venerdì, Maggio 7

Scozia, ancora una volta verso l’indipendenza

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Con l’invio della lettera al Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, Theresa May ha ufficialmente dato inizio al processo di negoziati verso l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione. Le trattative dei prossimi anni porteranno dunque alla tanto agognata, dagli inglesi, indipendenza da Bruxelles. Se Londra, Manchester e Birmingham sembrano aver vinto la propria lotta per la sovranità, Glasgow e Edimburgo si preparano alla loro battaglia.

L’immenso divario politico tra Scozia e Inghilterra, risalente almeno alle politiche della ‘Iron Lady’ Margaret Thatcher che rese il suo Partito Conservatore, popolarissimo tra gli Inglesi del sud-est dell’Isola, impresentabile oltre il Vallo di Adriano, si fa oggi più acuto che mai. Non è un mistero che la ‘questione europea’ sia stata decisa praticamente dalla sola Inghilterra, essendo la scarsamente popolata Scozia a maggioranza europeista.

E non è un mistero che lo Scottish National Party (SNP) non si fosse certo dato per vinto con il fallito referendum per l’indipendenza scozzese nel settembre del 2014. Nicola Sturgeon, la leader indiscussa del partito che aveva, nelle elezioni del 2015, scalzato la supremazia laburista in Scozia e conquistato l’intera nazione, ha da tempo annunciato che la brexit avrebbe fatto infuriare l’elettorato scozzese, infiammando nuovamente le ambizioni indipendentiste del popolo celtico.

E così sembra effettivamente essere: «sarebbe facile aspettare due anni [il tempo previsto per le negoziazioni prima della definitiva uscita dall’Unione Europea, ndr.]con le dita incrociate, sperando per l’accordo migliore tra EU e Regno Unito […] ma sarebbe poi troppo tardi per poter scegliere un destino diverso per la Scozia, dopo che il danno è stato fatto […] non sarebbe giusto […] farò sì che la Scozia possa avere la possibilità di scegliere se seguire il Regno Unito verso un’hard brexit, o restare nell’Unione Europe come una nazione indipendente» ha dichiarato la Sturgeon una settimana fa.

Il Parlamento scozzese ha così emanato con 69 voti a favore e 59 contro – la richiesta formale di un nuovo referendum sull’indipendenza nazionale. Nella peggiore delle ipotesi, per il Regno Unito, l’Irlanda del Nord potrebbe seguire l’esempio scozzese: anche nella parte settentrionale dell”Isola di Smeraldo’ l’euroscetticismo si è rivelato essere poco popolare. Theresa May tenterà quasi sicuramente di prendere tempo, e almeno di aspettare i due anni che permetteranno di chiarire quale sarà il nuovo rapporto tra Londra e Bruxelles.

Alla faccia di chi da decenni predica la fine dello stato-nazione, si apre così una nuova stagione di dibattiti sul futuro di un popolo e sulla sovranità della Scozia. Già due anni fa le ipotesi erano diverse. La grande riserva petrolifera nel Mare del Nord scozzese era, ed è ancora, ovviamente, motivo di sicurezza economica e fiducia in se stessi, per il popolo delle Highlands. Le statistiche mostravano anche un livello di disoccupazione piuttosto basso: solo del 6%, in un periodo post-crisi economica.

In una conferenza organizzata dal ramo scozzese di ‘Fabians’, un think tank di centro-sinistra, la soluzione ‘moderata’, quella cioè di un unionismo quasi federale, è stata la più discussa. Preservare l’unità del Regno, in sostanza, devolvendo più poteri alle singole nazioni. Nulla di strano, trattandosi di un think tank vicino agli stessi labour che rischiano di sparire totalmente dalla cartina elettorale scozzese: l’obiettivo del partito è insomma quello di offrirsi come alternativa ai conservatori, partito minoritario ma di riferimento per gli scozzesi fedeli a Londra, e i nazionalisti del SNP. Politica ambientale, industria del pesce, diritti dei lavoratori sono i temi che starebbero più a cuore alla sinistra scozzese alternativa agli indipendentisti.

Molto grigio lo scenario dipinto da un rapporto dal titolo piuttosto eloquente (‘Scozia: potrebbe essere come una Grecia senza il sole?‘) del Centre for Policy Studies, think tank tory, che sottolinea come solo il 15% dell’export scozzese sia indirizzato all’Unione Europea, contro il 66% verso il resto del Regno Unito, suo principale partner commerciale. Altri punti a sfavore dell’indipendenza da Londra – e dalla dipendenza da Bruxelles – sono l’alto debito pubblico scozzese, le previsioni che vedono le entrate garantite dal petrolio scendere e l’inefficacia delle azioni della Banca Centrale Europea (se la Scozia dovesse adottare l’Euro) confrontata alla più vicina e efficiente Bank of England.

Eppure, quando si tratta di indipendentismo, le ragioni che muovono il voto difficilmente tendono a essere basate su un calcolo economico. Molti, infatti, interpretarono il rifiuto del separatismo di due anni fa come espressione della volontà di Edinburgo di restare saldamente ancorata a uno status quo non ideale, ma per lo meno conosciuto. Difficile che questo rationale possa restare ancora valido, con la Gran Bretagna che si avvia verso un periodo di indipendenza che, per le fasce più giovani, rappresenta una novità assoluta e un’incognita che ispira paura e speranza allo stesso tempo.

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