lunedì, ottobre 22

Se i curdi stanno con Assad, chi tira le fila? L’ influenza turca nel nord della Siria adesso è in pericolo

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Sono ore decisive per la guerra siriana. Non tanto perché ieri mattina nel resort russo di Sochi è iniziato l’ennesimo giro di colloqui tra i delegati di Russia, Iran e Turchia. A cambiare la situazione sul campo questa volta è il canale semiufficiale di dialogo che si è aperto negli ultimi giorni di luglio tra il presidente Bashar Al Assad e i curdi delle Forze Democratiche Siriane, sostenute e armate dagli Stati Uniti. Uno sviluppo apparentemente impossibile, ma che era nell’aria da mesi. Il tutto a svantaggio di uno dei protagonisti dei colloqui di Sochi: la Turchia.

Ankara controlla il nord-ovest della Siria con le città di Afrin e Manbij, recentemente sottratte ai curdi. Le milizie ribelli di Idlib sono sue alleate: in questa provincia siriana l’esercito turco ha allestito dodici postazioni militari.

A Sochi, dove è presente l’inviato dell’Onu Staffan de Mistura, le preoccupazioni di Ankara di sicuro non si fermeranno alla lista di candidati da sottoporre al presidente Assad per la stesura di una nuova costituzione siriana in vista dell’Assemblea Generale dell’Onu, a settembre.

Il presidente siriano, sostenuto dall’aviazione russa e dalle milizie iraniane, in queste ore si prepara a riconquistare l’intera provincia di Idlib, nel nord del paese: i bombardamenti sulle postazioni ribelli sono ormai quotidiani. La tappa successiva sarebbe la città di Afrin sotto controllo turco.  

Le autorità curde, che attualmente governano il nord-est della Siria e hanno in mano quasi tutte le risorse energetiche del paese, il 26 luglio hanno inviato una delegazione a Damasco per incontrare rappresentanti del governo di Assad. Secondo fonti curde, sarebbe stato raggiunto un accordo per il riconoscimento della regione autonoma nel nord est della Siria. Per ora, Damasco non ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale in merito.

Domenica sera una fonte dell’esercito siriano, parlando al quotidiano online ‘Al Masdar News’, filo-Assad, ha confermato quello che già diversi leader curdi avevano fatto trapelare: le Forze Democratiche Siriane potrebbero essere al fianco di Assad nella riconquista di Idlib. Qualche ora prima le Unità di Protezione Popolare, le milizie alla testa delle forze curde, avevano fatto sapere di essere già  attive nella zona di guerra: tra il 26 e il 27 luglio, nei giorni degli incontri di Damasco, si sono portate avanti uccidendo undici miliziani alleati di Ankara nel corso di un’operazione ad Afrin.

Ieri, secondo fonti locali, l’esercito statunitense avrebbe inviato ingenti aiuti militari ai curdi: un convoglio di 300 camion carichi di armi e munizioni diretto alla base militare americana di Kharab Ashak, a nord di Raqqa.

La posizione di Washington, principale alleato delle forze curde, in questo momento non è certo favorevole ad Ankara. Negli ultimi frenetici giorni di luglio i rapporti tra i due paesi si sono ulteriormente raffreddati: il presidente americano Donald Trump ha minacciato ampie sanzioni contro la Turchia se il governo di Ankara non dovesse rilasciare il pastore americano Andrew Brunson, che adesso, dopo quasi due anni di prigionia nelle carceri turche, si trova agli arresti domiciliari con l’accusa di terrorismo. Il presidente Recep Tayyip Erdogan a Trump ha risposto a tono dichiarando che non saranno le minacce a fargli cambiare posizione.

Il problema è che a Manbji, una delle due città siriane sotto il controllo turco, sulle quali adesso pesa l’avanzata dell’esercito di Assad, ci sono anche basi statunitensi. La presenza dei curdi al fianco dell’esercito siriano sarebbe una garanzia di prim’ordine per evitare uno scontro diretto tra Assad e Stati Uniti. All’interno di queste basi non ci sono solo americani, ma anche soldati francesi: in Siria ce li ha mandati il presidente Emmnuel Macron a marzo di quest’anno, proprio pochi giorni prima che Trump annunciasse la volontà di ritirare le truppe statunitensi dal paese in un prossimo futuro. Ci sarebbero anche uomini delle forze speciali inglesi, anche se Londra ha sempre negato. A marzo, però, un soldato britannico è morto accanto a uno americano nel corso di uno scontro a Manbji.

Non è la prima volta che i curdi scendono a patti con il regime siriano. È accaduto alla fine del 2014, quando Assad ha riconquistato Aleppo est senza toccare il quartiere controllato dalle milizie curde. E sta accadendo adesso nella regione di Tel Rifaat, a pochi chilometri dalle postazioni turche, dove le unità delle Forze di Protezione Popolare curde si trovano sotto la protezione del regime siriano e dell’esercito russo.

Comunque si mettano le cose, questi accordi tra Assad e i curdi per Erdogan sono una spina nel fianco: l’influenza turca nel nord della Siria, per la quale Erdogan ha cercato in tutti i modi di ottenere l’appoggio americano, adesso è in pericolo. Washington cerca di stare al margine del gioco. Con i curdi e Assad il dialogo è impossibile: ad Ankara non resta che la mediazione russa e, naturalmente, francese. Due giorni fa la Turchia ha annunciato un summit a settembre con Francia, Russia e Germania.

Intanto, Erdogan si porta avanti e cerca di guadagnare terreno: ieri sono iniziati i lavori di costruzione di una superstrada che dal confine turco porterà a Manbji. Non è detto che abbia il tempo per terminare l’intero percorso.

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