martedì, Aprile 13

Scossa dalla scossa field_506ffb1d3dbe2

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terremoto 

 

La sedia che traballa, la bolla d’aria nello stomaco, la percezione che, se il cavallo imbizzarrito che scalpita sotto i piedi non si seda, la terra t’inghiottirà.

L’altro ieri sera, alle 18:08, anche a Nocera Inferiore è rimbalzata l’onda d’urto del sisma che partiva dalla provincia di Benevento; fra la mia città natale e Piedimonte Matese, la cittadina sannita assurta alle prime pagine dei giornali a causa del terremoto, c’è una distanza in linea d’aria di circa 70 chilometri, ma ciò non ci ha salvaguardato dal passare ancora una volta per quella strana, angosciante sensazione d’impotenza suscitata dalla scossa.

La mente di noi tutti si è imbarcata nella macchina del tempo, facendo un balzo all’indietro di 33 anni. Era ancora domenica, il 23 novembre 1980, ma alle 19:34, quando ballammo ben più seriamente e ci parve davvero di essere sull’orlo del baratro, che fosse giunta l’ultima ora.

In quei paesi che vennero chiamati del ‘cratere’ furono in oltre 2mila a morire, ed anche a Nocera Inferiore ci fu un tributo di vittime, fra cui i condomini di un’intero palazzo in via Isaia Gabola.

Il confronto nel ricordo fa sembrare la scossa di domenica 29 dicembre 2013 l’equivalente di una carezza: dicono sia durata 7 secondi, abbia raggiunto i 4.9 gradi della scala Richter e fosse di tipo ondulatorio; quella fatidica dell’80, tatuata nel mio ricordo come uno dei momenti coscienti in cui mi sono davvero sentita ad un passo dalla morte, si protrasse per 90 interminabili secondi (ma vi assicuro che anche 7 sono un’eternità!), fu ondulatoria, sussultoria e chissà cos’altro ancora e toccò i 6.9 gradi Richter, ovvero, ci spiegano gli esperti, ci sarebbero voluti mille terremoti eguali a quelli di domenica scorsa per eguagliare la quantità di energia sprigionata quel fatale giorno di novembre.

Ma l’irrazionale paura contro l’incognita dei sommovimenti terrestri, generati dai moti delle faglie che riflettono l’allontanamento dei monti appenninici, fra la falda tirrenica e quella adriatica, non viene repressa dai dati con cui gli esperti ci bombardano.

L’uomo, di fronte all’incognita di una Terra ingovernabile, poco si differenzia rispetto a qualche progenitore homo sapiens coperto di pelliccia d’orso.

E dunque, si è replicato quel risucchio alla bocca dello stomaco che ho provato domenica e che mi ha colto, nel corso della mia vita almeno altre 5 volte, a cominciare dal 21 agosto 1962, data di un bello scrollone che ci diede, ancora una volta l’appennino campano (gravi danni si registrarono ad Ariano Irpino), con due scosse, di circa 6.1 gradi della scala Richter, alle ore 19.09 ed alle 19.19. Avevo compiuto 6 anni e con mia sorella stavamo seguendo un documentario sul fiume San Lorenzo, in Canada. La memoria umana è selettiva; ci sono eventi che s’imprimono nel cervello con tutto il contesto che li accompagna, persino in età infantile.

Cosa ricordo di quel momento? La paura, certo; la telefonata terrorizzata di mia madre a mio padre, che era al suo studio di Napoli; una scarpa rossa della mia sorellina al centro della stanza e le fessure che all’improvviso si aprirono sui muri della camera dove eravamo sedute dinanzi alla tv, facendoci vedere nitidamente il corridoio retrostante; lo sfrigolio dei cavi della luce che passavano al centro della strada davanti a casa nostra; il pensiero colpevolista all’innocente Vesuvio.

All’epoca, l’unica vittima del terremoto, da noi, fu la nuovissima lavastoviglie, consegnataci il giorno precedente, credo fosse l’unica di Nocera Inferiore.

Era in funzione nel momento fatidico; non si riuscì mai più a ripararla.

L’esperienza negativa mi produsse un tale trauma che, rifugiatici tutti dai nonni paterni a Capaccio capoluogo – in un palazzo di metà ‘700 che è stato, poi, gravemente danneggiato dal terremoto dell’80 -, non volli più tornare a casa, soffrendo di tali attacchi di panico che, per farmi iniziare ad andare a scuola il primo ottobre, i miei furono costretti a comprare una casa nuova, in un palazzo moderno, ed a fare un trasloco-lampo.

Se vado indietro con la mente, poi, al colpo di maglio del 23 novembre del 1980 associo altri ricordi quasi puerili, ma emblematici.

Innanzitutto, il gran caldo che faceva, tanto che, per le consuete ‘vasche’ per il Corso di Nocera Inferiore (ovvero l’avanti indré domenicale che mi ha occupato il dì di festa almeno fino ai 30 anni), fui costretta a sbarazzarmi del giaccone, rimanendo solo con l’abitino di jersey.

Poi, ho il fotogramma del momento esatto in cui cominciò la scossa: alla tv trasmettevano la telecronaca registrata del match di football Juventus – Inter (finito 2 – 1 per la Juve). In quel momento, la palla ce l’aveva Ambu che stava segnando il gol della vittoria.

Dalla strada sorse come un ruggito: a tutta prima pensai ad un Tir, ovvero ad una colonna di carrarmati, visto che Nocera Inferiore è stata da sempre sede di caserme (ricordate ‘Ninfa plebea’ di Domenico Rea, che ci vinse anche il Premio Strega?).

Via via che si sgranavano i secondi, sembrò di essere risucchiati nella galleria del vento della FIAT – il paragone è calzante, avendola io vista all’opera per miei motivi professionali -. Mancò la luce. L’allora fidanzato, divenuto mio marito l’anno dopo, da ingegnere, mi incitò a correre con lui sotto l’arco della porta, che mi avrebbe protetto col suo corpo.

Mia zia ululava invocazioni mariane; mio zio ci invitava alla calma. Quel minuto e mezzo è stato il più lungo della mia vita. Mi sentivo dentro ad un frullatore. Quando quella sospensione temporale terminò e la scena, ormai sedata, si animò, mio zio accese la grande torcia che teneva vicino alla poltrona.

Ecco un altro fotogramma che evoco senza sforzo: al centro della stanza c’era un mio zoccolo alla olandese, che fungeva da pantofola, perso nella fuga; ero effettivamente sotto l’arco della porta, ma, per uno strano fenomeno, ero io a proteggere col mio corpo il fidanzato… il che mi ha insegnato tante cose sull’istinto di sopravvivenza (e a non credere ai proclami di eterno amore).

E l’altra sera? Forse perché non ero all’altezza di un quarto piano come nel ’62; né a un sesto, come nell’80 e neanche al settimo, come avvenne allorché mi svegliai in piena notte a casa mia a Roma, in occasione della disastrosa scossa di L’Aquila, ma ad un secondo piano, e il tutto è durato 7 secondi, manco ho smesso di giocare al burraco. Ho usato Whats App per dare la notizia in tempo reale. Ho mandato pensieri poco gentili alla TIM, unico operatore telefonico andato in tilt fino alle 23. E stop.

Dopodiché, mi son messa a covare i miei ricordi sismici, che comprendono anche altre scosse ‘minori’.

Ed a chi, premurosamente, mi ha scritto ‘Spaventata da terremoto?’, ho avuto la faccia di bronzo di rispondere: ‘Ma noi siamo abituati’.

 

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