giovedì, Agosto 5

S&D e GUE insieme per isolare gli euroscettici E’ l’auspicio dell’europarlamentare S&D Roberto Gualtieri

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Roberto Gualtieri

 

Bruxelles – “Auspico che il gruppo GUE”, il gruppo che all’Europarlamento raccoglie le frange più estreme delle sinistre europee, “possa associarsi con S&D lasciando così isolati gli estremisti di destra e gli euroscettici”. Ad affermarlo è il parlamentare europeo del PD (in Europa gruppo S&D) Roberto Gualtieri, ricandidato per la tornata elettorale del 25 maggio sulla Circoscrizione Centro.
Secondo il sondaggio sulle intenzioni di voto per le europee realizzato il 22 aprile dall’Istituto Piepoli, il PD raccoglierebbe il 34% dei voti (in crescita dello 0,5% rispetto il rilevamento della settimana precedente).
Ieri l’osservatorio PollWatch2014 ha diramato una nuova proiezione sulla composizione del prossimo Parlamento Europeo, basata sui sondaggi interni a ciascuno dei 28 Paesi membri UE. Secondo queste proiezioni il PPE sarebbe in vantaggio sul PSE (primo gruppo nel prossimo Europarlamento). In Italia, il PD è dato al 32,3%, a livello europeo S&D avrebbe 208 seggi, e il GUE 51. La ‘galassia’ euroscettica alla quale fa riferimento Gualtieri supererebbe i 100 seggi.

Onorevole Gualtieri, qual è la sua opinione sulla linea di austerità adottata dall’Ue nei confronti di alcuni paesi membri?
I meccanismi usati per una linea economica di austerità sono inadeguati a creare una politica prociclica e non anticiclica. Non dimentichiamo che l’Ue ha avuto due recessioni: l’una, all’inizio, nel 2007-2008, analoga a quella degli Stati Uniti ma dal 2011, quando gli Usa sono usciti dalla crisi, l’Ue è rimasta in difficoltà. Una difficoltà autoinflitta e dovuta a una politica economica sbagliata. Il problema ora è di correggere questo progetto economico sbagliato. Per questo noi chiediamo l’utilizzo effettivo dei margini concessi dal ‘Six Pack’. In Italia invece ci troviamo con una crescita bassa e una situazione di deflazione: il governo italiano deve tenere il deficit a 2,6 % mentre il premier Matteo Renzi voleva arrivare al 3%. L’Europa ha le sue regole che sono state usate in modo sbagliato. Con il ‘Six Pack’, il ‘Fiscal Compact’ e il ‘Two Pack’ è stata rafforzata la capacità dell’Unione europea di controllare i bilanci nazionali. Gli strumenti non mancano certo. Ad esempio con il ‘Two Pack’ è possibile rimandare indietro una legge ma non si possono sostituire le leggi nazionali.

Cosa fare allora?
La Commissione europea dovrebbe avere un modo più corretto per effettuare uno scorporo parziale del finanziamento dei fondi europei.

Cambiare come?
Serve un cambiamento nella politica macroeconomica della Commissione europea che presti maggiore attenzione alla crescita.  Ci auguriamo che una nuova Commissione europea possa adottare un atteggiamento pro-ciclico. E’ illusorio pensare di poter tagliare ogni anno 1/20. Questo 20/mo va invece aggiustato sulla base dei fattori più salienti dell’economia, i cosiddetti ‘relevant factors’. Occorre una correzione profonda.

Lei pensa che un tasso d’interesse unico europeo sia la risposta?
Un tasso unico d’interesse già esiste, la BCE lo ha già applicato. Ma quando si esce sul mercato, i tassi sono diversi.   

Come superare il ‘credit crunch’?
E’ uno dei compiti essenziali  e l’Unione bancaria rappresenta una premessa. E’ una condizione necessaria ma non sufficiente. Quello che si dovrebbe fare è creare un fondo europeo di garanzia per i crediti alle imprese per ridurre lo spread dei tassi. E’ necessario andare verso una gestione comune del debito. Nel rapporto del Comitato dei Saggi appena uscito si chiede una revisione dei trattati.

E lei è d’accordo?
Io credo che il meccanismo attuale istituito per  minimizzare il peso sui contribuenti, il cosiddetto Fondo di Redenzione del Debito,  sia più costoso dei fondi messi a disposizione. 

Qual è la posizione dei partiti politici su questo punto?
Il candidato del PPE alla presidenza della Commissione europea, l’ex premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, non vuole gli eurobond, mentre il candidato del S&D Martin Schulz è d’accordo. Nel programma dei socialisti europei si parla di un margine di manovra per permettere alle imprese di investire.  Dobbiamo quindi utilizzare questo spazio e andare a una riforma del patto di stabilità dove sia possibile scorporare gli investimenti. Senza investimenti non si costruisce il futuro, un modello di sviluppo senza investimenti non può funzionare.

Ma questo ha creato uno scontro con la BCE?
Le regole che definiscono il mandato con la BCE si possono modificare. L’obiettivo dell’inflazione al 2% non porta pregiudizio alla stabilità dei prezzi,  ma il trattato impone alla BCE di contribuire alla crescita economica e alla costruzione di una base deflattiva.

Ma come si possono gestire allo stesso modo economie diverse?
L’Unione europea ha regole che valgono per tutti. L’importante è investire sul metodo comunitario e non su quello intergovernativo. Serve quindi un rilancio del metodo comunitario con un Presidente della Commissione europea che usi i metodi intergovernativi. Bisogna por fine al periodo in cui la Commissione è stata il ‘centro studi’ del Consiglio.

Cosa possiamo allora aspettarci dal nuovo Parlamento che si insedierà alla fine del mese prossimo?
Noi vorremmo forzare il peso del Parlamento europeo verso il procedimento di elezione del Presidente della Commissione europea. Con questa innovazione si punta a rafforzare il rapporto della Commissione verso il Parlamento europeo, inserendo più politica e meno tecnicismi nella vita degli europei. Così si potrà dare un nuovo impulso ad un nuovo metodo comunitario in cui il rapporto fiduciario con il Parlamento europeo sia più forte. Con una Commissione europea più politicizzata e più democratica potremo percorrere la strada verso un’Europa politica con una forte virata a sinistra.

I punti salienti di questa virata?
Rafforzamento del Parlamento europeo e rafforzamento della posizione dei socialisti con la loro agenda per la crescita, la coesione sociale e il lavoro.

Lo scenario futuro?
I socialisti vogliono essere il primo gruppo al Parlamento europeo in modo da poter esprimere il Presidente della Commissione europea secondo gli accordi finora stipulati per cui sarà il gruppo più forte, anche un solo voto in più, quello che esprimerà il Presidente della Commissione. Si potrebbe anche decidere di creare una coalizione di sinistra a questo scopo per rafforzare questa posizione.

Come vede quindi  il futuro dell’Europa? Ci sarà una dimensione sociale?
Noi vogliamo una sfida sul futuro dell’Europa, una svolta per la crescita, l’occupazione e il metodo comunitario nella costruzione della democrazia europea. La dimensione sociale dell’Unione europea è molto importante. Noi insistiamo che nel futuro dell’Unione europea ci sia questo pilastro della dimensione sociale. In particolare chiediamo che nella revisione dell’MFF ci sia un aumento del fondo di garanzia per i giovani. Dai 6 miliardi ora previsti chiediamo che si passi a 21. E chiediamo che venga introdotto un sistema di comparazione (benchmark) sociale cui si possa dare un peso uguale a quello della finanza pubblica. In questo modo le politiche europee potranno essere valutate sulla base del loro peso sociale.

Quale sarà l’impatto sui cittadini europei?
E’ questo che vogliamo rilanciare: l’impatto sui cittadini delle politiche europee.

In dettaglio?
Per quanto riguarda la dimensione sociale noi sosteniamo la creazione di una capacità fiscale della zona dell’Euro in grado di accollarsi i sussidi di disoccupazione con la creazione di uno stabilizzatore automatico per la disoccupazione.

E quale politica estera lei auspica per l’Ue?
La crisi ucraina ha segnato un limite profondo nella politica estera dell’Unione che ha avuto un approccio troppo economico e troppo poco politico. La Eastern Partnership, il partenariato orientale nell’Ue, avrebbe dovuto essere un ponte. Ma così non è stato. Ora l’Unione europea deve reagire cercando di parlare con una voce sola. Dove invece c’è stata una voce sola, come in Serbia e nel Kosovo, i risultati sono evidenti: la Serbia è candidata all’ingresso nell’Unione europea e i negoziati sono già iniziati e la situazione in Kosovo dimostra che quando l’Ue ha una strategia politica può avere un grande impatto. Se invece è confusa e si seguono interessi molto particolari il rischio è che la situazione sfugga di mano.

 

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