mercoledì, 1 Febbraio
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Scene da un SSN fuori legge sull'aborto

Un rimprovero chiaro quello che il Consiglio europeo rivolge all’Italia sulla lacunosa applicazione della legge 194, per la quale la Cgil ha organizzato un reclamo collettivo con grande successo. Di certo non il primo: già nel 2014, proprio su questo tema, fu presentato al Consiglio europeo, un ricorso collettivo molto vivace. A quanto pare, però, non abbastanza rumoroso. Sì, perché accade che, nonostante la legge sull’aborto sia vecchia quasi quarant’anni, in Italia deve ancora vedersela con una disorganizzazione capillare che non ne vuole sapere di adeguarsi. Sempre più medici fanno i conti con l’inadeguatezza degli enti ospedalieri e con la discriminazione nell’ambiente di lavoro così come le donne, anch’esse vittime di questa disorganizzazione frastornante ed emarginante.
Non si può certo dire che sia normale questo stato di cose. Che sia, però, in linea con un Paese la cui applicazione delle leggi fa acqua da tutte le parti, possiamo dirlo, parlando con gli operatori sanitari. E proprio “l’abuso dell’obiezione di coscienza in merito alla legge 194 sta creando un grave disagio“, impedendo l’applicazione ‘in toto’ della legge stessa. Anche se, “ciò, certamente, non significa contrastare il diritto all’obiezione di coscienza”, come ci dice Benedetta Liberali, uno degli avvocati che si è occupato del reclamo collettivo della CGIL al Consiglio europeo. “Non richiediamo una limitazione dell’obiezione di coscienza, perché è un diritto, quello degli obiettori e nessuno vuole obbligarli a far qualcosa che non vogliono fare. Noi richiediamo, piuttosto, l’applicazione della legge che impone agli ospedali e alle Regioni di adattarsi. La legge dice che gli ospedali e le Regioni si organizzino in modo da garantire alle donne il diritto di accedere alle condizioni previste dalla legge 194. E questo stato di cose non avviene, non solo ai danni delle donne ma anche dei medici non obiettori di coscienza che devono farsi carico della disorganizzazione degli ospedali e delle discriminazioni nell’ambiente di lavoro”.
Sicuramente, l’importanza di questo secondo reclamo ha a che fare con la sordità del nostro Paese che sembra infischiarsene dei rimproveri ‘made in Europe’ e della voce dei suoi cittadini. La risposta dell’Italia, al ricorso, ce la racconta ancora Benedetta Liberali: “Questo è già il secondo ricorso che noi presentiamo al Consiglio europeo. Abbiamo chiesto se, rispetto alla prima condanna di due anni fa, le cose fossero cambiate e se i medici non obiettori di coscienza ci fossero condizioni di miglioramento. Ebbene, i dati importanti aggiornati a 7 settembre 2015, sono che il Consiglio europeo ha accertato che purtroppo l’Italia non ha fatto nulla per applicare una legge dello Stato. In occasione dell’udienza che si è svolta a Strasburgo abbiamo anche depositato numerosissime mozioni presentate al Parlamento in cui diversi parlamentari chiedevano al Ministro del Governo di rendere conto di quello che è stato fatto dopo la prima sentenza di condanna, di due anni fa. E in queste mozioni non è mai stata data risposta formale. C’è un disconoscimento di questo accertamento che oggi viene riconfermato.

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