sabato, Settembre 18

Scozia: tra nazionalismo ed economia field_506ffb1d3dbe2

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Oggi, 18 settembre 2014, è una giornata storica per la Scozia e per l’Inghilterra.  Gli abitanti della Scozia sono chiamati ad esprimere il proprio voto riguardo l’indipendenza  -si sono registrati per il voto sono circa 4,2 milioni, pari al 97% dell’elettorato scozzese.
Dopo mesi di campagne elettorali da parte dei due schieramenti, i ‘’ capeggiati dal Partito Nazionalista Scozzese (SNP) e i ‘No’ guidati dal movimento Better Together, arriva il giorno della verità. A votare andranno tutte coloro che risiedono in Scozia, anche di nazionalità ‘non scozzese’, con età superiore ai 16 anni. Non avranno diritto di accedere al voto, invece, gli scozzesi residenti in altre parti della Gran Bretagna.

Attualmente la Scozia possiede un proprio Parlamento -lo Scottish Parliament-, che ha, però, dei poteri fortemente limitati, tanto che l’omologo britannico ne può estendere o ridurre le competenze. Uno stato di subordinazione che molti scozzesi non accettano più.

Ma da dove nasce questa spinta indipendentista?
Scozia ed Inghilterra, infatti, sono uniti in un unico Stato, la Gran Bretagna, da oltre 300 anni. Era il 1707 quando i due Parlamenti, scozzese e inglese, firmarono l’Atto di Unione. I due Paesi, al tempo, ottennero entrambi importanti benefici. La Scozia poté uscire dalla crisi economica che, da sola, mai sarebbe riuscita a risolvere; l’Inghilterra eliminò uno storico nemico, prendendo così possesso di tutta l’isola. Molte volte, infatti, prima del trattato del 1707, la Scozia, aiutata dalla Francia, aveva dichiarato guerra al vicino Stato. Ancora, come dice George Friedman, scrittore e CEO della agenzia di intelligence ‘Stratfor’, in un suo articolo, una delle cause che hanno portato alla stipulazione del documento è stata la paura scozzese di essere invasi dalla più potente Inghilterra. Nonostante i conflitti precedenti, però, dal 1707 i rapporti tra le due Nazioni sono sempre stati ‘rilassati’. Fino ad oggi. Il sentimento nazionalista, sepolto a prima vista, cresceva nel buio.

In Europa, intanto, con l’Illuminismo si iniziò a diffondere l’idea del ‘principio di autodeterminazione. Tale idea esplose totalmente sul finire della Prima Guerra Mondiale; in quel momento di disfacimento dei grandi imperi ottocenteschi, tra cui gli Asburgo in Austria e i Romanov in Russia, fiorirono i primi Stati nazionali, come la Polonia. Il principio fu di nuovo adottato per la formazione degli Stati in seguito alla  caduta dell’URSS nel 1992. In questo contesto è nato e cresciuto il sentimento indipendentista scozzese. A dare un volto ‘pubblico’ a queste idee è lo Scottish National Party (SNP), il partito di riferimento per l’indipendenza nel Paese, fondato nel 1934, di ispirazione socialdemocratica.

Leader di questo partito è ora Alex Salmond. Al centro degli intenti del leader dell’SNP c’è la volontà di gestire autonomamente la propria economia. Un importante flusso economico che verrebbe tolto a Westminster per essere messo nelle casse di Edimburgo. Salmond ha inoltre proclamato che, con l’indipendenza, la Scozia avrebbe un boom di posti di lavoro, riducendo così la disoccupazione -che si attesta oggi al 6%. Al centro delle proposte economiche un posto fondamentale è occupato dallo sfruttamento delle risorse petrolifere. Inoltre,  Salmond, punta, per la vittoria dei ‘Sì’, sul sentimento patriottico del popolo scozzese.

Indubbiamente  l’SNP riceve il supporto di tutti i movimenti scissionisti del Vecchio Continente. In Spagna, soprattutto, il referendum scozzese è guardato con molta attenzione. Forte è il rischio, in caso di vittoria dei Sì, di un tentativo di emulazione da parte della Catalogna  -è all’esame del Parlamento di Barcellona una legge che convocherebbe il referendum sulla secessione per il 9 novembre- e dei Paesi Baschi  -il partito  nazionalista basco vuol creare una Nazione indipendente a cavallo tra Spagna e Francia fin dagli ultimi anni dell’800, dagli anni sessanta  al 2011, a farsi portavoce degli interessi separatisti della regione è stata l’Eta, organizzazione armata nazionalista, che ha rinunciato  all’uso della violenza dopo anni di azioni dimostrative e attentati-, ma anche di Galizia, Aragona e isole Canarie.
Svariati, in giro per l’Europa, i ‘fans’ del ‘Si’ scozzese. All’interno del territorio del Regno Unito: l’Irlanda del Nord  -nel 2005 l’Ira, l’Esercito repubblicano irlandese, dopo  anni di attacchi, ha rinunciato alla lotta armata; nel 2007 è stato  creato un Governo di unità tra partito unionista e il movimento  indipendentista Sinn Feiin–  il Galles, con il partito Plaid  Cymru, e la Cornovaglia con il Meybon Kernow.
Tra i più ampi movimenti di indipendenza francese ci sono quelli della Corsica, che lo scorso giugno ha annunciato la fine della lotta armata iniziata nel 1976 dal Front de Liberation Nationale de Corse,  dell’Occitania. Paese fortemente diviso tra valloni e fiamminghi che culturalmente, 
storicamente e linguisticamente hanno poco in comune, il Belgio si  trova ad affrontare negli ultimi anni le spinte separatiste della  regione settentrionale delle Fiandre che con il suo partito di estrema destra nazionalista aspira ad una divisione delle due comunità.
Spinte autonomiste anche in Germania, dove tra la Polonia, la  Repubblica Ceca e il Brandeburgo, c’è una regione, la Lusazia, la cui  popolazione è composta da Sorbi, di origine slava, che vorrebbe  diventare uno Stato autonomo, il Libero Stato Lusaziano. Ma anche i bavaresi del Beyernpartei hanno un progetto di indipendenza a 10 anni per la Baviera.
In Italia il ‘Si’ scozzese è supportato dalla Lega Nord che oggi ha una delegazione ad Edimburgo per seguire passo dopo passo lo svolgersi degli eventi. E, Lega a parte, ci sono gli indipendentisti storici: in Sardegna il movimento Sardinia Natzione, in  Trentino Alto Adige il Sud-tiroler Freiheit. In Veneto l’aria di secessione si è trasformata, nei mesi scorsi, in un referendum via web che ha  riscosso successo tra i separatisti.

Il movimento che sostiene il ‘No’, il Better Together, invece, è guidato da Alistair Darling, ex Cancelliere dello Scacchiere durante il Governo del Primo Ministro Laburista Gordon Brown. Alle spalle ha un grande numero di politici di caratura internazionale. In primis il Premier britannico David Cameron, che sta cercando di convincere gli scozzesi a votare ‘No’ con l’arma del sentimentalismo, proclamando la forza dell’unità e la debolezza della divisione. Ancora a supporto di Westminster si sono schierati Barack Obama, Hilary Clinton e, di recente, l’ex Presidente americano Bill Clinton, il quale ha fatto appello a «un messaggio forte  di identità e di inclusione».
Dalla Spagna arrivano gli attacchi più forti all’SNP e a Salmond. Il Primo Ministro Mariano Rajoy, infatti, in Parlamento ha ribadito più volte il trattamento riservato dall’UE ad un Paese terzo, come potrebbe essere un’eventuale Scozia indipendente. Fuori dal mondo della politica, un personaggio di grande fama come la scrittrice J.K. Rowling ha esternato tutto il suo supporto a Better Together. La regina Elisabetta, pur non potendo esprimersi per mantenere la neutralità, non vede di buon occhio la separazione dei due Paesi ed auspica una vittoria dei ‘No’.

Al centro della campagna ‘unionista’ si sono trovati i discorsi del Primo Ministro britannico, che ha ricordato a tutti l’importanza dell’unità che ha reso grande la Gran Bretagna. Cameron, però, ha agito anche su un altro fronte. Infatti, due giorni fa, ha messo nero su bianco la promessa di ampliare i poteri del Parlamento scozzese in caso di vittoria dei ‘No’. Un compromesso nettamente rifiutato da Alex Salmond.

Gli ultimi sondaggi, condotti dal ‘The Telegraph’,  vedono il leggero vantaggio dei No al 52%, contro il 48% dei ‘. Il sondaggio delle ultime ore di Ipsos Mori vede i ‘No’ al 51% e i ‘Si’ al 49%. A spostare il famoso ‘ago della bilancia’ saranno, però, gli indecisi la cui percentuale si attesterebbe, secondo alcuni rilevamenti, sull’8%. Naturalmente anche i bookmaker sono sotto osservazione per indovinare il pronostico. Gli scommettitori puntano su  una vittoria dei ‘no’, quotato a 1.25 dall’agenzia irlandese Paddy  Power, contro il ‘sì’ a 4.00: per l’82% dei giocatori irlandesi -riferisce Agipronews, agenzia stampa di giochi a pronostico e  scomesse- il referendum del 18 settembre farà flop, contro il 61% dei giocatori britannici che hanno puntato sullo stesso risultato.
La vittoria rischia di arrivare sul filo del rasoio, sull’1%. Cifre che non fanno stare tranquilli né Salmond né Cameron, il quale ha dichiarato, in un’intervista al ‘Times’, di non avere rimpianti sulla campagna condotta. «Potevo scegliere di mettere la testa sotto la sabbia e dire, ‘No, non potete avere un referendum’» ha detto il Premier britannico, esternando così la propria capacità di lottare per il bene della gran Bretagna.  Una sfida, quindi, all’ultimo voto. Sembra difficile, in caso di vittoria dei ‘No’, la proposta di un nuovo referendum. La decisione che si prenderà domani, quindi, segnerà per molto tempo i destini di Scozia e Gran Bretagna.

Le ripercussioni sulle politiche dei due Paesi possono essere molte.
In caso di vittoria dei No tutto rimarrebbe come oggi, con la differenza che il Parlamento scozzese, come proclamato da Cameron, avrebbe più libertà di azione. L’unico a perderci, a meno che la vittoria non fosse schiacciate, sarebbe Cameron, le cui proposte ‘last minute’ alla Scozia non sono piaciute.
Nel caso fosse l’SNP e Salmond a gridare vittoria, invece, le cose si farebbero molto più complicate. In primis per la Scozia si porrebbe la questione UE. Infatti, il Paese, all’indomani dell’indipendenza, sarebbe considerato come ‘Paese terzo’ e, quindi, sottoposto a tutti i dazi doganali e privato dei benefit commerciali dell’Unione. Nonostante Salmond abbia messo al centro della propria campagna elettorale l’entrata nell’Unione Europea, il processo non è così scontato. Intanto il nuovo Stato dovrà soddisfare tutti i requisiti di accesso, tra i quali spicca una forte riduzione del debito pubblico. In secondo luogo, dovrà superare le rimostranze di molti Paesi, come la Spagna, che non vedono di buon grado l’ingresso nell’UE di un Paese separatista. Salmond non si mostra preoccupato e, pochi giorni fa, ad un incontro con la stampa straniera ha dichiarato che la Scozia «ha il 60 per cento delle riserve di petrolio e di gas d’Europa. Dubito che la Ue vorrebbe fare a meno di noi».
Altra questione è quella della moneta, con la Scozia al bivio tra l’adozione della sterlina, più probabile, o la coniazione di una nuova valuta nazionale.  La Bank of England ha detto di no all’ipotesi che la Scozia indipendente possa continuare a utilizzare la sterlina. Eppure a Edimburgo da sempre circolano versioni ‘locali’ e perfettamente legittime della ‘sterling pound’. Nel Regno Unito alcuni istituti di credito in Scozia (Bank of Scotland, Clydesdale Bank e The Royal Bank of Scotland) e nell’Irlanda del  Nord sono autorizzati a stampare e diffondere proprie banconote, che  hanno le stesse dimensioni delle sterline della Bank of England, anche se il loro utilizzo è una sorta di accordo privato fra le parti e pertanto chiunque può rifiutarsi di accettarle, e per ogni sterlina stampata in loco le banche scozzesi  devono depositare presso la Bank of England il corrispondente valore  in sterline ‘vere’, così da permettere una rapida sostituzione nel  caso di una crisi dell’istituto coinvolto.
Proprio a causa di questa instabilità economica si prevede, come riportato qualche agenzia, che un milionario su sette lascerà il Paese.
Ultima questione, più marginale, è quella riguardante la scelta della monarchia. L’SNP si dichiara favorevole a mantenere la monarchia attuale, con a capo la regina Elisabetta; da altre parte arrivano spinte per cambiare anche questo aspetto. Un punto che, nelle agende di Salmond e compagni, potrà aspettare. Sicuramente, nelle loro agende, ben segnata in grande sarà la data di domani, 18 settembre 2014.

Problemi non da meno -forse ancora più gravi-  avrà l’Inghilterra se dovessero vincere i ‘Si’.

Sarebbe un terremoto politico per Londra, prima di tutto per il Premier Cameron, che ha autorizzato il referendum scozzese. Molti esperti prevedono, poi, un crollo della sterlina e dei mercati nelle ore successive a un’eventuale indipendenza. La Bank of England sarebbe obbligata a intervenire per evitare problemi sistemici all’economia, a partire da una recessione.  Preoccupa anche la gestione del debito pubblico. Secondo i calcoli del National Institute of Economic and Social Research, la ‘porzione’ scozzese di debito britannico, che ammonta in tutto a 1.700 miliardi di sterline, è pari a 143 miliardi di sterline. Londra teme che la Scozia possa rifiutare di accollarselo, usando la materia come strumento negoziale in eventuali trattative sulla moneta. Il petrolio sarà un grosso problema per l’Inghilterra. Verranno tracciati i confini di pertinenza e alla Scozia dovrebbe andare il 91% dei proventi.  In caso di indipendenza non è escluso che ‘sorga’ un confine tra Scozia e Inghilterra, in seguito soprattutto a possibili politiche divergenti in tema di immigrazione. In tal caso si renderebbero necessari accordi per il libero movimento fra i due Paesi.

In ultimo, ma non ultimo, visto il momento storico, un problema comune: lasicurezza’. L’indipendenza scozzese renderebbe tutto il Regno Unito più vulnerabile agli attacchi. In una lettera al ‘Sun’,  14 ex capi delle forze armate sostengono che un ‘no’ al referendum è «cruciale per tutta la nostra sicurezza», e dividere la Gran  Bretagna «indebolirebbe tutti noi». La lettera è stata firmata da  sette ex capi di Stato Maggiore della Difesa, tre comandanti della Royal Navy oltre che di tutto il servizio navale,  tre ex capi dell’Esercito e un ex capo della Royal Air Force. Un voto per la separazione «minerebbe sia la difesa  scozzese che quella del resto del Regno Unito».

(servizio pubblicato il 17 settembre 2014, ore 19,30, e aggiornato il 18 settembre 2014, ore 05,00

                                                                                                                           

 

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