lunedì, Settembre 27

Scozia, secessione domino field_506ffb1d3dbe2

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Europa in fibrillazione per il referendum storico sull’indipendenza della Scozia. In un clima di altissima tensione e suspence, le sedi elettorali si sono aperte alle 7 (le 8 italiane) per chiudersi alle 22 di sera. Nei territori sopra il Vallo di Adriano, gli scozzesi aventi diritto al voto sono circa 5 milioni e, con il 97% dei registrati, è prevista un’affluenza record.
I risultati definitivi sono attesi per la mattinata di domani 19 settembre e i sondaggisti brancolano nel buio: i rilevamenti dell’ultima settimana indicano i due fronti a distanza ravvicinata, con il no in leggero vantaggio ma di uno scarto troppo limitato per previsioni attendibili.
La gente sentita per strada si divide a metà: «Siamo nelle mani degli scozzesi. Il nostro futuro è nelle loro mani e non potremmo essere più al sicuro», ha commentato il Primo ministro scozzese Alex Salmond.
L’istituto Ipson Mori, che ha raccolto le dichiarazioni di voto più recenti, ha fotografato un 47% di scissionisti, contro il 53% degli unionisti, esclusi gli indecisi: il 46% degli scozzesi sarebbe inoltre convinto del prevalere del no, solo il 30% del sì.
Ma l’endorsement all’indipendenza del tennista scozzese Andy Murray potrebbe accendere di molto gli entusiasmi. I secessionisti ci credono: per chi non ha un’auto hanno messo a disposizione taxi gratuiti, una flotta capace di trasportare fino a 300 mila elettori.
Anche una vittoria al fotofinish degli unionisti, secondo gli analisti provocherebbe «ripercussioni significative» sulla politica estera e di difesa della Corona inglese. Comunque vada, il referendum scozzese ha già scaldato gli animi degli altri secessionisti europei (catalani, baschi, irlandesi del nord) e finanche nel Caucaso, tra i separatisti georgiani dell’Abkhazia.
In solidarietà agli indipendentisti d’Oltremanica, le cornamuse sono risuonate davanti al palazzo della Moncloa, la sede del governo spagnolo di Madrid. «Il referendum annunciato per il 9 novembre dai catalani è inevitabile», ha rilanciato il partito della Sinistra repubblicana. Nell’autoproclamata Repubblica dell’Abkhazia si è tornati a manifestare in piazza, come nei Paesi Baschi e i Irlanda del Nord.

Dopo il lungo «giorno della verità», come l’hanno ribattezzato i giornali inglesi, per la Bank of England sarà una lunga notte insonne.
L’istituto centrale inglese è pronto a rassicurare i mercati nel caso in cui, con i primi exit poll, si scateni il terremoto della vittoria del sì scozzese. Tra gli addetti ai lavori c’è il timore che i risparmiatori corrano incautamente a ritirare soldi dai conti correnti, temendo la crisi economica innescata dalla secessione dal Regno Unito: le banche britanniche si sono già attivate, inviando milioni di banconote nelle loro filiali in Scozia. Nel panico, la sterlina potrebbe subire un brusco deprezzamento all’apertura dei mercati.
Sono comunque gli scenari più catastrofici. La secessione, nel caso dovesse prevalere il sì, non sarà immediata. Il Governo di Edimburgo ha fissato per il 24 marzo 2016 la data della proclamazione ufficiale dell’indipendenza: esattamente 309 anni dopo la firma dell’Act of Union che, nel 1707, sancì l’unione politica tra Inghilterra e Scozia.
L’anno e mezzo tra la data del voto e l’Independence day sarà necessario per delineare l’assetto costituzionale della Scozia, rinegoziando il rapporto con il Regno Unito e le organizzazioni internazionali, tra le quali l’Unione europea (UE): il 5 maggio 2016 si terrebbero poi le prime legislative da Paese libero.
Gli scozzesi potrebbero anche decidere di votare per rinunciare alla monarchia. E, in caso di rinuncia all’ingresso nell’Ue e di politiche migratorie diverse da Londra, torneranno in auge i passaporti e dovrà essere creato un confine con l’Inghilterra.
Economicamente, alla Scozia è stimato andare il 91% dei proventi del petrolio ma anche 143 miliardi di debito pubblico. Il Premier inglese David Cameron (che non vuole dimettersi) dovrebbe essere obbligato a fare le valigie per il disastro provocato autorizzando il voto. Ma è stata anche chiesta la testa del leader laburista Ed Miliband, per aver sottovalutato le istanze degli scozzesi.

La Gran Bretagna è scossa anche da un video di minacce dal titolo ‘Prestatemi attenzione’ (Lend me your ears) diffuso dallo Stato islamico (IS) nel quale quale l’ostaggio britannico John Cantlie si appella al «pubblico» chiedendo di non fare disinformazione sul Califfato.
Nel filmato, la cui autenticità è ancora da verificare, il giornalista appare in camicia arancione, seduto davanti a una scrivania, spiegando con toni calmi di essere stato rapito in Siria dai jihadisti. «Dopo le campagne disastrose in Iraq e Afghanistan, perché un altro conflitto? Gli altri ostaggi europei sono stati liberati, perché i loro governi hanno deciso di trattare. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna li lasciano a loro stessi. Non ho nulla da perdere. Forse vivrò, forse morirò», dichiara Cantlie.
In Australia la popolazione è sotto choc, per la maxi operazione compiuta antiterrorismo contro l’IS: 800 poliziotti, in azione nei sobborghi di Sydney e Brisbane, hanno arrestato 15 presunti jihadisti dello Stato islamico, con l’accusa di aver progettato omicidi pubblici, tra i quali la decapitazione a caso di un civile, per strada.
Negli Usa, intanto, il Congresso di Washington ha dato il via libera (273 voti a favore e 156 contro) bipartisan al piano per addestrare e armare i ribelli siriani contro l’IS. I caccia americani, nella notte, hanno bombardato le postazioni del Califfato in sette nuovi attacchi aerei, quattro dei quali vicino a Baghdad: la battaglia è entrata nel vivo e anche la Francia, ha annunciato il Presidente François Hollande, compirà «raid in Iraq». Non in Siria però e senza truppe a terra.
«L’IS è una grande minaccia fondamentalista, che punta alla distruzione globale dei diritti umani. Non possiamo sottovalutarla», ha dichiarato il Ministro italiano della Difesa Roberta Pinotti, comunicando che l’Italia ha circa 48 foreign fighters, combattenti andati in Iraq e in Siria.
Anche per il Presidente iraniano Hassan Rohani, i jihadisti dello Stato islamico «vogliono uccidere l’umanità». Ma la Coalizione internazionale guidata dagli Usa, ha chiosato, «è ridicola».

Nuove scintille infine tra Kiev e Mosca, in regime di tregua apparente nei territori contesi nell’Ucraina dell’Est.
Citando fonti diplomatiche dell’UE, il quotidiano tedesco ‘Süddeutsche Zeitung‘ ha riportato l’indiscrezione di pesanti minacce del Presidente russo Vladimir Putin verso l’omologo ucraino Petro Poroschenko: «Se volessi, in due giorni le truppe russe arriverebbero non solo a Kiev, ma a Riga, Vilnius, Tallinn e Varsavia o Bucarest».
A raccontarlo al Presidente uscente della Commissione di Bruxelles Josè Manuel Barroso, durante la sua visita in Ucraina, sarebbe stato lo stesso Poroshenko, in campagna elettorale per il voto anticipato del 26 ottobre. «Un’altra bufala», ha replicato il Cremlino.
Kiev ha anche accusato Mosca di aver ammassato «circa 4.000 soldati in Crimea del Nord, in piccoli gruppi tattici al confine amministrativo con l’Ucraina, con tutti i loro mezzi e le loro munizioni». Il Ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini, promossa ad Alto rappresentante della Politica estera dell0UE, ha pressato Putin a «dare seguito in modo immediato e concreto agli impegni assunti a Minsk, ritirando i militari russi dall’est dell’Ucraina».
Ma lo zar del Cremlino risponde picche: «Le sanzioni occidentali contro la Russia violano i principi della World Trade Organization». Entro la fine di novembre, l‘Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) raddoppierà a 500 il numero degli osservatori in Ucraina.

 

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