venerdì, Settembre 24

Se il tempo non è Galan … tuomo

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Galan

Ieri mi ero dedicata alle spigolature locali, rovesciando il proverbio partenopeo e sostenendo che ‘Il pesce puzza (‘féte’, in vernacolo e non è la festa francese…) dalla coda’, visti i giochi di prestigio che si fanno per conquistare uno strapuntino di consigliere comunale in un paesello del Sud ad un figlio senza talenti se non quello di mettersi nei guai.

I fatti del giorno mi hanno costretta a un doppio salto carpiato, ritornando al proverbio originale ‘Il pesce fete da la capa’. Perché proprio ieri i giornali, a cominciare dalle loro pagine on line, hanno sparato a palle incatenate contro l’ultimo scandalo di corruzione, concussione, ladrocinio esploso in quel di Venezia, a proposito delle mazzette per il cosiddetto Mose.

Il Mose non è un patriarca biblico – anche se, per realizzarlo, i tempi un po’ biblici lo sono stati, visto che la sua realizzazione è partita nel 2003 e pare che si sia solo all’80% della costruzione – bensì è l’acronimo di Modulo Sperimentale (!) Elettromeccanico per la difesa della Laguna dalle acque alte, in virtù di un complesso sistema di paratoie mobili a scomparsa, situate alle bocche del porto di Venezia di Lido, Malamocco e Chioggia, paratoie che hanno lo scopo di isolare l’area della Laguna quando in Adriatico c’è l’alta marea.

Fin qui sembra una cosa buona, persino sacrosanta. Il problema è che, da che mondo è mondo, qui in  Italia le opere pubbliche non si fanno perché sono di pubblica utilità, bensì perché rappresentano l’occasione per far lievitare i costi e farci la cresta. Una sorta di pic nic collettivo per i soliti noti ed i loro sodali.

Ho un vago ricordo – devo averlo letto su qualche libro di storia – delle polemiche suscitate per la costruzione dell’Altare della Patria e delle insinuazioni che qualcuno ci avrebbe guadagnato dalla scelta delle imprese lapidee bresciane, visto che l’abbagliante marmo di Botticino fu voluto a tutti i costi, malgrado forti resistenze da parte di esperti di buon gusto.

Ed una delle immagini più veritiere, per quanto crudeli, del modus operandi di faccendieri e costruttori che vincono facili gli appalti, ce la diede quell’imprenditore edile campano, Francesco Maria De Vito Piscicelli, che la notte del terremoto de’ L’Aquila, fu intercettato mentre, al telefono, gioiva al pensiero di tutti i lavori che ne sarebbero scaturiti, essendo lui ben agganciato con quelli della cosiddetta ‘cricca della Ferratella’ (dal nome della zona dove ha sede la Protezone civile).

Non c’è opera pubblica italiana, sia di emergenza (la ricostruzione post terremoto dell’Irpinia del 23 novembre 1980 docet) sia per il miglioramento della qualità della vita dei cittadini che non puzzi lontano mille miglia di potenziali mazzette, quasi sovrapponendo e mutando di significato l’espressione ‘partire per la tangente’ con un ruolo decisivo in campo politico ed amministrativo. D’altronde, ma cosa ci viene a raccontare quel santino infilzato di Roberto Formigoni, nella cui disponibilità è risultato esservi un patrimonio di 49 milioni di euro, sostenendo che si tratta del risparmio di una vita sobria e morigerata?

Quasi suscita tenerezza il ricordo della moglie di un politico delle mie parti, giunto anche a investiture governative, che giustificò l’acquisto di una villa al mare con ‘i risparmi della spesa’.

Qualche ‘crestarella’ i politici di quei tempi la fecero, però con ritegno, briciole rispetto alla voracità che emerge ogniqualvolta la magistratura indaga sulla realizzazione di un’opera pubblica. Ho un’amica, la professoressa Emma Galli dell’Università La Sapienza di Roma che, con la collega Nadia Fiorino, ha scritto per i tipi de’ Il Mulino ‘La corruzione in Italia’, libro che sarebbe bene venisse adottato come livre de chevet dei magistrati che indagano sulla miriade di opere pubbliche grandi e piccole presenti in Italia.

Il verminaio veneziano – dunque è la corruzione il disvalore in cui si riconosce e si unisce la società italiana? – ha cloni diffusi sul territorio: cominciando dai lavori per l’Expo – manifestazione che pare più impoverire il Paese che arricchirlo: investiamo soldi pubblici per infrastrutturare (e neanche bene) l’area milanese destinata all’Expo e poi la tempesta suscitata dalla scoperta della compagnia delle mazzette che governava il business in grigio non fa che allontanarci la stima dei Paesi che dovrebbero sostenerci, alienandoci la venuta di una pattuglia di espositori. Anche l’ONU ha espresso, pur senza azioni eclatanti ed esplicite, il suo disappunto, giacché manca sul sito dell’Expo una foto del Segretario generale Ban ki-Moon. Sotto c’è tutta una cosa confusa, pare che inizialmente ci fosse e poi sia stata fatta ritirare dalle stesse Nazioni Unite a metà maggio scorso.

Il povero Segretario generale Moon era in Italia proprio in concomitanza con gli arresti e, prima che ‘scoppiassero’, si era pavoneggiato in dichiarazioni ufficiali a sostegno dell’Expo.

Poi la fotina ritirata, – alibi adottato e fatto circolare dall’Expo – si attribuisce la sparizione ad una richiesta delle stesse Nazioni Unite  ‘per una loro politica informativa istituzionale che preferisce dare spazio all’evento e non alla persona’.

Il fondo del mio pensiero va ad una cresta megagalattica in casa ‘Palazzo di Vetro’, ai principi di questo secolo, collegata all’operazione irachena ‘Oil for food’, con uno schema corruttivo internazionale che si alimentò di ben 10,1 mld di dollari dell’epoca. Il che dimostra che l’olezzo dei soldi fa presto a trasformarsi in fetore (e che il più pulito c’ha la rogna).

A proposito dell’Iraq: di dritto o di rovescio, questo povero Paese martoriato ha generato proventi illeciti anche per un grand commis di lungo corso, divenuto una specie di oracolo in campo ambientale: Corrado Clini. Ha persino ricoperto il ruolo di Ministro dell’Ambiente nel mitico Esecutivo ‘rigore & sobrietà’ guidato da Mario Monti (a proposito: missing. Qualcuno sa dirmi che fine ha fatto, dopo tanta sovraesposizione: ai giardinetti col cagnolino ‘Empy’? Sicuro che non fosse ‘Empty’?).

Il che la dice lunga come sia possibile avere una doppia anima: di uomo delle Istituzioni e di squalo dai conti all’estero.

Alla luce di questi fatti, mentre è in itinere l’annuncio di un tal decreto ‘Sblocca Italia’, che dovrebbe far ripartire le Opere Pubbliche incagliate, sarebbe bene che l’impetuoso ragazzo di Pontassieve concepisse anche dei metodi perché questa nuova occasione non si trasformasse in un immenso bunga bunga tangentizio…

Torniamo al punto di partenza, ovvero alla triste Venezia che, più che salvata dalle acque come Mosè, è stata annegata fra le tangenti.

Oltre al sindaco Giorgio Orsoni, un altro personaggio è stato inquisito ed è sfuggito all’arresto in quanto al momento tutelato dall’immunità parlamentare: è Gian Carlo Galan, fra i fondatori di Forza Italia prima maniera. Il suo padre putativo aziendale in Publitalia, Marcello Dell’Utri è per il momento parcheggiato a Beirut (non si capisce cosa osti al suo ritorno – in galera italiana -, visto che è stata firmata dal presidente libanese la sua estradizione); il grande capo a tenere allegri i vecchietti il venerdì, insieme al baccalà (che, credo, detesti) a pranzo e che sconta misure alternative di detenzione (come la girate e come la voltate, sempre un pregiudicato condannato in via definitiva è); il compagno di merende Cesare Previti più o meno nelle stesse condizioni; Scajola, e che ve lo dico a fare?

E il nuovo che avanza non è da meno: seppure  ‘solo’ in primo grado, Raffaele Fitto è stato condannato nel 2013 a 4 anni di reclusione e a 5 di interdizione dai pubblici uffici per corruzione, finanziamento illecito e abuso d’ufficio. Intelligenti pauca.

Insomma, una gang, più che un Partito. Più che padri fondatori, ‘padrini’.

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