venerdì, Ottobre 22

Scott Fitzgerald, visionario che non vide il suo talento

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Nel XIX e nel XX secolo, il concetto di classe sociale interessò scienziati, economisti, filosofi e geni letterari, come F. Scott Fitzgerald. Egli vedeva tale concetto con estrema chiarezza. La sua empatia e la sua capacità di stare nei panni di altri gli permisero di non limitarsi al tempo e allo spazio che gli erano propri. Anzi, guardava alla questione dal punto di vista di un uomo che potrebbe aver vissuto ovunque e in qualsiasi epoca. Ciò che vide più chiaramente degli altri è la natura crudele e fredda del rapporto tra i più ricchi tra noi e quanti aspirano a essere come loro, quelli che sono attratti da loro fuoco ardente. Così facendo, vide anche la realtà del sogno americano da un punto di vista oggettivo.

Alla fine di ‘Il grande Gatsby‘, dei due protagonisti, che rappresentano la classe sociale che James Gatz cerca con tanta difficoltà di emulare da fare di se stesso il Grande Gatsby, Fitzgerald scrive [nella traduzione di Fernanda Pivano, N.d.T.]: «Erano gente sbadata, Tom e Daisy: sfracellavano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro e nella loro ampia sbadataggine o in ciò che comunque li teneva uniti, e lasciavano che altri mettessero a posto il pasticcio che avevano fatto… ».

Oggi, il mondo sente forte l’influenza degli effetti che ha un’economia basata su rendite globali. Questo mondo assomiglia sempre di più a quello che Fitzgerald ha magistralmente raffigurato nelle sue opere, in particolare in ‘Il grande Gatsby‘. Mentre noi viviamo in un mondo guidato da moderni Tom e Daisy (quell’un percento che ha causato le recenti serie di crisi finanziarie globali e, al contempo, ne ha beneficiato), l’universalità e il genio di F. Scott Fitzgerald lo pongono al di fuori e al di sopra dei regni del tempo e dello spazio, un destino cui anche il più grande degli autori si farebbe scrupolo ad aspirare.

Il successo di Fitzgerald nel comprendere l’umanità e le sue relazioni era troppo bello e troppo potente perché lui stesso potesse apprezzarlo, proprio come lo era per i suoi contemporanei. Se ha compreso il genere umano così a fondo è perché l’empatia di cui era dotato gli aveva permesso di cogliere i meccanismi alla base della lotta di classe, che è soltanto una finestra sul modo in cui noi funzioniamo come specie. Molto spesso è il più forte che impone tale lotta sul più debole. E, molto spesso, il più debole è attratto dal più forte, qualunque ne sia il prezzo. Il plurimiliardario Warren Buffet ha detto una volta: «C’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo». Tale violenza non è profondamente radicata nella natura umana?

Francis Scott Fitzgerald morì da uomo triste, perché ha permesso che gli facessero la guerra, ha permesso che gli riversassero contro la loro guerra fatta di attese e di giudizi. È stata una guerra ingiusta, perché è stato giudicato (da se stesso e dai suoi contemporanei) sulla base del successo materiale, quando il suo successo letterario è stato superare quello della maggior parte degli scrittori del suo tempo. Ironia della sorte, Fitzgerald è stato vittima di un giudizio mal ispirato, proprio lui che comprese gli aspetti che regolano i rapporti umani più di chiunque altro.

 

Traduzione di Barbara Turitto

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