venerdì, Luglio 1

Secessione ‘made in Italy’: la Sardegna vuole la ‘pistola’ dell’Indipendenza Rivendicazione identitaria, tutela dalle discriminazioni, lotta contro l’oppressione alla base della richiesta

0
1 2


L’iniziativa portata avanti dall’ex Presidente della Sardegna mette in luce le numerose problematiche che affliggono la popolazione sarda e offre uno strumento ambizioso per tentare di risolverle. Uno strumento che, tuttavia, rischia di infrangersi contro il principio inviolabile dell’unità e indivisibilità della Repubblica sancito dall’articolo 5 della Costituzione.

Secondo il Professore Enrico Grosso, Docente di Diritto Costituzionale all’Università degli Studi di Torino “neanche con una legge costituzionale si potrebbe introdurre una  norma che deroghi all’art 5 della Costituzione, se noi rimaniamo nell’ambito  della legalità costituzionale vi sono alcuni principi della Costituzione cosiddetti immodificabili, che la stessa Corte Costituzionale ha detto che esistono, i quali non possono essere derogati nemmeno con una legge di revisione costituzionale. E fra questi principi vi è chiaramente anche il principio di unità e indivisibilità della Repubblica. Quindi, neanche con una legge costituzionale si potrebbe prevedere una secessione o autodeterminazione di parte del territorio nazionale. Anche qualora tale legge fosse approvata potrebbe venire dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale stessa perché contraria ai principi supremi, i quali sfuggono alla revisione

Di fronte a tali considerazioni, una richiesta di indipendenza troverebbe seri ostacoli giuridici alla sua realizzazione. Ma, paradossalmente, potrebbe trovare maggior successo su un piano extragiuridicoperché un conto è il piano della legalità costituzionale un altro è quello della effettività cioè della instaurazione di fatto di un nuovo ordinamento”, sottolinea il Professore. “E’ del tutto ovvio che se si pretende di trovare una base legale a una pretesa di secessione, non la si troverà mai perché nessuna Costituzione la prevede. Ma un evento rivoluzionario, al contrario, la può produrre. Nessuna rivoluzione è legale, un evento rivoluzionario è per sua natura illegale. Ogni nuovo Stato che nasce in secessione da un vecchio Stato è per sua natura extra ordinem. 

Ma a questo punto, avverte il Professore, non sarebbe coerente il tentativo di dare legittimazione giuridica ad un atto di per sé rivoluzionario come l’istanza di indipendenza: “l’indipendenza della Sardegna sarebbe una rivoluzione quindi non potrebbe avere una base legale”.

La volontà di legittimazione a priori del progetto indipendentista sardo consente di evidenziare le differenze con il corrispondente caso catalano: “mentre il referendum della Catalogna è stato indetto con autonoma legge catalana senza aver coinvolto in alcun modo il Governo centrale, nel caso della Sardegna si pretenderebbe di legittimare la consultazione a priori attribuendole rango costituzionale”, tuttavia, secondo il Professore, “gli effetti sarebbero identici perché tale progetto di legge sarebbe comunque incostituzionale”.

Anche le prospettive offerte dal diritto internazionale rischiano di non deporre a favore dell’istanza indipendentista sarda. Il professor Grosso, pur sottolineando la possibilità di far valere la violazione delle prerogative parlamentari, ricorda come “non vi sia stata una corte  internazionale che abbia mai riconosciuto un diritto indiscriminato alla autodeterminazione. Le sole pronunce in materia hanno sempre riguardato popolazioni che provavano di essere vittime di persecuzioni violente”.

Sul punto, la diversità di vedute fra il Deputato Pili ed il Professor Grosso sono nette. L’Onorevole ritiene sussistano i tre fondamentali pilastri giuridici del diritto all’autodeterminazione: la connotazione identitaria, la discriminazione, collegata alla questione dell’insularità, e l’oppressione del popolo, derivante dall’eccessivo sfruttamento militare dell’ambiente. Al contrario, il Professore ritiene difficile che la situazione sarda, pur oberata da gravi problemi, possa essere paragonata a vicende di popoli perseguitati per la loro ideologia o vittime di violazione dei diritti umani.

Sarebbe auspicabile che prima di giocare la carta del referendum ci si accerti che nessuna strada alternativa sia percorribile, sostiene Grosso. Secondo il costituzionalista, sussisterebbero ancora i margini per una trattativa fra Stato centrale e autorità regionali sarde, trattativa da condursi seguendo la via della revisione dello Statuto della Regione : «Alla Sardegna sono riconosciute ex art. 116 Costituzione forme e condizioni particolari di autonomia cristallizzate nello Statuto speciale approvato con legge costituzionale. Qualora Stato e Sardegna si accordassero  su una modifica dell’attuale Statuto per il riconoscimento di  nuove forme di autonomia, allora ci si muoverebbe nella legalità costituzionale e con il rispetto del principio di unità della Repubblica».

Ma l’Onorevole Pili è di tutt’altro avviso: “penso sia necessario porre il tema dell’autodeterminazione, poi sarà il popolo sardo a decidere se utilizzarlo o meno questo referendum”, ci dice, “ma il fatto che  non esista è come quando non esisteva il divorzio: è chiaro che i maltrattamenti, se non vi è l’elemento dirimente della rescissione del vincolo, vanno avanti. Se invece vi è il deterrente, allora le due  parti possono arrivare a più miti consigli e al limite una parte può liberarsi dell’altra se maltrattata. La Sardegna oggi è in queste condizioni: ha bisogno di uno strumento per rescindere il contratto perché i maltrattamenti sono stati talmente tanti e reiterati che necessitano di una equiparazione in termini di strumenti da adottare per sciogliere il contratto. Se lo Stato, l’Europa, continueranno con questo atteggiamento allora è giusto che il popolo sardo così come gli altri popoli identificati sul piano identitario e culturale possano disporre di uno strumento per decidere il proprio futuro”.

L’ex Presidente della Sardegna ritiene, dice, che “lo strumento dell’autodeterminazione debba essere la pistola sotto il tavolo da tenere durante la trattativa con lo Stato”. Sta alle parti in causa, adesso, scongiurare il pericolo che quella pistola venga effettivamente usata.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->