domenica, Ottobre 17

Se l’Italia cede sovranità

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Nei discorsi del presidente della BceMario Draghi, i riferimenti all’Italia non sono mai casuali. E’ arrivato il momento di «cedere sovranità» all’Europa se e senza ma. Secondo Draghi ed i più alti vertici europei infatti «le riforme strutturali non sono condotte con sufficiente impegno». Sono quelle riforme che non si fermano al mercato del lavoro, alla giustizia civile e alla concorrenza ma che abbracciano settori vasti quanto vasta è la sfera di influenza europea sulla politica italiana.

Fin dall’introduzione di ‘governi tecnici’ in Italia che hanno fatto della penisola un Paese in continuo ‘Stato d’eccezione’, le riforme tante inneggiate dall’Unione Europea hanno riguardato politiche di austerità sempre più stringenti, tagli e ridimensionamenti nel settore pubblico, nel sistema pensionistico, in campo occupazionale con le modifiche all’art. 18 già ben attuate con la riforma Fornero, fino alla ratifica di importanti trattati come quello che legittima il Mes (Meccanismo europeo di stabilità), organizzazione dove gli Stati membri partecipano ai processi decisionali in proporzione al loro peso finanziario, attuando – come sostenuto da molti – una vera e propria ‘finanziarizzazione della democrazia’. Insomma, la domanda sorge spontanea: siamo noi a decidere per l’Europa o è l’Europa a decidere per noi?

In quasi tutti gli Stati europei, l’adesione alla Comunità europea è stata accompagnata da riforme costituzionali che ne hanno sostenuto le sue trasformazioni più importanti. Secondo il diritto costituzionale, in Italia ciò è avvenuto seguendo procedimenti ben diversi: primo fra tutti è la legge di autorizzazione alla ratifica del Trattato di Roma, ovvero l’ordine di esecuzione in essa implicitamente contenuta. Ai dubbi di molti che si chiedevano se quella legge di autorizzazione ‘meramente formale’ avesse potuto giustificare una tale cessione di sovranità, la Corte costituzionale rispose semplicemente appellandosi all’art. 11 della Costituzione italiana: «L’Italia (..) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo».

Una lettura, quella dell’art. 11, da cui scaturisce una chiara autorizzazione a ‘cedere parte’ della sovranità nazionale – il che equivale a limitarla non a cederla completamente – per aderire alla Comunità europea con impegni e ridimensionamenti dei poteri in condizioni di parità con altri Stati. Mancando, di fatto, una vera e propria disciplina dei rapporti tra l’ordinamento italiano e quello europeo, è evidente come la preminenza del diritto comunitario su quello nazionale sia stato raggiunto per via di chiare prese di posizione tese a garantire sempre e comunque il diritto europeo, impedendo – ad esempio – che una norma nazionale potesse abrogare quella europea (nonostante la regolamentazione della “teoria dualistica”).

L’avvocato Marco Mori, da tempo attento a tematiche inerenti la sovranità nazionale, ci spiega in che modo la convivenza tra i trattati europei e la Costituzione diventa spesso difficile se non impossibile.

 

Ritornando indietro di qualche anno, precisamente nel 2011, una famosa lettera inviata dall’Ue all’ex Presidente Berlusconi chiedeva l’adozione di urgenti riforme inerenti il sistema pensionistico, tagli dei salari e regole di bilancio sempre più rigide. A distanza di anni dalla caduta del Governo Berlusconi, tali riforme hanno travato attuazione in Italia per via dell’instaurazione di Governi tecnici. Tra questi, quello di Mario Monti sosteneva la necessità di cedere sovranità all’Ue per uscire dalla crisi. Perché?

Monti diceva anche altro. Lui diceva che la crisi diventava strumento di coercizione per obbligarci alle cessioni di sovranità, ciò poteva avvenire solo quando il costo psicologico (lui lo diceva testuale) di non fare le riforme divenisse superiore rispetto a quelle di farle. Quindi i cittadini, spaventati, avrebbero così accettato di rinunciare anche a quella che era la loro identità nazionale. E tutto questo si coniuga perfettamente con la fattispecie punita dal Codice Penale all’Art. 241: dopo la riforma del 2006, le cessioni di sovranità, in violazioni delle norme costituzionali, sono reato (per via della stessa riforma) solo se fatte con violenza. La giurisprudenza, tuttavia, ha specificato che ciò consiste anche nella coercizione, quindi anche nell’inganno, la minaccia. Monti esplicita benissimo il perché si sono iniziate queste politiche, attuate affinché la crisi necessariamente potesse peggiorare e quindi i cittadini dovessero accettare lo smantellamento dell’Italia come Stato nazionale sovrano.

Si è arrivati a tutto ciò grazie alla tecnica della ‘rana bollita’, spiegata anche dallo stesso Juncker. Piano piano, si dà vita alla prima riforma e nel momento che non ci sono sostanziali resistenze, si va avanti. Precedentemente al 2011, raramente si era sentito parlare di cessioni di sovranità con questa ‘violenza’ o arroganza. Da lì in poi è diventato normale, tanto è vero che abbiamo sentito parlarne Napolitano, Draghi, Renzi, Boldrini, tutti a chiedere queste cessioni di sovranità senza chiedersi cosa dica la Costituzione. L’art. 1 Cost. specifica che la “sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, mentre poi l’Art. 11 precisa questi limiti disponendo che la Repubblica acconsente alle limitazioni di sovranità, in condizioni di reciprocità con le nazioni, necessarie all’adesione ad un organismo che tuteli la pace e la  giustizia tra i popoli.

La stessa Costituzione quindi consente solo di limitare questa sovranità, mai di cederla. Qual è la differenza?

Cedere significa dare un potere sovrano, un potere d’imperio direttamente ad un terzo, cioè rinunciarci definitivamente e consegnarlo a chi deciderà per me. Limitare la sovranità significa invece non entrare in un determinata materia al fine di collaborare con altre Nazioni. Un esempio semplice per individuare una limitazione di sovranità era ed è l’eliminazione delle frontiere, delle dogane: il fatto che io accetto che un francese possa venire in Italia a commerciare senza applicare controlli alle frontiere, dazi o altro, è palesemente una limitazione della sovranità. L’Italia, su questo punto, non applica nessun tipo di ingerenza. Ovviamente non è che l’Italia ha ceduto il controllo delle frontiere ad un Paese straniero perché in quel caso sarebbe stata una cessione. Limitare, in definitiva significa non esercitare il potere di imperio, invece cedere significa far sì che questo potere sia esercitato da un terzo. Noi abbiamo purtroppo ceduto la nostra sovranità soprattutto in materia di politica economica che monetaria.

A tal proposito, lo “Stato di eccezione”, diverse volte citato nei discorsi di Enrico Letta a proposito di cessione di sovranità, giustifica provvedimenti provvisori attuati con una decretazione di urgenza. In un contesto, come quello attuale di costante allarme, possiamo pensare che il Parlamento abbia perso la sua sovranità in ambito legislativo? 

Ampiamente. Questo è avvenuto in maniera assolutamente palese in materia di legislazione economica e monetaria dove ovviamente non possiamo più far niente, così come in altri campi. Dal Porcellum in poi il nostro Parlamento mostra la sua inutilità perché nel momento in cui, violando la Costituzione, si è fatta una legge elettorale che prevede che chi entra in Parlamento sia scelto direttamente dal partito (perché è questo a fare le liste visto che sono bloccate) e quindi l’ingresso è legato dal fatto di metterti primo piuttosto che secondo o terzo, in una circoscrizione, è chiaro che tutti i parlamentari che hanno ricoperto quella posizione, di fatto, dovendo ringraziare il partito e sperando di essere rieletti, non saranno mai contrari alle politiche del Governo. Così, a questo punto, il Parlamento si è ridotto ad organo di ratifica delle politiche del Governo, ribaltando completamente il modello costituzionale. Il Governo stesso doveva chiaramente diventare lo strumento di attuazione dei provvedimenti via via richiesti da Bruxelles. Dalla famosa letterina del 2011 ad oggi, è stata ‘imposta’ una politica volutamente recessiva per l’economica italiana, usando la scusa (per l’opinione pubblica) che lo spread si era innalzato. Questo però era stato causato dal fatto che la Bce aveva palesemente detto che non avrebbe più comprato i titoli di stato italiani sul mercato secondario, dato che su quello primario è già vietato dai trattati. Nel 2011 questa annuncia di non farlo più e lo spread è schizzato, mentre la discesa successiva è stata dovuta dal fatto che la Bce aveva annunciato di voler ricominciare a comprarli senza nessun tipo di limite sul mercato secondario. Questa è sembrata a molti una manovra fraudolenta per imporre ai governi, spaventando le popolazione, di eseguire i provvedimenti di Bruxelles.

In suo scritto Lei sostiene che la “crisi è codificata nelle norme contenute nei Trattati Europei ed in particolare da Maastricht in poi, norme non compatibili, anzi diametralmente opposte, rispetto al dettato della nostra Costituzione”. Quando, soprattutto nel campo giuridico, la convivenza tra Trattati europei e Costituzione diventa difficile, se non impossibile?

Da questo punto di vista c’è un aspetto che prima o poi dovremmo riuscire a portare all’attenzione della Corte Costituzionale. Parlo del ruolo giuridico che ha il deficit: l’Art. 47 della Costituzione dispone che la Repubblica debba incoraggiare e tutelare il risparmio in tutte le sue forme. Per tutelare il risparmio, prima di tutto questo risparmio lo devi creare. Uno Stato, per creare risparmio, deve necessariamente immettere moneta fresca nel sistema. Come fa? Spende più di quanto tassa, quindi il risparmio è la differenza tra la spesa e la tassazione. Se lo Stato spende più di quanto tassa i nostri risparmi aumentano, se fa il contrario i nostri risparmi diminuiscono. Lo Stato dovrebbe quindi rimanere su questa linea politica. Con i trattati invece si è vietato che lo Stato potesse spendere più di quanto tassa e questo non si fa più risparmio. Fin da Maastricht, dal 1992, si è inserito il primo dei limiti, il più noto, quello del deficit massimo annuo ricompreso nel 3 % del Pil. Da allora lo Stato ha dovuto, ogni anno, necessariamente fare una serie di avanzi primari record, quindi tassare più di quanto spendeva (infatti il 3% di deficit non copriva neppure gli interessi passivi sul debito), portando gradualmente alla crisi che poi si è inasprita ed esplosa nel momento in cui, dal 2011 in poi, hanno rafforzato maggiormente le politiche di austerità. Questo è niente, perché quando il prossimo anno entrerà in vigore ila Fiscal Compact, quel 3% diventerà lo 0,5% (senza contare l’obbligo di riduzione al 60% del rapporto complessivo debito/pil oggi ben superiore al 130%) Questa Europa, a mio parere, vuole cancellare gli Stati nazionali, cioè vuole eliminare le sovranità nazionali.

Possiamo parlare allora di preminenza del diritto comunitario su quello nazionale?

Purtroppo anche da parte dei giuristi si sente dire che il diritto comunitario è superiore, come fonte del diritto, rispetto al nostro diritto interno. Questo argomento è stato nuovamente trattato dalla Corte Costituzione con la sentenza num. 238 di questo Ottobre che ha ribadito l’orientamento secondo cui, al contrario, i principi fondamentali dell’ordinamento italiano, quindi gli articoli da 1 a 12 della Costituzione ed i diritti inviolabili dell’uomo, sono sovraordinati a qualsiasi trattato o norma internazionale. Un trattato che è contrario ai principi cardine della nostra Costituzione è illegittimo e va denunciato. I trattati europei firmati dal 1992 ad oggi sono illegali perché firmati contro i principi della Costituzione sia sulla questione sovranità sia sulla parte strettamente economica attraverso un sistema diretto alla cancellazione degli Stati nazionali.

Come può avvenire, in concreto, una cessione di tale sovranità, politica o economica? Quanto, in questi casi, l’accondiscendenza dei nostri politici gioca un ruolo fondamentale?

E’ fondamentale perché effettivamente è il nostro ordinamento interno che vieta le cessioni di sovranità. Sicuramente dovremmo prendercela con quei politici che hanno tradito – in questo senso- la nostra Costituzione su cui hanno giurato per il conferimento dell’incarico. L’ordinamento internazionale fa quello che ritiene di fare, il problema è puramente di diritto interno perché sono tutte cessioni che sono state approvate proprio dai parlamenti nazionali.

Se quella di oggi fosse un’Europa diversa, un’Europa non esclusivamente basata sul rigore finanziario, sulle regole tecnocratiche ma sulla solidarietà tra i popoli come principio di partenza, potremmo legittimare comunque una cessione di sovranità?

In realtà diventa un problema giuridico complesso perché anche in quel caso la cessione rimarrebbe illegittima sotto il profilo costituzionale, in ogni caso. La nostra Costituzione, come già detto, prevede solo limitazioni al fine di aderire a questi ordinamenti che promuovano la pace e la giustizia tra i popoli, quindi si può immaginare un’Europa federale ma con degli Stati che restino necessariamente sovrani, fatto salvo la non ingerenza in alcuni settori legati all’ottenimento della pace e la giustizia. Per cui, effettivamente, per costituire un nuovo super Stato sarebbe necessario un nuovo patto sociale, quindi una nuova fase costituente che è stata completamente saltata in Europa. A quel punto nascerebbe una nuova Nazione con un nuovo patto sociale sottostante e si potrebbe ragionare. Anche se, a rigore, in punto di diritto, la nostra Costituzione vieta totalmente le cessioni di sovranità che quindi non sono possibili a prescindere- e questo è importante- dal fatto che uno possa essere d’accordo oppure no con queste politiche. Il tentativo di creare una Costituzione europea è peraltro già fallito a suo tempo.

Per quanto riguarda Renzi, noi lo abbiamo visto d’accordo con le dichiarazioni di Draghi riguardanti la necessità di cedere sovranità. Solo dopo ha tirato fuori dichiarazioni contrastanti, ma nel merito continua in maniera spedita nella direzione voluta da Bruxelles. Abbiamo visto inoltre definire il Job Act come un passo avanti per il Paese quando è evidente che è una misura volta alla deflazione salariale, quindi lo scopo sarà aumentare l’offerta di lavoro causando un calo di salari, riduzione delle garanzie, quindi rendendoci ‘più competitivi’ nel senso voluto dall’Europa, cioè avere meno diritti.

Quali le speranze che associazioni come ‘Riscossa Italiana’, da Lei rappresentata, possono riservare a questo Paese?

La nostra tesi è prima di tutto quella di informare i cittadini, dare un’informazione giuridica ed economica anche perché, per capire temi come la crisi, è necessario un approccio multi disciplinare. Non basta un giurista, se non conosci l’economia e non basta un economista se non conosci il diritto. ‘Riscossa italiana’ si propone di fare questo.

 

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