venerdì, Luglio 30

Scuola, è polemica in Ungheria

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Sono iniziate a fine febbraio e stanno proseguendo in Ungheria iniziative di protesta per la gestione del sistema scolastico. Ne sono protagonisti non solo gli insegnanti e i loro sindacati, che hanno organizzato alcune dimostrazioni, ma anche molti genitori, tanto che il 1° marzo una percentuale non piccola degli alunni non si è presentata a scuola proprio per decisione delle rispettive famiglie (i dati della inusuale protesta sono incerti perché le fonti non concordano, ma in certe zone del Paese potrebbe essere stato coinvolto circa un terzo degli scolari). Anche fra coloro che non hanno aderito alle proteste è comunque alta la preoccupazione per il cattivo stato di salute delle scuole elementari e medie in particolare. Oggetto delle critiche è il governativo Centro di sostegno scolastico Klebesberg, noto sotto l’acronimo Klik, alla responsabilità del quale il primo ministro Viktor Orbán ha affidato nel 2013 l’ingrato compito di gestire l’intera rete scolastica di primo grado ungherese composta in totale da 198 distretti.

Il Klik è chiamato a prendere tutte le decisioni riguardanti le scuole: dalla cura degli edifici scolastici al materiale didattico, dalla gestione economica del personale ai provvedimenti valutativi e disciplinari. Un compito elefantiaco, per il quale il Centro non è ancora riuscito, dopo due anni, ad attrezzarsi in maniera adeguata. L’accorpamento di tutte le competenze in un unico ente è stata la risposta del governo a una situazione di difficoltà dovuta all’organizzazione precedente, che peccava di eccesso di dispersione.

Fino al 2013 la scuola era infatti di competenza del comune che la gestiva in maniera del tutto autonoma e malvolentieri. Rappresentava un peso economico che le casse comunali non erano spesso in grado di sostenere in maniera adeguata, creava spiacevoli situazioni per gli insegnanti e rendeva problematica perfino la raccolta di dati a fini statistici: fino a poco tempo fa il ministero dell’educazione non sapeva di quante unità si componesse in totale il personale nelle scuole. Il malessere era già evidente nel decennio scorso, quando sotto il governo del socialista Ferenc Gyurcsany erano state chiuse (cioè: erano state dichiarate non più finanziabili) 1.127 scuole e circa 10.000 persone avevano perso il posto di lavoro. Già allora si era manifestata la tendenza dei comuni ad accollare la scuola rispettiva a privati disposti a rilevarla, che nella maggioranza dei casi erano le chiese storiche: la cattolica, la riformata e l’evangelica. Queste, non in quanto chiese ma in quanto seggetti privati, ricevono alcuni sussidi statali e diverse altre agevolazioni, di cui i comuni non dispongono, in coerenza con il principio della loro autonomia finanziaria. A dire il vero, anche le chiese si sono ultimamente fatte prudenti e di regola respingono le offerte d’acquisto che ricevono, specie nei luoghi dove l’esistenza di una scuola dipende più da questioni di prestigio locale che da necessità.

Può darsi che all’estrema frammentarietà del sistema scolastico di primo grado il governo Orbán abbia risposto in maniera altrettanto estrema in direzione opposta, accentrando tutto sotto un’unica regia. In effetti il Klik ha cercato di ridurre il numero degli insegnanti favorendo il prepensionamento, ha accorpato classi e chiuso qualche scuola e ha così suscitando inevitabili malumori (che prima ricadevano sui sindaci). Nelle misure positive il Klik si è rivelato poco efficace: ha effettuato pagamenti in ritardo, non ha fornito in tempo materiale didattico, non ha mostrato flessibilità nell’affrontare emergenze di vario tipo in singole scuole.

Ma se queste insufficienze siano strutturali o passeggere è una conclusione che solo il tempo permetterà di trarre. Mercoledì scorso il ministro delle risorse umane (così si chiama a Budapest il ministero dell’istruzione) Zoltan Balog ha ammesso che forse “abbiamo spinto troppo sui pedali” e ha annunciato che se davvero i disguidi del Klik si riveleranno ineliminabili, si procederà a una moltiplicazione di Klik, se ne creeranno cioè altri per grandi aree regionali, ma non si tornerà certo a far pesare le scuole sui comuni. Questo è, a grandi linee, lo sfondo delle proteste di insegnanti e di parte delle famiglie che in questi giorni si stanno svolgendo in Ungheria.

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