mercoledì, Aprile 14

Schettino in aula: perchè no? Ragionando a mente fredda sulla lezione a La Sapienza

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Sono consapevole: si tratta di una notizia datata sulla quale avete letto pezzi su pezzi sulle più svariate testate.

Solo che quello di cui ho intenzione di scrivere non è quello che hanno scritto la maggior parte degli altri, o almeno così mi auguro.

 

Nel momento in cui ho letto che l’ex capitano Schettino, colui che se la sta passando brutta per la disgrazia della nave Costa Concordia affondata nei pressi dell’Isola del Giglio, era salito in cattedra all’Università La Sapienza di Roma nell’ambito di una lezione sulla gestione del panico anche a me fremevano i polpastrelli e avrei voluto twittare all’università qualcosa come “stavolta avete proprio toppato”.

Il web e la carta stampata ci sono andati a nozze, criticando l’iniziativa tanto che la stessa Università non ha perso tempo a liquidare il fatto come l’iniziativa privata di un singolo docente, dalla quale si sono affrettati a prendere le distanze. L’università l’ha infatti definita “iniziativa autonoma e indegna presa da un docente”, un “grave episodio” che l’ateneo “condanna fermamente” e dal quale “prende le distanze”, tramite le parole del rettore Luigi Frati.

Lo stesso Ministro dell’Istruzione si è pronunciato in materia: “trovo che l’intervento di Schettino nel corso di un seminario organizzato da un docente dell’Università La Sapienza di Roma sia un fatto sconcertante”.

Una posizione a dir poco condivisibile: chi non ricorda la telefonata che ha fatto il giro della rete, durante la quale Schettino pareva minimizzare il disastro, mentre lasciava la nave prima che l’avessero fatto i passeggeri, anzi, proprio mentre alcuni di questi morivano all’interno del vascello? Come è stato possibile che proprio lui salisse in cattedra e avesse qualcosa da insegnare a qualcuno?

La faccenda ha avuto infatti anche dei risvolti giudiziari. La procura di Grosseto ha acquisito il materiale della lezione per appurare se Schettino abbia fatto delle dichiarazioni inerenti il processo che lo vede imputato per il disastro della Costa Concordia, che, ricordiamo, ha causato la morte di oltre trenta persone.

Solo che ci ho riflettuto e ho cambiato idea. Inizialmente pensavo si trattasse della solita trovata culturale di cattivo gusto che ultimamente ci contraddistinguono (come dimenticare i bronzi di Riace in perizoma o la proposta di aprire le scuole ad ottobre per aiutare il turismo?).

Ora invece quell’insegnante che ha invitato Schettino ad una lezione universitaria lo sostengo.

Se penso che il corso di laurea in questione è quello di psicopatologia forense mi sembra perfettamente sensato che una persona come Schettino sia intervenuta e che, in fin dei conti, avesse effettivamente qualcosa da insegnare.

Se la lezione avesse parlato di omicidio non sarebbe perfettamente coerente che un serial killer esponesse la propria versione dell’argomento? Così come in una lezione di cucina non avrebbe forse senso che un famoso chef desse qualche consiglio?

Ad ognuno il proprio ambito, insomma ed è indubbio che Schettino, dal punto di vista della gestione del panico, sia un soggetto interessante da ascoltare. Un uomo, prima della tragedia, addestrato ad essere un comandante che ora si trova imputato in un processo proprio perché si ritiene che non sia stato in grado di gestire la situazione e, in sostanza, il panico.

Per questo motivo mi sento di essere dalla parte dell’insegnante universitario, il professor Mastronardi, che ha invitato Schettino e gli ha permesso, con l’assistenza dei suoi legali, di parlare agli allievi. Sono convinta che quegli allievi abbiano imparato qualcosa dalle sue parole, abbiano tratto delle conclusioni che nessun libro avrebbe permesso loro di trarre. Delle conclusioni differenti rispetto a quelle che hanno ipotizzato coloro che hanno criticato l’iniziativa.

Sono dalla parte dell’insegnante anche se è stato deferito al Comitato Etico «perché ne valuti i profili, anche ai fini disciplinari», sempre secondo le parole del rettore.

Sono dalla parte dell’insegnante che ha portato “il caso” a scuola, avvicinandola alla vita reale proprio quando in molti (a ragione) la accusano di essere un mondo completamente differente rispetto alla quotidianità.

 

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