lunedì, Maggio 10

Scozia simbolo dell'indipendentismo field_506ffb1d3dbe2

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La Scozia come baluardo indipendentista. Anche se ha vinto il fronte dei “no”, i movimenti europei ed italiani guardano questa “non vittoria” come un passo verso il raggiungimento del fine ultimo. Per i più potrebbe essersi concluso un capitolo, il Referendum nella patria del kilt dovrebbe aver messo a tacere le pulsioni delle varie autonomie, il 55% degli abitanti vuole restare a far parte della Gran Bretagna. I separatisti hanno conquistato le città di Glasgow e Aberdeen, gli unionisti hanno superato il 60 per cento a Edimburgo.

Non si abbandona il vecchio per un nuovo incerto, questa potrebbe essere una lettura del risultato elettorale. Ma per chi crede nell’autonomia, questo è un passo importante che va visto in un’ottica di lungo periodo. Non bisogna dimenticare che il 9 novembre toccherà alla Catalogna, e questa sarà sicuramente una data da segnare perché potrebbe rappresentare una svolta definitiva e assumere il ruolo di apripista alle richieste dei movimenti indipendentisti europei, tra cui quelli italiani. Ma che vuol dire indipendentismo nel nostro territorio?  Questi movimenti “sfruttano alcune ragioni d’insoddisfazione nei confronti dello Stato nazionale italiano, che molto spesso esistono e sono reali, ci sono queste ragioni di insoddisfazione, e lo stato nazionale non è in grado di dare una risposta soddisfacente”. Queste le parole di Gianfranco Pasquino, politologo italiano. “Sono impauriti dai cambiamenti globali e all’interno della stessa Europa. A questo si aggiunge l’inefficienza dello Stato Nazionale, le politiche inadeguate e pasticciate che non hanno una visione strategica. Anche quelle dell’attuale governo sono politiche senza visione strategica e per questo rimane una sorta di insoddisfazione”.

Ma il perno su cui questi movimenti fanno leva, con riferimento a quelli nazionali, è la propria identità sia culturale sia come popolo. Lo stivale è un enorme mix d’identità, forti e di grande tradizione, “quello che conta in Italia– continua Pasquino – sono i comuni. Ciascuno di noi si riferisce alla propria città, è un Paese fatto di città”. Stiamo parlando di “un municipalismo che può anche essere virtuoso”. Questo elemento è difficile da trascurare, e proprio per questo motivo l’Italia è costellata da vari movimenti indipendentisti che reclamano la propria indipendenza. La divisione in regioni, tra cui cinque a statuto speciale, ha reso difficile plasmare un unico valore valido per tutti. Molti si sono chiesti, soprattutto negli ultimi anni, se al momento dell’unità, si fosse potuto optare per una scelta differente, ma come ci spiega Pasquino : “lo stato nazionale unitario e in qualche modo accentrato, era l’unica soluzione plausibile in quelle condizioni, in un momento in cui i nazionalismi andavano in una direzione di Stati accentrati, l’esempio più vicino all’Italia era la Francia che ha aiutato l’indipendenza nazionale italiana. L’impero Austro-ungarico non poteva essere preso in considerazione, sia perché era un impero sia perché era il nemico. Qualcuno dice che si poteva fare diversamente l’unificazione nazionale. I piemontesi direbbero che in quelle condizioni era difficile pensare a lasciare autonomia ad alcune zone del Paese, perché il Sud doveva essere costretto ad entrare in Italia ed ad acquisire i comportamenti che i piemontesi pensavano che avessero un valore generale. L’alternativa di Cattaneo era impraticabile”.

Ma negli anni 2000 il concetto d’indipendenza non è più una proposta assurda e anacronistica, anzi dagli stessi movimenti viene considerata come unica alternativa per non perdere “se stessi”. Non bisogna commettere l’errore di pensare che ogni movimento sia egoisticamente interessato alle proprie sorti. Il referendum scozzese ha catalizzato l’attenzione. Per precisione quando parliamo di indipendentismo dobbiamo sottolineare che questo sentimento è mosso e nasce da specifiche motivazioni. Certo il comun denominatore è la rivendicazione della propria identità, ma le modalità e il perché andrebbero esaminate caso per caso. Abbiamo voluto parlare dell’effetto del referendum scozzese/gaelico con esponenti dell’indipendentismo sardo e veneto. “La questione sarda è più complessa e articolata. Per noi sardi l’indipendentismo non può essere classificato nemmeno italiano, perché la nostra nazione è la Sardegna. La nostra rivendicazione non nasce da problemi economici, è una questione storica culturale e geografica”. Gianluca Collu, leader del movimento ProgReS-Progetu Repùblica de Sardigna, ci spiega subito la base di partenza della loro azione politica. “La Scozia ha dato un segnale, non solo agli indipendentisti, ma anche alla classe di Governo: cercare di ottenere qualcosa o puntare a ribasso non paga – continua Collu – Serve alzare la posta per ottenere quello che è bene per la tua nazione. L’indipendentismo scozzese non ne è uscito sconfitto e indebolito, anzi. L’ago della bilancia verso il “no” è venuto dalle fasce anziane della popolazione, e anche questo è un segnale per cui, ritengo, che il destino della Scozia sia segnato. Il messaggio è positivo perché il futuro prossimo è fatto di indipendentisti, stiamo parlando della  classe tra i 20 e i 45 anni. Noi dovremmo ragionare sul fatto se conviene seguire la strada dell’autodeterminazione”.

A questo si aggiungono le parole, di grande enfasi, di Gavino Sale, leader di IRS (Indipendentzia Repubrica de Sardigna) e unico esponente indipendentista nel governo sardo, eletto alle ultime elezioni regionali:” noi non possiamo passare sopra la nostra dignità. L’insegnamento che ha dato la Scozia è la punta di un iceberg. Il rischio di destabilizzazione in Scozia ha fatto ragionare i governanti in Italia e Europa. I territori necessitano rispetto, e questo vale anche per la Sardegna. Esiste una spinta storica potentissima negata”. Ma potrebbe esistere qualche correlazione tra la Sardegna e la Scozia? “Noi seguiamo da anni lo Scottish National Party – afferma Gianluca Collu – abbiamo una dislocazione del nostro partito ad Edimburgo. L’unico partito che è stato in grado di organizzare una conferenza post referendum con professori dell’università di Edimburgo, e abbiamo ragionato sulle correlazioni che ci potevano essere tra i due percorsi e ci sono vari punti in comune”. Gavino Sale aggiunge che “adesso il mondo sa quanto pesa la Scozia, poi saprà quanto pesa la Catalogna. Il vento della storia soffia ma la vela e il timone lo dirigiamo noi. Per noi è stata una grossissima lezione politica e personale. Sono convinto che le idee che stiamo portando avanti siano l’unica soluzione, ma in termini mondiali.  Restituire la dignità umana e ricercare la felicità. Noi vogliamo contribuire a decidere in Europa”. Collu sottolinea che il movimento indipendentista non “si contrappone  agli italiani, ma contro un mal governo. L’unica forma è quella di fare proposte serie e che tengano in considerazione le esigenze della popolazione. L’indipendentismo per affermarsi ha bisogno di molti contenuti. Deve dimostrare di essere di gran lunga superiore a quello che offre la politica italiana”.

Anche il movimento indipendentista de la Liga Veneta cavalca le argomentazioni dei sardi, e ovviamente aveva una, non velata, speranza che l’esito del voto del 18 settembre fosse un altro. “Sarebbe stato un varco dentro il quale si poteva andare più agilmente. Facendo un ragionamento politico profondo si capisce che è avvenuto qualcosa di straordinario in Europa Occidentale. Questa è sicuramente una rivoluzione, non violenta. E’ stata una scelta democratica e pulita. Ma questo passaggio è stato fondamentale per noi, questa è anche la nostra via”. Fabrizio Comencini, segretario generale del movimento, non ha nascosto un certo dispiacere. E’ veramente difficile vivere all’interno dello Stato Italiano quando non te ne senti assolutamente parte: “noi vogliamo avere il diritto di autodeterminarci, non è possibile vivere in questa realtà – continua Comencini – Il Veneto è stato aggregato all’Italia nel 1866 attraverso un plebiscito truffa. Questo Paese è irriformabile perché non ha ancora capito le differenze che ci sono tra le sue realtà e continua a non volerle capire”. Si batte senza sosta sul concetto di Democrazia e sovranità, sancite da tutte le grandi Costituzioni liberali. Ed è proprio la recente esperienza elettorale che viene considerata come” un’esperienza importante, da cui si possono prendere molti spunti sia in termini positivi che in termini negativi, errori da non commettere. Quello che prendiamo a modello è l’organizzazione di una consultazione democratica, popolare e libera. Questo è un diritto naturale. Noi la sovranità la vogliamo riportare alla gente, perché altrimenti, in questo mondo globalizzato, decidono per noi la grande finanza e le cupole speculative. Ci siamo coordinati tra movimenti indipendentisti sotto il nome “Noi Veneto indipendente” – spiega Comencini – Noi vogliamo uno Stato con una democrazia partecipativa tramite lo strumento del Referendum, come accade in Svizzera. Lo Stato deve garantire tutti quei servizi per una convivenza buona e accettabile per tutti. Il nostro, è uno Stato che vive moltiplicando le sue burocrazie, questo è uno dei grossi problemi, come un mostro a tre teste”.

 

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