sabato, Settembre 18

Sei anni di galera. Innocente

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È questo il contesto che fa da sfondo all’arresto del signor Petrilli: partecipazione a banda armata, con funzioni organizzative. Secondo la pubblica accusa va punito con almeno undici anni di carcere. Il signor Petrilli è uno studente universitario, iscritto alla facoltà di Lettere a L’Aquila. Ha degli ideali, dei sogni, vuole rovesciare il mondo; ideali ingenui, magari; sogni balordi; e sicuramente il mondo non aspetta lui, per rovesciarsi. Come sia, viene condannato in primo grado a otto anni di reclusione. Comincia a scontarli; passa da un carcere all’altro, in un regime detentivo peggiore dell’attuale 41 bis. E’ quello dell’articolo 90: prevede l’isolamento totale. Arriva l’appello. La sentenza è completamente opposta: assoluzione; e infine la Corte di Cassazione, che conferma l’esito dell’appello. E quei sei anni di carcere? Chi, e come, li restituisce, li risarcisce? La domanda di risarcimento viene respinta.

Una prima volta perché la sentenza di assoluzione arriva prima della riforma del codice di procedura penale, che nel 1989 introduce la riparazione per ingiusta detenzione, senza però prevedere la retroattività. La seconda ancora più incredibile: il signor Petrilli non solo non viene risarcito, ma è condannato a pagare le spese processuali. Perché? Perché con le sue frequentazioni aveva tratto in inganno gli inquirenti.

Il signor Petrilli non si dà per vinto, e mette in cantiere una quantità di iniziative: scioperi della fame, ricorsi alla Corte europea dei diritti umani…e lettere. Tante lettere. L’ultima è quella al Ministro Boschi.

Ora, figuriamoci, questo Paese è la patria del diritto e del suo rovescio, e figuriamoci se non ci sono legulei ed azzeccagarbugli capaci di trovarsi la norma, il codicillo, la pandette che ci può spiegare come sia giusto che il signor Petrilli sia cornuto e mazziato. Però dovrebbe comunque esserci un limite a ogni cosa. Nella lettera al Ministro Boschi, il signor Petrilli dice di essersi rivolto tante volte al Presidente del Consiglio Matteo Renzi e al Ministro della Giustizia Andrea Orlando. Beh, uno straccio di risposta avrebbe pure il diritto di averlo, no? In fin dei conti, il Presidente Renzi e il Ministro Orlando sono italiani che governano lo Stato italiano, che, non andrebbe mai dimenticato è composto da italiani, come il signor Petrilli. Si chiama educazione.

Poi, cos’è questa storia che il signor Petrilli avrebbe tratto in inganno gli inquirenti per via delle sue frequentazioni? Ora le frequentazioni del signor Petrilli, come di tutti, possono risultare antipatiche, discutibili; perfino censurabili. Ma in qualche codice c’è una norma della serie: ‘Dimmi con chi vai, ti dirò di che reato sei colpevole’?. Vale la pena di approfondirla, questa questione: gli inquirenti sono stati tratti in inganno da, diciamo così, cattive compagnie? Va bene occuparsi del contesto, dell’ambiente, ‘respirare l’aria’ e l’atmosfera come Jules Maigret; ma, appunto, bisogna essere Maigret; e comunque, da qui a emettere sentenze di colpevolezza, e poi scaricare sull’imputato risultato innocente la responsabilità di quello che non si è saputo o potuto provare, beh… c’è bisogno di commentarlo?

Lasciamo parlare il signor Petrilli, ora: «…Uscii innocente dopo cinque anni e otto mesi di carcere, da un’accusa di banda armata, che prevedeva anche la detenzione nelle carceri speciali e sotto regime articolo 90: anni d’isolamento totale, blindati dentro celle casseforti insonorizzate, senza più poter scrivere, leggere libri, anche quelli per gli studi universitari, qualche ora di tv, ma solo primo e secondo canale. Sempre, sempre soli, con un’ora d’aria al giorno, in passeggi piccoli e con le grate. Un’ora di colloquio al mese, con i parenti, ma con i vetri divisori. Dodici carceri ho attraversato in questi sei lunghi anni. Ebbi la sentenza di assoluzione dalla Cassazione nel 1989». E, si può aggiungere, neppure una parola di scuse.

Ministro Boschi, non sarebbe il caso di rimediare?

 

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