lunedì, Agosto 2

Se Tokyo rivaluta i kamikaze field_506ffb1d3dbe2

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Il Paese del Sole Levante sta vivendo un periodo di forte contraddizione interna. I cittadini giapponesi hanno più volte espresso il proprio dissenso nei confronti dell’attuale Governo, in carica dal dicembre del 2012, contro le istanze del nucleare e dei programmi ‘revisionisti’ dell’ultraconservatore Abe Shinzo, Primo Ministro giapponese e leader del partito Liberaldemocratico; forte sostenitore dell’emendamento (o meglio, di una ‘reinterpretazione’) della Costituzione pacifista e promotore della controversa legge sul segreto di Stato (approvata in fretta e furia lo scorso dicembre, provocando reazioni di protesta in migliaia di persone tra comuni cittadini e personalità del mondo giornalistico e letterario).

Eppure, come dimostrato dai successi elettorali di Abe nel corso dell’ultimo anno e dalla recente elezione del candidato nuclearista Masuzoe Yoichi a Governatore di Tokyo (appoggiato dallo stesso Abe), il Giappone non sembra realmente intenzionato a invertire il trend che rischia di far scivolare una delle principali democrazie asiatiche verso un preoccupante autoritarismo. Complici, probabilmente, la forte crisi energetica che ha colpito il Giappone in seguito agli eventi di Fukushima e le speranze riposte nell’Abenomics, la ricetta del Primo Ministro nipponico per combattere la stagnazione economica del Paese, il ‘volto’ più rassicurante dell’agenda politica di Abe.

Se all’interno del Paese la leadership autoritaria di Abe viene vissuta e accettata con sentimento contraddittorio, in bilico tra il timore di un ‘attacco’ alla democrazia e la speranza riposta nell’efficacia delle riforme economiche; poco lontano, oltremare, alcuni atteggiamenti del ‘falco della politica’ vengono intepretati come vere e proprie dichiarazioni di guerra. Quantomeno sul piano diplomatico.

Le accese dispute sulla sovranità territoriale delle isole Senkaku/Diaoyu (contese con la Cina) e delle isole Dokdo/Takeshima (contese con la Corea del Sud); insieme ad alcune iniziative del Primo Ministro giudicate ‘provocatorie’, hanno contribuito a incrinare i rapporti con Pechino e Seul, i due principali interlocutori (nonché partner commerciali) del Giappone in Asia.

Alla tensione crescente con la Cina nel Mar Cinese Orientale, si aggiunge la condizione di gelo diplomatico in cui versano attualmente le relazioni tra il Giappone e il fondamentale alleato sudcoreano. Il ricordo dell’occupazione nipponica dei primi decenni del Novecento e delle atrocità compiute dalle truppe imperiali giapponesi durante la Seconda Guerra mondiale è infatti ancora ben vivo tanto in Cina quanto in Corea del Sud, dove il risentimento anti-giapponese non si è mai del tutto sopito.

A generare la maggior parte delle critiche, anche da parte dello stesso alleato americano, sono state le visite del Primo Ministro Abe e di molte altre personalità politiche – compresi alcuni esponenti del Partito Democratico giapponese – a Yasukuni, sacrario in cui vengono onorati i caduti per la causa imperiale, ma anche simbolo del militarismo giapponese, in quanto vi sono conservati i resti di alcuni individui giudicati come ‘criminali di guerra classe A’, ovvero per crimini contro la pace.

Vi è poi la recente approvazione delle nuove linee guida per i testi scolastici, attraverso cui lo Stato giapponese vorrebbe proporre agli studenti la visione «corretta» della storia del proprio Paese, in particolare in materia di questioni territoriali (con chiaro rifermento alla disputa sulle Senkaku/Diaoyu e sulle Takeshima/Dokdo). Secondo poi Shimomura Hakubun, Ministro dell’educazione, il Giappone dovrebbe lasciare da parte l’eccessivo sentimento di autocritica che è stato instillato nelle coscienze da quello che nazionalisti e conservatori definiscono il «Regime del dopoguerra», recuperando valori come il patriottismo e il rispetto delle tradizioni.

Ecco dunque che, nei libri di storia giapponesi, episodi come il massacro di Nanchino (definito anche ‘stupro’) o la questione delle ‘comfort women’ (decine di migliaia di donne asiatiche, soprattutto cinesi e coreane, costrette a prostituirsi per l’esercito nipponico) passano in secondo piano, o subiscono una significativa ‘revisione’ del loro peso storico.

A gettare benzina sul fuoco proprio su queste ultime due questioni sono state le dichiarazioni di Hyakuta Naoki, scrittore conservatore e membro del consiglio d’amministrazione della NHK, l’emittente televisiva nazionale giapponese, che ha negato apertamente il massacro di Nanchino; unitamente a quelle del sindaco di Osaka, che aveva definito «necessario» il sistema delle ‘comfort women’.

A questa si è poi aggiunta la gaffe di Momii Katsuto, Presidente della stessa emittente televisiva (anch’esso appoggiato da Abe), nell’affermare che il Giappone non fosse stato di certo l’unico paese ad aver adottato un sistema di ‘prostituzione organizzata’ durante il periodo bellico e che «il sistema delle donne di conforto è considerato sbagliato secondo i canoni di giudizio moderni, ma il sistema militare delle donne di conforto era una realtà dell’epoca», suscitando lo sdegno di Cina e Corea de Sud, oltre che l’irritazione degli stessi USA. Ha causato non pochi imbarazzi anche l’esplicita ammissione, da parte di Momii, del sostanziale allineamento tra la televisione nazionale e la politica del Governo (riferendosi in particolare alle dispute territoriali), asserendo che fosse del tutto naturale il fatto che «se il governo dice ‘sinistra’, noi non possiamo certo rispondere ‘destra’».

Sin dal 2007 (all’epoca del suo primo mandato) Abe aveva negato l’esistenza di evidenze effettive e di responsabilità del Governo giapponese nella questione delle schiave del sesso – così definite dall’ex Segretario di Stato americano Hillary Clinton – cinesi e coreane, vanificando gli sforzi diplomatici compiuti negli anni precedenti per venire incontro alle richieste di scuse ufficiali (nonché di risarcimento) da parte dei governi di Cina e Corea del Sud e delle stesse vittime, alcune delle quali tutt’ora in vita.

In mezzo alle polemiche sul rifiuto da parte del Giappone di riconoscere le responsabilità del proprio passato militarista, è finita anche la proposta che la città giapponese di Minami-Kyushu ha inviato la scorsa settimana all’UNESCO, con l’intento di far inserire all’interno della Memoria del Mondo alcune centinaia di lettere, scritte durante la Seconda Guerra mondiale e contenenti le ultime parole dei piloti kamikaze che si apprestavano ad affrontare la loro ultima missione.

La petizione, chiamata ‘Lettere da Chiran’, ha suscitato, com’era prevedibile, le reazioni di Cina e Corea del Sud, che vedono l’iniziativa come un atto di apologia del militarismo giapponese. Hua Chunying, la portavoce del Ministro degli Esteri cinese, ha affermato che «tale iniziativa è diametralmente opposta al proposito dell’UNESCO del mantenimento della pace nel mondo, e dev’essere fortemente condannata e osteggiata con risolutezza dalla comunità internazionale».

Il sindaco di Minami-Kyushu ha affermato che il riconoscimento da parte dell’UNESCO servirebbe a preservare nella memoria della gente il ricordo degli orrori della guerra e a «trasmettere a un numero molto più ampio di persone le vere voci e i sentimenti di quei piloti, che furono vittime della politica bellica del Giappone».

«Cara mamma, non ho quasi niente da dire ora. Sto partendo per la mia missione con il sorriso e il tuo volto in mente. Ti prego, ricorda che non ho pianto e rammenta di fare le offerte votive in mia memoria», così si legge nella lettera di addio di un giovane pilota kamikaze di 19 anni, parte di una raccolta conservata nel Museo della Pace Chiran di Minami-Kyushu. Lettere come questa rappresenterebbero una testimonianza di pietà filiale, stoico coraggio e abnegazione verso la propria patria, gli stessi valori promossi da Abe e i suoi sostenitori per la costruzione del ‘nuovo Giappone’.

Eppure, secondo l’antropologa Emiko Ohnuki-Tierney, che in un suo saggio del 2002 intitolato ‘Kamikaze, cherry blossom and nationalism’ (titolo italiano ‘La vera storia dei kamikaze giapponesi’) ha raccolto un’ampia e accurata documentazione sui diari personali di alcuni piloti kamikaze (molti dei quali, sorprendentemente, erano dediti alla lettura di opere occidentali – da Lev Tolstoj a Thomas Mann – e sostenitori del marxismo), le lettere e i testamenti non erano «cose scritte solo per gli occhi della famiglia».

Le lettere dei soldati e persino le fotografie ufficiali passavano prima sotto ispezione e attraverso il vaglio delle autorità, per essere approvate. Così recita un passo del diario personale del pilota Masamichi Shinta, riportato nel saggio: «Sapevo che i piloti tokkoutai (i volontari per le operazioni suicide) avrebbero fatto una morte da cani. Quando fui scelto per essere uno dei trentasei tokkoutai su duecento destinati a diventare piloti, mi sentii affondare in un abisso di disperazione. Mi dissero di scrivere il mio testamento , cosicché avrebbero potuto metterlo in mostra nella sala delle esposizioni educative. È ovvio che non potevamo dire quello che pensavamo e sentivamo davvero».

Alle lamentele di Pechino e Seul per gli atteggiamenti revanchisti delle autorità politiche nipponiche, si aggiungono le critiche di Washington. Le visite allo Yasukuni; ‘l’incidente’ diplomatico che ha visto il coinvolgimento del già citato Hyakuta (che ha definito «genocidio» l’attacco atomico americano su Hiroshima e Nagasaki) ed altre questioni come quella del ricollocamento della base militare USA a Okinawa, hanno iniziato a far luce sulla complessità del rapporto tra il Giappone e il suo storico alleato.

Nonostante la solida partnership strategica ed economica (secondo gli analisti destinata a rimanere tale), esistono tuttavia una serie di problematiche evidenti nel rapporto tra i due alleati. Il Giappone rinfaccia agli Stati Uniti di non voler prendere una posizione chiara in merito alla sovranità giapponese sulle Senkaku e sulla questione della ADIZ cinese. Washington, da parte sua, teme un eccesso di assertività da parte del Giappone e un eventuale indebolimento dell’asse Tokyo-Seul, la cui alleanza viene vista dagli USA come uno dei punti di forza nella strategia di contenimento della Cina.

Intanto, nonostante il clima di tensione e polemiche generato dagli attriti con i vicini asiatici e una base di consenso interno che non si può definire del tutto solida; l’agenda di riforme economiche, politiche (e ideologiche) di Abe procede con decisione e con essa il programma del leader conservatore che prevede il ‘ritorno’ del Giappone in Asia.

 

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