mercoledì, Aprile 21

Scuola e ‘I-padagogia’ Una nuova frontiera tecnologica coinvolge la scuola moderna cambiandone le regole educative

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Il convegno intitolato I-PADAGOGIA, ispirandosi al termine ‘pad-agogia’ – fusione tra il vocabolo tecnologico pad e il sostantivo ‘agogica”, che nel linguaggio musicale significa ‘indicazione di un andamento’ –, coniato nel 2010 in Australia da Jeffrey Brand e Shelley Kinash proprio per riflettere sul ritmo e sulle modalità del cambiamento, si terrà l’11 aprile prossimo alla Fiera di Verona nel Centro Congressi, presso l’Auditorium Verdi.

Promosso dalla Direzione Scolastica Regionale del Veneto, è stato organizzato da Cnos-Fap (Centro Nazionale Opere Salesiane – Formazione Aggiornamento Professionale) e Apple guardando ai quasi due anni di sperimentazione sull’i-pad come strumento in aula, con un’iniziativa che coinvolge una ventina di centri professionali salesiani e oltre 2500 ragazzi, con risvolti molto interessanti. Il convegno vuole essere, dunque, una lettura documentata sulle modifiche in atto nell’apprendimento, coinvolgendo insegnanti e dirigenti sul tema della didattica digitale. L’utilizzo del tablet nella didattica ha un potenziale dirompente, ma mal si adatta all’approccio tradizionale, va quindi ripensata anche la cultura pedagogica. Proprio su questa tematica si basa il convegno e il dibattito sul tema, mettendo in primo piano anche l’esperienza estera dell’Ørestad Gymnasiun di Copenaghen, promotore della didattica senza carta, pensata per uno studente nomade e non più sedentario, illustrata dal preside del centro Allen Kjaer Andersen. L’apertura dei lavori sarà affidata a Mario Tonini, presidente nazionale del Cnos-Fap, insieme alle autorità (tra le quali probabilmente anche l’onorevole Gabriele Toccafondi, in qualità di sottosegretario del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca), mentre a introdurre e concludere il tema sarà Roberto Franchini del Comitato scientifico iCnos. Gli interventi nell’ordine saranno quelli del già citato Allen Kjaer Andersen, a seguire Massimo Tosi per Apple Distinguished Educator, quindi il capofila della sperimentazione made in Italy Alberto Grillai e vi sarà un confronto con Maria Grazia Ottaviani, che cura il progetto Wikidisciplina.

Questa nuova pedagogia, o pad-agogia dell’apprendimento riguardante i nuovi media informatici, ha dato vita a cinque punti fermi nella sperimentazione del rapporto tra insegnamento e apprendimento. Il primo è che l’innovazione tecnologica non ha un valore in sé, ma assume un significato soltanto se e quando diventa veicolo e/o occasione di innovazione organizzativa e metodologico-didattica; il secondo afferma che l’innovazione tecnologica non può essere attuata sporadicamente, ma implica l’interazione ‘virtuosa’ tra tutti gli attori che interagiscono in un contesto omogeneo, la continuità nel tempo e il consolidamento di buone prassi. Il terzo consiste nel fatto che le innovazioni più significative sono quelle che riescono a diventare patrimonio condiviso di tutti i soggetti coinvolti (insegnanti, studenti, dirigenti, genitori, referenti…) e innescano processi orientati al miglioramento della qualità complessiva dell’organizzazione in cui si collocano; il quarto è che qualsiasi innovazione tecnologica implica una ‘visione sistemica’ e richiede che si mettano in atto investimenti costanti, strategie permanenti di supporto ai soggetti coinvolti e politiche flessibili di alfabetizzazione, formazione continua e aggiornamento delle competenze; l’ultimo riguarda le innovazioni metodologiche più significative che le tecnologie possono agevolare o sostenere. Esse sono quelle che riportano lo studente al centro del processo di apprendimento e lo spingono ad essere ‘attivamente coinvolto’.

Abbiamo intervistato sull’argomento Roberto Franchini, non solo membro del Comitato scientifico di iCnos, ma anche docente all’Università Cattolica di Brescia.

Ci può dare una definizione di I-padagogia?

L’introduzione del tablet, nello specifico dell’iPad nella scuola, non è un fatto neutro, come sostituire una lavagna a fogli mobili con una L.I.M. (lavagna interattiva multimediale), dove lo schema didattico non cambia, ovvero c’è un docente che spiega e dei ragazzi che ascoltano. Questa introduzione, essendo il tablet un dispositivo individuale, flessibile, leggero e disponibile, muta profondamente la concezione stessa del rapporto tra insegnamento e apprendimento, ridisegnando, o aiutando a ridisegnare, perché la pedagogia ci era arrivata da sola, il modello di scuola. La scuola 2.0 e la pedagogia legata a questa non sono semplicemente la stessa cosa di prima col tablet, ma una concezione profondamente diversa perché vede un maggiore protagonismo degli studenti, molta meno lezione, molta più ricerca, molta più trasparenza rispetto alle fonti culturali del sapere, molta più competenza e meno conoscenza.

Quali sono i nodi centrali del convegno di Verona sull’I-padagogia?

C’è un nodo teorico e uno pratico. Il nodo teorico è la presentazione del modo in cui appunto il tablet potenzialmente rivoluziona la didattica, alla luce anche di esperienze internazionali, come dimostra la presenza del preside di Copenaghen. La scuola di Copenaghen, che abbiamo visitato nel dicembre scorso, è profondamente innovativa. L’altro nodo, invece, è quello esperienziale, pratico: c’è una comunità di scuole, quelle salesiane, che non solo ha provato a cambiare la didattica, ma ha elaborato delle linee guida, ovvero delle raccomandazioni (qualcosa cioè che si può condividere in modo concreto, non solo in linea teorica), che durante il convegno verranno presentate e possono rappresentare un punto di partenza importante per discutere della riforma della scuola in Italia.

Quali sono i vantaggi di usare il tablet nelle scuole?

In ultima analisi il vantaggio più concreto è creare un maggiore benessere dei ragazzi a scuola. Il modello, tradizionale (fatto di lezioni, libri, ascolto, studio a casa e interrogazioni) provoca un più o meno aperto, o nascosto, malessere nei nostri studenti, una sorta di sensazione di contrasto tra il mondo degli adulti, in questo caso i docenti, e i ragazzi. Il tablet, riportando la centralità sugli studenti, sul loro modo di fare ricerca, su un modo accattivante di organizzare i contenuti, di costruire dei prodotti, dei video, degli e-book, di lavorare in gruppo, di interagire non solo con l’interno, ma anche con l’esterno, dovrebbe produrre – e di fatto sta producendo – un maggiore benessere dei ragazzi a scuola e dunque una minore dispersione scolastica. Si consideri che l’Italia è uno dei paesi con il più alto tasso di dispersione scolastica, ben lontana dagli obiettivi posti dalla Comunità Europea del Programma 2020.

Il secondo vantaggio è più specifico e legato all’enorme aumento delle fonti della conoscenza: non siamo più costretti a dare un riferimento univoco ai nostri studenti tramite i libri di testo, ma possiamo dare loro la possibilità di avere moltissime fonti e perciò di esercitare il loro senso critico.

Come cambia il lavoro degli studenti e degli educatori nelle scuole con l’uso di questa particolare tecnologia digitale? Che cosa la differenzia tanto rispetto ad altre tecnologie quali il web, o il pc portatile?

Circa il web non credo che può fare differenza perché, in effetti, il tablet è una sorta di interfaccia estremamente versatile verso il web e in qualche modo coincide. Rispetto al pc portatile, il vantaggio più evidente è la portabilità, la non necessità di essere continuamente collegati a corrente elettrica (in questo senso anche la versatilità) e poi anche la semplicità di utilizzo (vedi le app) che, nonostante il computer stia recuperando un po’ di terreno, in ogni modo rende vantaggioso l’utilizzo del tablet.

Il lavoro degli studenti cambia, in quanto essi ascoltano meno e producono di più. Il lavoro degli educatori diventa anche la sfida più difficile, perché in genere gli insegnanti fanno fatica di fronte al cambiamento e il lavoro muta parecchio: non è la scuola che conoscono, non è quella che hanno subìto o fatto in questi anni. Volendo riassumere questo mutamento con uno slogan, l’insegnante non è più front, ossia frontale, ma è side, laterale. Non è più un saputone, che sa tutto sulla sua disciplina, ma è un metodologo, uno che aiuta gli studenti ad esercitare il loro senso critico. Non è più colui che parla, ma colui che risponde a delle domande, a delle questioni, a delle istanze. Questo comporta anche un cambiamento degli spazi didattici, dei tempi delle gestione della didattica: e si tratta di cambiamenti molto importanti.

Con l’uso del tablet l’alunno diventa protagonista delle iniziative di lezione e si riduce il tempo dedicato a lezioni di tipo trasmissivo. Crede che questo tipo di educazione possa essere maggiormente attrattivo per le nuove generazioni e non riduca l’importanza dell’insegnante in classe?

No, non riduce l’importanza dell’insegnante in classe, anzi l’aumenta e le si dà il vero senso. Intendo dire che l’insegnante che fa lezione oggi riveste un ruolo per molti aspetti superato. Oggi possiamo con tranquillità ed estrema facilità fruire via web di video lezioni, di un sacco di fonti del sapere. Se l’insegnante vuole conservare oggi il suo ruolo nel mondo del sapere, è in seria difficoltà e perciò deve essere rivalutato, a ben guardare. Perché è anche vero che gli studenti, sommersi dall’enormità delle fonti di informazione in se stesse, hanno maggiormente bisogno di un adulto che li supporti nello sviluppo del senso critico, delle capacità di interazione, di negoziazione, di cooperazione, di progettazione e, in ultima analisi, di concentrazione dei saperi. In un certo modo il ruolo dell’insegnante diventa ancora più delicato e più ambizioso.

Queste metodologie digitali costringono la scuola ad attuare dei cambiamenti sostanziali nella didattica e nelle aule? Se sì, quali?

Prima di tutto lo spazio scolastico viene a cambiare, perché occorrerà concepire spazi cooperativi e riservati a piccoli gruppi, dedicati al lavoro individuale, dedicati alla videoconferenza e così via. Mentre a tutt’oggi esso è ancora modellato per la lezione frontale, fatto di predelle, cattedre, banchi disposti tutti verso la cattedra, strumenti di proiezione visiva come la lavagna. La seconda grande differenza di tipo organizzativo è quella legata al tempo, spesso organizzato in orari molto frammentati (si va dall’ora di matematica, a quella di italiano, a quella di scienze, a quella di chimica), nei quali non si riesce a svolgere un lavoro di ricerca e cooperativo così come richiesto dal tablet. Occorrerà, quindi, ripensare anche il tempo, concependo un’unità modulare molto più ampia, di due o tre ore, o persino di intere mattinate, a disposizione degli studenti per realizzare il loro lavoro di ricerca. La terza grossa differenza è legata alle risorse, dove presumibilmente il libro di testo va verso l’esaurimento, anche nella sua versione digitale. Bisognerà pensare ad ambienti bibliotecari digitali, a biblioteche digitali, a moduli di contenuto multipli che richiedono come sempre agli studenti il lavoro di selezione tra più fonti. Sono possibili cambiamenti anche nella forma delle classi: quella organizzata per età e grandi raggruppamenti dovrà essere inevitabilmente superata, si va verso i piccoli gruppi di tipo cooperativo.

Si parla di predisporre esperienze da parte dei formatori che coinvolgano il contributo del mondo esterno (aziendale, sociale e culturale) alla scuola tramite videoconferenze, e-mail, telefonate. Crede che la scuola sia pronta per aprirsi a queste esperienze?

La scuola fa fatica. Essa è una sorta di santuario un po’ chiuso e questa, anche se è una generalizzazione, è in gran parte un’affermazione veritiera. C’è una difficoltà di fondo verso il cambiamento, ma penso anche che ci debba essere una specie di approccio a questo fatto come qualcosa di importante. Non appena la scuola comincia ad attuare i cambiamenti, vedendone i frutti nel tempo continuerà a farlo con sempre maggiore coraggio. Credo che il ruolo del leader didattico nel promuovere il cambiamento sia fondamentale per avviare queste esperienze.

L’I-padagogia utilizza sia l’apprendimento cooperativo sia quello individuale degli studenti nella valutazione complessiva di un lavoro realizzato dal singolo alunno. Crede che questo tipo di valutazione non crei delle disparità tra alunni più meritevoli o gruppi di lavoro più meritevoli e quelli che invece non lo sono, solo in base alla loro produttività e non alla loro conoscenza del problema?

Innanzitutto nella domanda c’è una piccola imprecisione: la lezione frontale non scompare. Come primo aspetto i nostri studenti hanno bisogno comunque di momenti in cui si faccia il punto tutti insieme sulle conoscenze e le abilità che fanno parte del curriculum. Come secondo aspetto, questa potenziale nodale questione, ossia che il rischio di spostare l’iniziativa sullo studente allarghi la forbice tra gli studenti più competenti e quelli con meno competenze, si affronta organizzando bene la struttura dei gruppi di lavoro. In questo senso l’approccio del comprehensive learning ci aiuta molto: bisogna pensare a gruppi eterogenei piuttosto che a gruppi di livello, a forme di mutuo aiuto tra studenti e alla peer education, dove lo studente più competente si spende nell’aiutare lo studente meno bravo di lui. Dobbiamo introdurre quegli elementi, proprio anche nella predisposizione dei gruppi, nella interdipendenza positiva tra ragazzi, che consentano di evitare questo possibile rischio.

Quali sono i vantaggi dell’eliminazione delle lavagne nelle scuole a favore di un proiettore e un sistema di trasmissione (mirror) su ogni aula?

L’importante è che il sistema di trasmissione (mirror) non diventi una sorta di lavagna tecnologica, perché allora il vantaggio è puramente estetico ed è scarso. A mio giudizio, il vero vantaggio non è nel controllo fra i sistemi di mirror rispetto alle lavagne tradizionali, ma consiste nel fare del tablet un dispositivo di lavoro individuale di gruppo e che poi tale sistema di mirror serva soprattutto agli studenti per mostrare il loro lavoro, piuttosto che agli insegnanti per riprodurre la funzione della lavagna tradizionale.

Un’adeguata connettività internet con un accesso veloce alla rete, riservando un’adeguata banda per il traffico dei dispositivi tablet, è un indice che grava sui costi di gestione e fissi della scuola. Non pensa che alcune scuole si potranno permettere questo investimento e altre invece non lo potranno attuare facendo propendere i genitori per le prime a scapito delle altre?

Questo è sicuramente un rischio grosso. La valutazione che ogni scuola deve fare, prima di avviare sperimentazioni, o comunque progetti di questo tipo, è che una scuola così pensata, trasparente, richiede una connettività elevata. Penso che quando questo aspetto, a causa di scarsità di risorse o carenza di infrastrutture, viene a mancare, allora la sfida si debba giocare sulla riforma della didattica a prescindere dalla tecnologia. Io ripeto quello che ho detto all’inizio: la cosa più importante non è tanto il tablet in sé, quanto i cambiamenti pedagogici che la nuova scuola dovrà affrontare, al limite anche utilizzando la banale connettività di uno smartphone, o semplicemente il lavoro cooperativo con la classe.

Per quanto riguarda i tablet vi deve essere una scelta obbligatoria del sistema operativo e delle applicazioni presenti sul dispositivo dato agli studenti fatta anche da un gruppo di formatori creato ad hoc da parte della scuola. Crede che siamo pronti a questi cambiamenti e a formare gli educatori in questo senso?

È un progetto che va affrontato, soprattutto da questo punto di vista, con adeguata gradualità e programmazione, per cui ci dovrà essere innanzitutto una formazione degli insegnanti, anche se vorrei ridimensionare l’importanza di questo problema, perché è spesso possibile che gli studenti siano più avanti degli educatori e degli insegnanti su questi aspetti. In qualche modo l’insegnante deve potersi ‘fidare’ di loro sull’utilizzo efficace della tecnologia; ma certamente in un buon team di lavoro all’interno della scuola è necessaria la presenza di almeno due o tre insegnanti leader, anche dal punto di vista tecnologico.

La risposta alla crisi della scuola può avvenire dall’utilizzo delle nuove tecnologie nei campi dell’apprendimento?

Le do una risposta strana: secondo me l’introduzione della tecnologia amplifica la crisi della scuola che già c’era e in qualche modo la costringe ancora di più al cambiamento. Non è che prima cambia la cultura della scuola e dopo introduciamo la tecnologia, ma forse questa introduzione tecnologica indurrà e costringerà la scuola a mutare la sua cultura. Questo avviene anche nelle aziende: non cambia prima la cultura produttiva e dopo arriva la tecnologia, è la tecnologia che costringe a cambiare la cultura produttiva.

 

 

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