giovedì, Aprile 15

Scienziati, non fate Spazio: andate a lavorare! L’ignoranza di alcuni soggetti della maggioranza e del Governo in materia di spazio

0

Chiariamolo subito. Confrontarci con i negazionisti della scienza non è affar nostro e, se realmente prendessimo in considerazione quel movimento che non ha mai creduto alle opportunità offerte dalla ricerca spaziale, beh dovremmo proprio cambiar mestiere. Ma da quando il visionario di complotti Bill Kaysing ha pubblicato un bizzarro opuscolo dall’altrettanta bislacca intestazione ‘Non siamo mai stati sulla Luna’, nel lontano 1977, alla fine abbiamo dovuto soffermarci sul dolo o l’incoscienza della manipolazione comunicazionale e continuiamo a domandarci con che animo si osi ridicolizzare tecnici e scienziati che dedicano la propria vita a costruire orizzonti lontani, a prezzo di sacrifici e in troppi casi anche di rinunzie estreme.

E probabilmente ci avrebbe fatto sorridere se qualcuno avesse definito «una farsa» l’approdo dell’Apollo 11 con due uomini a bordo sul nostro satellite naturale, il 20 luglio 1969, né ci avrebbe cambiato molto scoprire che quel giorno la persona in questione nemmeno era al mondo. E però non ci permettiamo sorrisi pieno di benevolenza, accorgendoci poi che l’autore di questa illazione oggi fa parte della compagine dell’esecutivo nazionale e non possiamo che domandarci o domandargli da quali fonti l’on. Carlo Sibilia abbia assunto le sue affermazioni, convincendosi poi a twittare le sue consapevolezze sulla rete sovrana. Lo stesso, ci informa coscenziosamente Wikimedia Italia che nel novembre 2012 affermò la necessità di una legge per consentire i matrimoni di gruppo e poi, senza soffermarci sul resto, l’8 giugno 2017 intervenne sul decreto che ha reso obbligatorie dodici immunizzazioni dichiarando: «Il vaccino obbligatorio e immediato deve essere quello contro la follia del ministro della Salute Beatrice Lorenzin». Oltre che irriguardosa a livello personale, ci sembra proprio strana l’affermazione per una persona che ha conseguito una laurea -seppur triennale- in biotecnologie.

Ma tanto è, così che la dichiarazione è stata ripresa dall’autorevole ‘Corrierone’, come potranno controllare serenamente i nostri Lettori, divertendosi poi, lo aggiungiamo noi, anche della confusione che emerge dalla questione squisitamente temporanea del lasso di tempo dal primo sbarco lunare e degli anni da lui indicati. Ma queste poi sono perdonabili sviste. Speriamo che le sue sicurezze si fermino qua. Perchè con l’autorità che l’onorevole irpino sta ricoprendo al Viminale potrebbe rederci noto come mai il DC9 Itavia sia finito nel Tirreno il 27 giugno 1980: forse per aver terminato il carburante? o perché sia esplosa la bomba che il 12 dicembre 1969 devastò una banca a Milano. Non poteva essere un ordigno bellico dimenticato a Piazza Fontana?
Di verità parallele ce ne sono molte, troppe nel nostro Bel Paese e nessuno le ha mai fatte convergere! Chi sa che non sia questa la volta buona!

Orbene, chi segue le vicende spaziali deve aver consolidato una certa pratica con i numeri. L’Italia, nella sempiterna indecisione della sua politica industriale, spende comunque una somma nell’ordine del miliardo di euro all’anno per la produzione e la gestione di prodotti che ci tengono su avanguardie di molte attività scientifiche (ovvero università) tecnologiche (che potrebbero essere centri di ricerca) e manifatturiere, significative di posti di lavoro, relazioni internazionali e generatori di ricchezza. Almeno così viene definito, a grandi linee, lo spazio all’estero, luogo più credibile sul piano comunicazionale. Senza dimenticare che con programmi quali Cassini Huygens –esplorazioni su Saturno e il suo satellite Titano- e Rosetta –un grande progetto europeo completatosi il 30 settembre 2016 sulla cometa 67P- il nostro Paese ha rivendicato un suo potenziale ben più di altre occasioni in cui i giornali hanno dovuto commentare inopportunità, spropositi e azioni fallimentari!

Cosa può importare questo a un numero due del dicastero che governerà gli affari interni del nostro Paese?

Non lo sappiamo: forse con molta poca modestia ci paragoniamo a Sant’Agostino che in riva al mare vide un piccino con una conchiglia in mano intento a travasare il mare nella sua buca. Il Padre della Chiesa, con la saggezza che certo non gli mancava, cercò di esprimere l’impossibilità dell’intento, ma il Bambino gli replicò: «Anche a te è impossibile scandagliare l’immensità del mistero trinitario con la piccolezza della tua mente». È, dopo tutto quello che ci viene da pensare guardando il cielo stellato e ripensando alle parole che Albert Einstein inflisse allo psicoterapeuta Fritz Perls: «Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana, ma riguardo l’universo ho ancora dei dubbi».

Siamo molto seri sull’argomento. Perché al di là di quello che può pensare qualche persona poco informata, l’attività spaziale oggi più che mai rappresenta un elemento di parcellizzazione per l’economia di una Nazione. Non a caso è stato coniato globalmente il termine Space Economy, che è semplicemente la catena del valore su cui si muovono ricerca, sviluppo e realizzazione delle infrastrutture spaziali abilitanti, che rappresentano i pilastri su cui poggiano prodotti e servizi innovativi abilitati, ovvero telecomunicazioni, navigazione, posizionamento, monitoraggio ambientale e previsione metereologiche.
Ma sono solo esempi che con buona volontà si leggono sui testi redatti dalle agenzie che fanno questo di mestiere. Per cui ci ha profondamente indignato leggere il titolo di un quotidiano molto vicino all’altro raggruppamento di governo. Lo riportiamo per dovere di cronaca anche se è dell’aprile dello scorso anno: ‘Casta, arriva il Sottosegretario allo Spazio: la poltrona più ridicola di tutta’. Con un occhiello ancora più qualificante per chi lo ha concepito: ‘Ma andate a lavorare’. Manca fortunatamente la firma del pezzo! Così nessuno potrà offendersi.

E a questo punto sarebbe interessante chiedere al col. Luca Parmitano, l’anno prossimo comandante della Stazione Spaziale Internazionale come sta passando il suo tempo in questo momento. Noi, però, lo sappiamo che è impegnato in un duro allenamento per ottenere il massimo da se stesso e dare tutta la sua professionalità non solo e non tanto alla nostra Nazione, ma anche all’Europa, alla comunità scientifica che gli ha dato la piena fiducia e all’umanità che trarrà i suoi benefici, spesso nascosti dell’importante contributo che dà l’avamposto spaziale con le sue ricerche.
Tralasciamo, dunque, questo esempio di cattiva stampa: dato lo spessore dei contenuti nemmeno immaginiamo una correlazione con Luigi Barzini che di sé diceva: «Fare il giornalista è sempre meglio che lavorare». Perché lui era ironico!

Ma poi i guai dello Spazio italiano non finiscono qua. Nella seduta dello scorso 5 giugno, l’onorevole Carla Ruocco, appartenente allo stesso schieramento del Sottosegretario agli Interni, ha domandato all’Aula se il Governo non intenda valutare la sussistenza dei presupposti per la revoca della nomina del professor Roberto Battiston alla presidenza dell’Agenzia spaziale italiana, riportando la questione «in un ambito di correttezza politico-istituzionale» in quanto il 9 maggio l’allora Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, Valeria Fedeli, con proprio decreto ha riconfermato la presidenza dell’Agenzia per il quadriennio 2018-2022; compiendo un «colpo di mano» (parole sue!) in «un atto politico e istituzionale a giudizio dell’interrogante irrispettoso del nuovo Parlamento, aggravato dall’assenza di qualsiasi presupposto di indifferibilità e urgenza». Parole formali, piene di quel politichese, che il nuovo gruppo dirigente ha sempre osteggiato e che adesso condivide nella smania di spartire le ultime sedie disponibili. Vedremo nei prossimi giorni cosa accadrà, ricordando però che certe istituzioni non possono fermarsi in attesa che un fascio di politici trovi i suoi accordi. Ci sono interessi internazionali da onorare, fatture da pagare, opposizioni astrali sfasate con i temporeggiamenti corpuscolari. Programmi da eseguire, pena l’esclusione dai grandi business globali.

A chi in questo settore ci lavora e fa parte di una famiglia di circa 5.000 addetti in Italia, resta lo sgomento dell’approssimazione nell’affrontare temi che possono demarcare a breve la ricchezza e la povertà di una nazione. Ma comprendiamo pure che è il prezzo di uno stress di iperscelta che preme sempre più sulla rete quando le idee sono poche e senza futuro. E chi sa perché, ci tornano le parole che Umberto Eco pronunziò in una lectio magistralis tenuta all’università di Torino, nel giugno del 2015: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli».

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->