venerdì, Maggio 7

100 scienziate a difese delle donne

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Il 25 Novembre scorso l’intero pianeta ha celebrato la Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Uno degli aspetti più bui e negativi della modernità, un fenomeno che nessun progresso sembra essere in grado di debellare. Esistono tanti tipi di violenze che vengono perpetrate nei confronti del genere femminile che vanno ben oltre il male fisico o carnale. Stiamo parlando di stereotipi, di stigmatizzazione professionale, di idee ed ideologie ataviche secondo cui la donna non sarebbe in grado di svolgere determinati mestieri o ricoprire specifici compiti. Basta frequentare le facoltà di Ingegneria, Chimica, Informatica all’Università per capire che queste convinzioni non sono poi tanto passate. Limitazioni che non solo schiacciano talenti e impediscono la libera espressione delle potenzialità delle giovani di donne ma pongono un freno all’innovazione, al progresso e alla ricerca. E anche quando ce la fanno, e sono molte ad avercela fatta, è raro che le donne abbiano un adeguato impatto mediatico una volta raggiunto un traguardo importante.

Abbiamo scelto di intervistare Monia Azzalini, ricercatrice presso l’Osservatorio di Pavia Media Research e ideatrice, insieme alle giornaliste Isabella Seveso e Giovanna Pezzuoli, del progetto « 100 donne contro gli stereotipi». Una idea tutta al femminile, che vede la collaborazione di Gi.U.Li.A, un’associazione di giornaliste che si occupano di parità di genere sempre nella comunicazione e della Fondazione Bracco, oltre al finanziamento della Commissione Europea. Si tratta di una piattaforma online dove si trovano nomi e curriculum di esperte nei campi considerati più “ostici”, in particolare dell’area STEM, ovvero quella che si occupa di scienza e tecnologia. Un discorso complesso eppure sotto gli occhi di tutti, che compenetra il problema della discriminazione di genere con l’importanza e il valore della “reputazione” mediatica.

Dottoressa Azzalini, può raccontarci la genesi di questa iniziativa e come si è arrivati alla sua realizzazione?

L’idea è nata da un confronto tra me, ricercatrice dell’Osservatorio di Pavia Media Research da più di venti anni, e le esperte della “questione femminile”, una situazione storicamente situata che va avanti da molti anni e si estende a livello transnazionale. Tutto è nato dall’incontro con Giovanna Pezzuoli e Isabella Seveso, due giornaliste dell’associazione Gi.U.Li.a. Riflettevamo insieme, ormai tre anni fa, riguardo un problema su cui vedevamo riflessa poca attenzione mediatica. Il problema degli stereotipi nei media che innestano, creando un circolo vizioso, stereotipi culturali e sociali nell’immaginario collettivo. In Italia c’è sempre stata una certa sensibilità verso il problema della mercificazione del corpo femminile, della concezione della donna come corpo violato, come desiderio sessuale, tematiche sicuramente di grande rilievo ma non uniche nell’ambito della questione femminile. Una su tutte, l’immagine presentata dai media di un universo molto gerarchico e molto asimmetrico, dove le donne sono presenti come vox populi, come gente comune e sempre anonime a fronte di molti uomini che vengono interpellati come fonti dell’informazione ma anche dell’approfondimento culturale e scientifico, spesso in giacca e cravatta ed in qualità di professionisti oppure esperti in materia. Questo non è solo un problema di giustizia, “è giusto che ci siano più donne”, ma anche e soprattutto un problema di progresso e di prospettiva dei media e della società. Continuando ad interpellare solo uomini in quanto figure autorevoli continueremo a consolidare una chiave di lettura che conferma quella situazione di svantaggio delle donne rispetto agli uomini che sopravvive da tempo in questo mondo. Oggi come oggi persino le aziende hanno capito che la diversità è un elemento di vantaggio per l’impresa. Riservando le posizioni di spicco a soli uomini, cresciuti e formati nel medesimo contesto culturale, avremo sempre e solo gli stessi approcci ai problemi e mai nulla di innovativo. Quindi è importante svecchiare il linguaggio dei media perché questo può contribuire anche all’apertura di prospettive nuove.

Vorrei sottolineare il fatto che il vostro punto di partenza non sia una carenza di presenza femminile in termini quantitativi ma una scarsa rilevanza mediatica delle donne di qualità.

Certo, assolutamente. I media continuano ancora oggi ad interpellare uomini perché settant’anni fa, quando nacque la televisione, le donne che ricoprivano ruoli di spicco erano certamente poche, pensiamo ad esempio alla politica. Oggi, anche se in minor numero rispetto agli uomini, le donne sono presenti nelle Istituzioni e nella Politica e in molte professioni hanno raggiunto livelli apicali, ruoli a cui di solito ci si rivolge per avere spiegazioni autorevoli sulla società e sul mondo. Ad esempio, quando si vuole parlare di vaccini non si intervista un medico di base qualunque ma si predilige un medico o una medica che ha certi titoli e determinati meriti per esprimersi in modo autorevole sull’argomento. Siccome storicamente questi ruoli erano presidio degli uomini si è continuato, anche dopo sessant’anni, su questa strada senza guardare nel frattempo alle donne che entravano in tutte le professioni e raggiungevano livelli illustri tra i campi di ricerca più interessanti. Guardando ai dati, più o meno variabili in base all’anno e il contesto, mediamente per 8 o 9 uomini troviamo una o due donne. Questa è l’origine del progetto. Come siamo arrivati alla realizzazione? Con grande fatica. Abbiamo bussato a tante porte in quanto si tratta di un tipo di progetto che richiede un certo numero di risorse economiche. Fortunatamente ci ha accolto con entusiasmo ed interesse la Commissione Europea. Abbiamo organizzato un convegno a Roma lo scorso 23 giugno, dove abbiamo trovato il forte appoggio di Flavia Marzano, attuale Assessore all’Innovazione della Capitale e da sempre attiva sul fronte della promozione delle donne nel campo dei media e delle nuove tecnologie. In quell’occasione venne lanciata l’idea di creare una banca dati di profili femminili utilizzando il canale Wikipedia, idea che è stata rigettata poco dopo a causa di una serie di complicazioni. Quindi abbiamo avuto una manifestazione di interesse da parte della Fondazione Bracco che si è offerta di aiutarci nella nostra idea di banca dati online e sito web ed in pochissimo tempo siamo partiti con una preselezione e selezione poi in cui, oltre al merito, ha contribuito tanto il criterio della disponibilità delle esperte ad essere contattate. Al momento sul nostro sito ci sono 82 profili ma stiamo lavorando per garantire un continuo aggiornamento, a breve esamineremo le nuove candidature e pubblicheremo i criteri di selezione.

Quali sono gli obiettivi a breve e a lungo termine del progetto?

Credo che l’obiettivo a breve termine sia già stato raggiunto. Abbiamo avuto una copertura mediatica davvero straordinaria, radio, televisione, stampa, il patrocinio della Rai, dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti e della Consigliera Nazionale della Parità, la proposta di girare un cortometraggio su una delle nostre esperte, una casa editrice che vorrebbe pubblicare un catalogo con i profili femminili da noi selezionati. L’obiettivo a lungo termine vorrebbe cambiare i dati ed aumentare finalmente la situazione attuale in cui ci sono due donne ogni otto uomini. Se nel 2020 avremo una percentuale decisamente superiore di questo 17 – 19% a seconda del contesto nazionale e internazionale potremo dire di aver raggiunto il nostro obiettivo a lungo termine.

I media sembrano essere stati fin da subito parte fondante del progetto. Un impatto mediatico adeguato ad oggi è necessario per valorizzarsi. La piattaforma farà anche da database per i giornalisti, giusto? 

Il progetto è stato studiato proprio per soddisfare questa esigenza. Il target principale è proprio quello di giornalisti e giornaliste, coloro che hanno un enorme potere tra le mani e spesso rischiano di non rendersene conto. Anche per questo abbiamo optato per una banca dati molto facile da raggiungere e un sito quasi essenziale, in modo da agevolare il lavoro dei giornalisti che si trovano spesso a lavorare con urgenza. Oltre ai media il progetto è stato pensato anche per riempire un’altra lacuna, quella dei dibattiti pubblici, quindi convegni, tavole rotonde, eventi pubblici organizzati dalle Istituzioni. La nostra piattaforma è quindi anche uno strumento per chi deve organizzare questo tipo di eventi. E non si tratta solo di portare la cosiddetta “quota rosa”, ma di apportare un nuovo punto di vista che potrebbe significare innovazione.

Per adesso il sito racchiude solo profili di eccellenze femminili nell’area STEM. Verrà esteso in futuro anche ad altre professioni?

Molte delle candidature arrivateci provengono da ambiti diversi dall’area STEM. L’idea è quella di andare avanti ed aprire la nostra banca dati anche ad esperte provenienti da altri settori, come possono essere l’economia e la cultura.

Una domanda un po’ fuori dal coro. Ci sono donne che non apprezzano queste iniziative perché, come per la questione “quote rose”, darebbero un vantaggio ingiustificato invece di incoraggiare la parità tra i sessi. Come risponderebbe a questa critica?

Rispetto a questo progetto non abbiamo mai ricevuto obiezioni a riguardo. D’altro canto nel campo dei media sarebbe quasi impossibile imporre una certa “quota rosa”. Si tratta proprio di sensibilizzare chi manovra l’opinione pubblica, e non sulla base di teorie, ma guardando ai dati. La carenza di personalità femminili titolate a parlare in televisione e la contemporanea abbondanza di soubrette e attrici inquina un po’ l’aria. Esattamente come le polveri sottili: se non lavori in un centro di rilevazione specializzato in materie inquinanti non potrai mai accorgertene. Lavorando in un centro di monitoraggio, con i dati alla mano, io e miei colleghi possiamo realmente renderci conto di quanto l’aria sia “inquinata”.

L’idea a monte del progetto è originale o esistono casi simili?

No, non è assolutamente originale.  Esistono diverse banche dati in Europa, in particolare in Francia, Germania, Belgio, Olanda, Inghilterra ma anche Nord America, Australia, molti Paesi del Medio Oriente. Anche la BBC ha una sezione dedicata. Ovviamente prima di avviare il progetto abbiamo fatto uno screening e abbiamo studiato e approfondito questi casi.

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Lo stereotipo secondo cui donna e scienza non sarebbero compatibili è silenziosamente radicato qui in Italia. Sono sempre gli uomini ad imporlo o sono spesso le donne a limitarsi? Ci vorrebbe forse più impegno nei confronti delle nuove generazioni? 

Ci vorrebbe una maggiore vera e propria educazione. Gli stereotipi che discriminano il ruolo sociale delle donne sono equamente distribuiti nell’immaginario degli uomini e delle donne. Anche le donne sono portatrici degli stereotipi che le riguardano. L’educazione di genere, la teoria del gender sono aspetti che vengono studiati da molti anni. Non esistono differenze sostanziali tra uomini e donne, nasciamo con talenti equamente distribuiti. Soffocando volutamente questi talenti si preclude il progresso delle comunità e della società a priori. Escludere i talenti femminili alla base vuol dire avere il 50% delle probabilità in più che un deficiente guidi un’azienda o faccia politica.

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