martedì, Luglio 27

Sciopero Generale, continua la lotta per il lavoro Camusso e Barbagallo sfidano Renzi, che tira diritto sulle riforme

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Alta la partecipazione dei lavoratori allo sciopero generale convocato dai sindacati Cgil, Uil, e Ugl che cantano vittoria:  «70% di adesioni». Scontri a Milano e Torino. Susanna Camusso e Carmelo Barbagallo sfidano Matteo Renzi sulla questione lavoro. Ferri corti nel Pd tra minoranza ‘di sinistra’ e segreteria renziana. Giorgio Napolitano preoccupato. Il premier torna dalla Turchia e presiede il Cdm dove vengono varate le promesse misure anticorruzione, ma è solo un ddl. Mafia Capitale: il M5S chiede al prefetto Giuseppe Pecoraro lo scioglimento per mafia del Campidoglio, Ncd litiga sul nome del successore di Ignazio Marino e il ras piddino di Roma Goffredo Bettini chiede al sindaco di dimettersi. Cesare Procaccini annuncia la rinascita del Partito Comunista d’Italia (PCdI). Da domani al via il Firma Day sul referendum anti Euro di Beppe Grillo

Lo sciopero generale indetto dai sindacati Cgil, Uil e Ugl (grande assente la più ‘concertativa’ Cisl) secondo gli organizzatori è stato un successo: 54 manifestazioni in tutta Italia, fermi circa il 50% di treni e aerei e il 70% degli autobus, con milioni di braccia incrociate. «Se il suo messaggio è ‘tiriamo dritto’ sappia che sappiamo tirare dritto anche noi», attacca Renzi una più che mai battagliera Susanna Camusso che promette di «continuare la lotta». «Oggi fermiamo l’Italia per farla ripartire, faremo la nuova Resistenza», la spalleggia il neo segretario Uil Carmelo Barbagallo. Inebriato dal forte odore di rivoluzione, un redivivo Marco Ferrando del Partito Comunista dei Lavoratori dà ragione alla Camusso ma rilancia, ritenendo «necessaria una mobilitazione prolungata, radicale e di massa, che contrapponga la forza alla forza». Lenin già esulta dall’aldilà. Ufficialmente convocata contro Jobs act e legge di stabilità, la manifestazione già da tempo aveva assunto i connotati dello sciopero politico che vede il mondo una volta definito ‘di sinistra’ opporsi alla visione economica e sociale del renzismo, sospettata di essere direttamente ispirata dai circoli ultraliberisti di Bruxelles e Washington.

Uno ‘scontro di civiltà’ che ieri aveva fatto segnare un punto in favore dei sindacati quando il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, dopo il diktat di Renzi, era stato costretto a rimangiarsi l’ordine di precettazione per i lavoratori del trasporto ferroviario. Sul tema, però, non molla l’osso Roberto Alesse, presidente della Commissione di Garanzia sugli scioperi secondo il quale «nel settore ferroviario lo sciopero per noi rimane in violazione delle regole e dovrà essere valutato attentamente nei prossimi giorni». Minaccia di ritorsioni nei confronti degli scioperanti? Contro lo sciopero si pronuncia anche Giorgio Napolitano, il presidente più ‘politico’ dell’Italia repubblicana. «E’ bene che ci sia rispetto reciproco delle prerogative di ciascuno», entra a gamba tesa da Torino l’uomo del Colle, «e che non si vada a una esasperazione come quella di cui oggi abbiamo il segno. Non fa bene al Paese». Opinione non richiesta, terzo monito in tre giorni, rivolto però dal vecchio presidente anche al premier, da lui stesso definito «banditore di smisurate speranze».

E, dunque, anche in parlamento, il clima che si respira in casa Pd è quello della resa dei conti, con il rischio scissione ogni giorno più alto. Dimostrazione ne sono le parole di sfida pronunciate ieri da Massimo D’Alema (contestato oggi a Bari dai lavoratori) e ribadite dal suo ‘delfino’ Gianni Cuperlo. «Renzi vuole l’ubbidienza?», tuonava questa mattina dalle colonne di ‘Repubblica’ il capo di una delle correnti di minoranza interna, «basta una parola. Per quanto mi riguarda se mi chiede di lasciare il mio posto di deputato, io un minuto dopo mi dimetto e gli restituisco quello che evidentemente ritiene di sua proprietà. Penso solo che in quel caso dovrebbe anche cambiare nome al Pd». Un avvertimento al mal sopportato segretario del partito in vista dell’Assemblea Pd prevista per domenica a cui risponde il vicesegretario Pd Lorenzo Guerini per il quale sulle riforme «non sono ammessi voti di coscienza». Comunque sia, ci pensa un altro dissidente, Alfredo D’Attorre, a tracciare la linea dei frondisti: «Io, Fassina e Cuperlo convinti che la scissione sarebbe un errore grave, nessuno dei lavoratori in piazza ci ha chiesto di lasciare il Pd in mano a Renzi».

Il premier, intanto, chiude la visita ufficiale in Turchia rispondendo agli scioperanti («La politica deve avere il coraggio di fare le riforme») e si decide finalmente a convocare nel tardo pomeriggio il Consiglio dei ministri che, almeno nelle promesse di Renzi, dovrebbe segnare la fine della corruzione in Italia. Aumento delle pene per corruzione, allungamento della prescrizione e completa restituzione del maltolto. Soluzioni che, come già anticipato da ‘L’Indro’, si materializzano nell’arma spuntata di un disegno di legge che prima di entrare in vigore dovrà essere approvato dalle Camere. «Ma come», si starà chiedendo sgomento il cittadino comune, «fino ad oggi niente galera e nemmeno risarcimenti da sborsare per i ladri?». E per Tangentopoli, Rimborsopoli, Parentopoli, Expo e Mose chi ha pagato? Nessuno, è l’inquietante risposta. Comunque sia i provvedimenti renziani dovranno passare le forche caudine sorvegliate dagli uomini di Ncd e Forza Italia.

Capitolo Mafia Capitale. La frase del giorno è quella contenuta in un sms inviato agli amici da Salvatore Buzzi in occasione del Capodanno 2013: «Speriamo che il 2013 sia in anno pieno di monnezza, profughi, immigrati, sfollati, minori, piovoso così cresce l’erba da tagliare e magari con qualche bufera di neve: evviva la cooperazione sociale». Due righe in cui è concentrato (rom stranamente esclusi) tutto lo sprezzante cinismo della classe politico-affaristica che voleva prendersi Roma. L’amministrazione comunale, intanto, si è costituita come parte offesa nel futuro processo alla Banda Carminati. Questa mattina una delegazione del M5S (Alessandro Di Battista e Roberta Lombardi tra gli altri) si è recata in Prefettura a Roma per ribadire al prefetto Giuseppe Pecoraro la linea pentastellata che è quella dello scioglimento del Comune per mafia.

Anche l’ex piduista Fabrizio Cicchitto (da che pulpito) si accoda alle richieste dei grillini, offre l’appoggio del partito alfaniano ad Alfio Marchini (bruciandolo) e si oppone alla proposta della collega diversamente berlusconiana Nunzia De Girolamo che vorrebbe puntare su Giorgia Meloni (di Fd’I come l’indagato Gianni Alemanno) Sorprende, invece, la dichiarazione rilasciata al ‘Corriere della Sera’ da Goffredo Bettini, uno dei ras romani del partito commissariato da Renzi e Orfini. «Anche Renzi vada al voto, dopo aver azzerato tessere del Pd», si sfoga Bettini che scarica tutte le responsabilità di Mafia Capitale sull’amministrazione Alemanno, ma che è convinto di trovarsi «in una situazione peggiore di quella del 1992. Se fossi in Marino, di fronte a uno stillicidio di notizie che finirebbe per condizionare tutto, sarei io stesso a dimettermi e poi ricandidarmi. Marino stravincerebbe e sarebbe, a quel punto, molto più libero». Posizione diametralmente opposta all’ordine arrivato dal Nazareno di difendere senza se e senza ma ‘l’ex marziano’ Ignazio Marino.

 

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