venerdì, Settembre 17

Schumacher, la caduta degli dei image

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Brutto, molto brutto e difficile scrivere un pezzo su Michael Schumacher mentre il campionissimo della Formula uno di tutti i tempi è in coma farmacologico all’ospedale di Grenoble per una rovinosa caduta sugli sci. L’istinto, atroce e tremendamente ingiusto, è quello di scrivere al passato, come se Schumi non fosse più nel mondo dei vivi.

Perché questa strana, quasi inaccettabile sensazione? La risposta ha molte sfaccettature, che cercherò di tirar fuori dal profondo della coscienza di uomo e di giornalista.

Noi italiani, tifosi della Ferrari per nascita, abbiamo avuto col pilota Schumacher un rapporto controverso. L’uomo che ci ha regalato l’epopea vincente più luminosa della storia del Cavallino rampante, cinque titoli mondiali consecutivi dal 2000 al 2004, è stato rispettato, ammirato, forse idolatrato. Mai davvero amato. Troppo tedesco, si diceva. Troppo vincitore, troppo pagato. Troppo esultante sul podio, addirittura. Il vecchio cuore Ferrari batte per altri caratteri, altri personaggi. Gente come Gilles Villeneuve, Clay Regazzoni, lo stesso Fernando Alonso. Nipotini dell’archetipo di tutti gli eroi romantici, il funambolico Tazio Nuvolari. Insomma, quelli capaci di accendere la fantasia più sanguigna del suiveur formato televisivo o anche versione autodromo, purchè vissuto come curva di stadio.

E non è un fatto di nazionalità. Certo, anche Niki Lauda, l’ombroso e gelido Lauda, che in un certo senso è stato il progenitore di Schumacher come alfiere teutonico della Ferrari, ha avuto problemi di feeling col pubblico. Ma Niki era davvero un tipo unico al mondo, non fece mai niente per catturare la simpatia di nessuno perché, in fondo, non gli interessava proprio.

Schumi, invece, è un tedesco del sud, un bambinone ridanciano col vizio della vittoria ad ogni costo, in un certo senso vittima umana di uno sport che nel terzo millennio è passato, come il calcio, in una dimensione quasi totalmente televisiva, erigendo un muro invisibile tra spettatori e protagonisti, ed affievolendo sempre più il rapporto tra i primi e i secondi sotto gli aspetti attinenti al fattore umano.  

In particolare la Formula uno, da Schumacher in poi, sforna non più piloti ma cyborg d’acciaio, macchine al volante di altre macchine, a volte difficili da considerare come elementi distinti e separati.

Nell’immaginario collettivo, Michael Schumacher è stato il primo ad essere percepito come una sorta di highlander. Un immortale, l’erede di Siegfried, l’eroe vincente per antonomasia, colui che passa attraverso il fuoco, il rischio, le sfide più leggendarie e ne esce magari ferito ma sempre trionfatore sulla sorte e sui malcapitati avversari, regolarmente annichiliti.

Dunque, stavolta, si fa una gran fatica ad accettare il fatto che Michael possa perdere la battaglia più aspra, quella decisiva.

Ecco allora il motivo del paradosso. Il 29 dicembre 2013, sulla pista da sci di Meribèl, è il semidio Schumacher ad averci salutato per sempre. L’uomo Michael, invece, è ancora con noi, umano tra gli umani, resiste strenuamente perché non si rompa quel filo esile che lo tiene attaccato alla vita, a sua moglie e a tutti quelli che sono idealmente accanto al suo letto per fargli coraggio, finalmente da pari a pari.

 

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