domenica, Agosto 1

Se questa è vita 40

0

suicida

 

Quando ero piccolo, anche il mondo era molto piccolo. I Paesi esteri erano spazi colorati sulla carta geografica, pochissimi erano i viaggiatori e molti gli stereotipi che, in mancanza di esperienza diretta, venivano appiccicati a questo o a quel popolo per riuscire a sbirciare un po’rozzamente da dietro le tende, in qualche misura esorcizzandolo, il grande mistero degli alieni di allora, gli stranieri.

Uno di questi stereotipi, sicuramente fondato su statistiche serie ma altrettanto sicuramente manipolato dal mainstream cattolico d’epoca, riguardava l’insopprimibile propensione, risultante a carico dei popoli scandinavi, a togliersi anzitempo la vita. Il commento sbrigativo sul tema, che genitori, professori, fratelli grandi riservavano ai bambini italiani degli anni sessanta, titolo che allora era valido almeno fino agli undici, dodici anni di età,  faceva un vago riferimento all’insostenibile tristezza del clima nordico, fatalmente portatore di depressioni patologiche destinate a tragica conclusione. In realtà ora sospetto fortemente che fosse in qualche modo un tentativo di evidenziare i risvolti funesti della troppa libertà di costumi e della mentalità pericolosamente disinibita provenienti dall’Europa più avanzata, sciolta dai legami ingombranti di una religione oppressiva come quella cattolica romana.  Ma questa è un’altra storia.

Mi sembra che le cose siano cambiate, in modo piuttosto veloce e drastico.

Il rapporto col suicidio, per tutta una serie di ragioni che cercheremo di affrontare, si è piuttosto uniformato, almeno nel nostro continente. Come d’altronde è in fase di adeguamento agli standard nordamericani il ricorso ai servigi qualificati degli studiosi dei problemi attinenti la sfera della mente e disturbi collegati, primo fra tutti il mostro camaleontico che per comodità viene chiamato depressione.

Il riferimento continuo ai consigli del ‘mio analista’, evocati a raffica da quasi tutti i personaggi di quei manifesti antropologici e sociali che sono stati i primi film di Woody Allen arrivati in Europa,  è oggi immancabile in qualsiasi pellicola di Carlo Verdone, fatte le dovute proporzioni di statura artistica. Allora, ricordo, sembravano vezzi anche un po’ stucchevoli di personaggi quasi sempre appartenenti alla classe intellettuale americana, che accoglievamo con un sorriso spesso accompagnato da un’alzata di sopraccigli.

Invece ora ci siamo dentro fino al collo.

I giovani conoscono psicologi e psicanalisti insieme ai professori del liceo, con quali risultati è difficile dire. Gli adulti hanno qualche reticenza in più, memoria degli antichi retaggi, ma ormai hanno ceduto su tutta la linea al settimanale, rassicurante incontro col guru dell’anima.

Intanto i suicidi aumentano, si allarga il raggio delle motivazioni e si dilata l’attenzione dei cineasti e degli scrittori più sensibili e attenti a un fenomeno che riguarda, com’è ovvio, il centro, l’essenza stessa dell’esistenza umana e del suo, pronunciamo finalmente la parola destinata a giocare il ruolo di convitato di pietra del nostro ragionamento, valore.

 Questione di valore, di valori, insomma. Certamente sì. Perché se è vero che il suicida è una persona dotata di coraggio leonino, anch’esso indubbiamente un valore, è chiaro che per annullare con un colpo di spugna (magari fosse di spugna) tutto ciò che abbiamo, noi stessi, il significato di ciò che siamo deve aver necessariamente subito una riduzione violenta.

Quelli religiosi, di valori, si sono ridotti al minimo, tanto che è quasi inutile metterli di mezzo sull’argomento. Quello che invece, da assoluto profano, mi colpisce, leggendo, parlando con la gente, e riflettendo anche su me stesso e sulle esperienze dirette che hanno toccato la mia vita, è  l’evidente, incontenibile necessità di lanciare un messaggio a qualcuno‘, costi quel che costi. Sia che si decida di anticipare di pochi giorni, o mesi, una conclusione già scritta su una cartella medica, sia che si voglia gridare la propria rabbia, intrisa di disperazione, contro chi  non ha saputo o voluto prendersi cura del nostro povero, insostituibile viaggio su questa terra.

E che il senso di colpa li perseguiti, per sempre.

 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->