro ad Aversa c’è anche un detenuto con un tumore alla trachea: “Ha un buco in gola e non riesce nemmeno a muoversi. E intanto entrambi restano lì in carcere, dovrebbero lavorare ma non ne sono in condizione. Che senso ha?“.

  Un caso analogo a Roma: da un mese nel carcere di Rebibbia nonostante le condizioni di salute e il rischio Covid. E’ un detenuto di 87 anni, malato di tumore, con A 87 anni suonati, malato di tumore, con la variante Omicron che impesta il Paese e anche le carceri;, eppure B. resta in carcere, in attesa che ci si decida a mandarlo a casa, agli arresti domiciliari. B. il 14 dicembre è stato condannato dalla corte di Cassazione a cinque anni di reclusione. Il giorno dopo è arrivato l’ordine di esecuzione della pena: la polizia lo ha prelevato, ed è così entrato a Rebibbia, dove è rimasto in quarantena fino a Capodanno. Poi è stato spostato nel reparto G9. B. è diabetico, ha avuto un tumore al pancreas, a ottobre gli è stato trovato un nodulo di 7 millimetri al polmone sinistro. Che ci sta a fare uno così in carcere? Il tribunale di Sorveglianza ha chiesto al commissariato di controllare il domicilio e appurare se i familiari sono d’accordo ad accogliere B. ai domiciliari. Operazione eseguita: la moglie lo aspetta da settimane. Manca solo il provvedimento del giudice.

  La diffusione del Covid causa l’ennesima impennata nelle carceri. L’ultimo “censimento” parla di almeno 1.982 detenuti e 1.614 operatori contagiati. “Continuiamo a pensare che siano dati approssimati per difetto”, dice Gennarino De Fazio, segretario nazionale della Uilpa Polizia Penitenziaria, atteso che si registrano ancora disallineamenti fra i numeri comunicati dalle articolazioni territoriali dell’Amministrazione penitenziaria e quelli rassegnati a livello centrale. Così come, almeno per gli operatori, crediamo che non sia realistico il conteggio dei sintomatici, atteso che spesso o quasi sempre non vengono fatti tracciamenti in tal senso.

  Quello che comunque è certo sono i 160 casi registrati al carcere di Torino; i 113 a Milano Opera (anche nelle aree del 41 bis); i 121 a Napoli Poggioreale; i 111 a Prato; i 103 a Firenze Sollicciano. Questo solo a voler citare gli istituti penitenziari dove si superano i 100 ed escludendo i 107 di Milano Bollate, dov’è presente un reparto che accoglie positivi provenienti da altre carceri. Di Fazio poi ricorda la penuria delle mascherine ffp2, la cui prima dotazione di 6.000 pezzi è avvenuta solo il 10 gennaio scorso.

  Un accorato appello è quello che lancia Giovanni Battista Durante, segretario aggiunto del Sindacato della Polizia Penitenziaria SAPPE. “Ci sono Penitenziari con 20 o 30 agenti a casa perché non possono lavorare. Dovremmo essere 41 mila agenti in servizio, ma siamo 36 mila e 500. Troppo pochi e il Covid ci ha dato il colpo di grazia”.   Durante ricorda che quest’anno, grazie alla campagna vaccinale, il virus è meno mortale, ma costringe all’isolamento: “Noi abbiamo periodi di picchi del Covid con oltre 1000 agenti in isolamento perché positivi al tampone. Ci sono Penitenziari con 20 o 30 agenti a casa perché non possono lavorare. I detenuti così sono sempre in maggioranza. Ora, aggiunge, “c’è la vigilanza da remoto e dinamica con detenuti che per 8, 12 ore al giorno non sono in cella, ma nei corridoi. Così è più semplice perdere il controllo delle carceri stesse.

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