mercoledì, Settembre 22

Segreti di una serata Strega … ta field_506ffb1d3dbe2

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 strega

Sono una provinciale parvenu (un’intellettuale della Magna Grecia, oberata dal Liceo Classico) sotto il profilo culturale.

Debbo tutto, ma dico proprio tutto, ad una fatale concentrazione di malattie esantematiche alla fine della quarta elementare, che mi tenne in esilio forzoso per un paio di mesi.

Troppo grande per giocare con le bambole che, peraltro, ricevevo molto meno di mia sorella, perché ero stata prescelta come l’erede delle tradizioni culturali familiari, giacché, a Natale e compleanni mi arrivavano più enciclopedie che dollies della Furga, non trovai di meglio da fare che divorare quattro scaffali di volumetti, volumi e volumoni della Biblioteca Universale Rizzoli, passando disinvoltamente da Colette (una ragazzina di nove anni! E infatti solo conl tempo ho capito tante cose lette allora…) a Sofocle e Horace Walpole (Il Castello d’Otranto); dalle commedie di Luigi Pirandello a Ippolito Nievo; da Senofonte all’Eneide.

E da allora, praticamente, a scuola, ho campato di rendita.

Pensate, dunque, in che brodo di giuggiole ero ieri sera, al Ninfeo di Villa  Giulia, in tiro da gran sera, a ficcanasare nella cerimonia del Premio Strega, meglio titolata: ‘Cronaca di una vittoria stra-annunciata’, ma che, poi, diciamolo, neanche è stata così schiacciante come si presumeva.

Sulla scia del rompighiaccio Walter (Veltroni), Francesco Piccolo con ‘Il desiderio di essere come tutti’, ha raccontato, con l’inchiostro autobiografico, quarant’anni di storia di sinistra, riuscendogli quello che gli fu negato dalla vittoria di Walter Siti l’anno scorso; il suo antagonista, Antonio Scurati, (‘Il padre infedele’) che poverino, la sua fata madrina era a corto della virtù della simpatia (e la moglie, ancora di più) gli ha ceduto il passo per 5 miseri voti e dunque, il braccio di ferro fra le due case editrici, Einaudi e Bompiani, si è protratto a lungo.

Scurati può ribattezzarsi una specie di Gaetano Belloni  -l’eterno secondo di Girardengo nel ciclismo-  dello Strega, visto che cinque anni fa già si piazzò alle spalle del vincitore e, allora, per un voto solo.

La faccia amara era del tutto giustificata; ma devo dire  -e ne sono stata testimone oculare e auricolare- non è stato lui a volersi allontanare dai festeggiamenti per il suo antagonista, bensì la petulanza della consorte, delusissima come solo una moglie può essere.

I giornalisti peones come me  -mi dispiace per ‘L’Indro‘-  un posto al tavolo non ce l’avevano e quello che, a tutta prima, poteva sembrare un handicap, perché ti costringeva a fare l’ospite errante e a spiare chi si alzava e lasciava la sedia libera, per trovare un po’ di sollievo dal pietrisco vs sandali aperti che indossavo, in realtà s’è rivelato un vantaggio competitivo.

Conoscendo un bel po’ di persone, ho vagato fra i tavoli, raccogliendo impressioni e spetteguless  -di cui farò tesoro per i prossimi AMBRacadabra-  e avvertendo il sottile disagio di coloro che col premio, l’editoria, il giornalismo e la politica culturale ci avevano a che fare come ragione di vita e un certo ‘popolo di presenzialisti che, probabilmente l’ultimo libro che avevano letto era, non dico il sillabario, ma qualche antologia delle scuole superiori.

Li si notava per l’aria inamidata e per i discorsi che si captavano e che poco avevano a che fare coi temi letterari o con le mondanità delle facce da giorno e notte’ de ‘Il Messaggero‘.

Parevano esibire la targa: ‘Pesce fuor d’acqua’, ma almeno avrebbero potuto raccontare in ufficio o alla loro portinaia/parrucchiera che erano stati ‘allo Strega’.

Forse un po’ lo sono anch’io perché faccio outing del moto di vanità provato quando mi è stato riferito, da una mia ‘Gola Profonda’ (Paolo di Paolo), che in uno dei servizi mandati in onda nel corso della serata, quello riguardante la scelta della cinquina a Casa Bellonci, lo scorso 18 giugno, mi sono ritrovata ripresa, allorché, come civil servant, facevo la guardia alle copie in visione dei 12 libri in concorso, onde preservarle dagli appetiti di rapaci signore votanti con borsone al seguito.  

Umberto Pizzi stava là appostato come Jo Condor, a carpire foto da ‘Dagospia‘, per il Cafonal di turno.

Il Sindaco Ignazio Marino faceva gli onori di casa per la città  -quest’anno, vivaddio, Roma Capitale ha dato il suo obolo allo Strega, dopo averglielo negato l’anno scorso -, ma aveva l’aria da martire cristiano di chi vorrebbe stare altrove, perché erano in molti i postulanti ad avvicinarlo, quale interim…ista di un assessorato alla Cultura vacante da fine maggio.

Ma vi rendete conto? Roma, che dovrebbe essere l’ombelico della cultura del Paese  -come Milano quello dell’Economia- non ne ha un responsabile al Comune! Anche se colei che ha retto l’Assessorato in precedenza non è che si facesse notare per presenza, idee, politiche. E, giustamente, è stata s… barcata.

Torniamo al Ninfeo di Valle Giulia. Che dire? Che la corsa al buffet si è svolta secondo le migliori tradizioni?

Ho l’impressione che, seppure gli organizzatori si rivolgessero a San Patrizio per un catering senza fondo, comunque i meno pugnaci – come me – che odiano fare a spintoni per accaparrarsi i rigatoni o le ciliegie rimarrebbero a becco asciutto.

Che, accanto agl’imbucati alla rincorsa di un bollino blu d’intellettualità, vi sono quelli che se lo sarebbero meritato e che sono alla ricerca di una distinzione per dissociarsi dalla ‘plebaglia’, decidendo di dare un segnale vestendosi in maniera eccentrica?

Mi è rimasta impressa una mia coetanea – o forse anche più anziana, o almeno così pareva – che credo non veda uno shampoo da diversi lustri e guarda con aria ingrugnita l’universo mondo.

Ce n’erano altre, mie condomine di sesso che, se potessero, sulla carta d’identità, alla voce ‘segni particolari’, farebbero scrivere ‘moglie di’ e si baloccano a discettare delle loro cose massaie.

Molti i giovinetti di belle speranze, col filo di barba d’ordinanza, forse in acchiappanza di mature matrone, in linea con la moda corrente di toy boy ritempranti.

Sono una matura matrona controcorrente, che non trova attraenti questi trastulli autogratificatori… ma il mondo è bello perché è vario.

Vario e talvolta un po’ deludente. Lo avrete capito che io ero di parte spinta, ma la mia eroina, Antonella Cilento, ha raggranellato solo trenta voti, malgrado io abbia discettato con un sacco di soloni in loco che riconoscevano l’indubbio valore del suo libro e della ricerca storica ad esso sotteso.

Avrà patito del combinato disposto del fatto che la sua casa editrice, la Mondadori, aveva due libri in gara ed aveva dovuto scegliere a chi tirare la volata: Antonella ha marchio ancien Mondadori ed il vincitore Piccolo è in Einaudi.

Dunque, così come la vittoria è stata annunciata, lo è stata anche la partecipazione per onor di firma. A meno che la libreria non renda onore ad Antonella, il cui libro è davvero vivace, profondo, coinvolgente.

Concludo con un brevissimo ricordo di Giorgio Faletti, morto stamattina a Torino ad appena 63 anni, falciato da un cancro particolarmente aggressivo. ‘Io non coltivo la paura, ma la speranza’, ha detto, pur sapendo che di speranze gliene rimanevano poche.

Lui che ha scritto noir di successo, dopo tanto cabaret, – e di speranza, in un noir, ne ravviso pochina –, ci ha dato una grande lezione di dignità e di umanità. Che serve a depurarci da queste polemiche pretestuose e artificiali, fomentate solo da quella fascetta così d’appeal in libreria: ‘Vincitore del Premio Strega 2014’.

 

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