venerdì, Luglio 30

Se Atene riabilita Grillo

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Nei prossimi mesi i populisti potrebbero riscuotere successi elettorali importanti in molte delle otto elezioni parlamentari previste nei Paesi UE (Danimarca, Estonia, Finlandia, Grecia, Polonia, Portogallo, Spagna e Regno Unito). In Italia, al momento, non sono previste urne prima del 2018. Ma dopo quella per l’elezione del presidente della Repubblica, è bene segnare una nuova data cruciale nell’agenda dei balletti di governo: il prossimo 25 gennaio. Tra poco più di due settimane Atene si recherà al voto dopo che il Parlamento ellenico, per ben tre volte, si è arenato sull’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

1000 i km che separano Atene da Roma. Una distanza importante, ma che non può certo definirsi di sicurezza, se si pensa che qualora Alexei Tsipras dovesse volare negli exit poll il rischio di un effetto contagio che riabiliti e rilanci i populismi potrebbe giungere in un batter d’occhio anche alle porte del nostro Paese.

Chissà quanti sono stati gli italiani che, per motivi differenti, hanno sollevato un calice a Capodanno per brindare ad un 2015 un po’ meno turbolento. Molti sono, invece, i politici che hanno pensato che da questo gennaio converrà muoversi come un elefante in una cristalliera, per evitare che le fibrillazioni in corso in altri Paesi possano contagiare in qualche modo lo scenario politico ed economico del Paese.

Occhi puntati sulla Grecia e sul fenomeno Syriza: il partito profondamente euroscettico che a maggio scorso ha vinto le elezioni europee con il 26,5% dei voti (contro il 22.7% del partito di al governo, Nea Dimokratia) e che conta già un buon numero di ammiratori all’estero: Nigel Farage nel Regno Unito, Marine Le Pen in Francia e addirittura ben tre dei quattro maggiori partiti italiani – rispettivamente Forza Italia, Lega Nord e Movimento Cinque Stelle.

«L’Italia deve uscire dall’euro prima che sia troppo tardi», ha tuonato lo scorso 10 dicembre Beppe Grillo, leader del Movimento Cinque Stelle, in occasione del lancio del referendum sull’abbandono della moneta unica. Una moneta, quella europea, addirittura definita «insostenibile» perché, come hanno precisato all’interno del M5S è stata «disegnata su misura per la Germania e le oligarchie finanziarie».

A dar man forte al grido anti euro è il partito di Matteo Salvini. Da Bruxelles, scrive i leader della Lega Nord su  Twitter, «dicono che l’adesione all’ euro è irreversibile. Palle, solo la morte è irreversibile, tutto il resto può cambiare!». E poi sottolinea: «Paesi europei che nel 2014 sono cresciuti (Ungheria, Polonia, Gran Bretagna) non hanno l’Euro. Andare al governo per rottamare Bruxelles si può».

Infine Forza Italia: dopo aver promosso per anni il messaggio dei padri fondatori che consideravano l’Europa il più nobile degli ideali, ha anch’essa deciso di abbracciare il cosiddetto lepenismo all’italiana per provare a dare una scossa agli ultimi sondaggi.

Ecco spiegato per quale motivo il timore di un’escalation tricolore anti euro è forte non solo in Italia, ma anche fuori dai confini nazionali. Qualche settimana fa sulle pagine del settimanale tedesco ‘Der Spiegel‘ l’editorialista Wolfang Munchau, analizzando la situazione politica dei Paesi dell’Eurozona, ha presagito una possibile e prossima uscita dall’euro dell’Italia anche a causa di una ripartenza dei nostri partiti euroscettici. In effetti, se le elezioni fossero davvero alle porte e si sommassero i voti dei partiti che hanno inserito l’abbandono della moneta unica all’interno di programmi elettorali e delle più recenti dichiarazioni, l’elettorato raggiungerebbe quota addirittura superiore al 50%. Una percentuale schiacciante, la cui leadership sarebbe detenuta principalmente dalla Lega e da Forza Italia.

E’ sempre ‘Der Spiegel‘ a rimarcare come «alla luce dei disastrosi dati economici degli ultimi anni non sia sorprendente che l’Italia conti un numero così rilevante di leader anti euro» e che Matteo Renzi si ritrovi in un «dilemma di difficile risoluzione». Se il presidente del Consiglio appoggiasse Tsipras, l’Italia sarebbe probabilmente punita sui mercati dei capitali, e non troverebbe più consenso per nuovi aiuti da parte della Germania e dei numerosi governi che sostengono la linea di Angela Merkel. Ma allo stesso tempo se Renzi non seguisse il leader di Syriza rischierebbe una forte impopolarità in Italia, visto che negli ultimi mesi ha promesso e affermato di promuovere un nuovo corso in Europa, da raggiungere anche grazie al supporto dei Paesi del Sud. «In un caso o nell’altro, se Atene non trovasse un accordo con l’UE di Juncker e Merkel e si arrivasse a un addio dall’euro o alla bancarotta della Grecia, le conseguenze sarebbero gravi per Renzi», conclude Der Spiegel.

Il che vorrebbe dire ulteriore crollo dell’economia del Paese, ma soprattutto rischio di una pericolosa destabilizzazione politica. Il 25% di Grillo è una fisarmonica che si allarga e si comprime a seconda dei momenti di impopolarità/popolarità del governo. Ma è soprattutto dal centrodestra che proviene lo scenario più inquietante.

 Al momento ci si muove come sulle sabbie mobili: mentre in Grecia si attende il D-day e la riscossa di Tsipras (secondo le ultime rilevazioni Syriza si attesterebbe su un 30,4%, tre punti in più del partito dell’attuale premier Antonis Samaras), sotto il suolo italiano continuano a ribollire i «venti del populismo e di quanti teorizzano l’uscita dall’Euro», come ha sottolineato il Capo dello Stato nel suo messaggio di fine anno.

Un messaggio che Giorgio Napolitano ha rivolto agli italiani, al governo, ai politici, e al prossimo inquilino del Colle, in modo da incoraggiare una linea di coerenza sulla lotta all’euroscetticismo impellente. Ma difficile dire se quelle parole abbiano rassicurato pienamente osservatori e broker stranieri. All’estero si teme ancora che il copione già visto ad Atene possa facilmente ripetersi anche nella non lontana Roma. E che quindi, qualora anche il Parlamento italiano si dovesse arenare sul dopo-Napolitano, si possa arrivare ad una campagna elettorale per le politiche che veda populismo ed antipolitica avere la meglio. Come dicono a Bruxelles, «un’elezione per volta. Wait and see!».

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