giovedì, Maggio 13

Scatti d'autore per Michelangelo image

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«Quando Michelangelo avvertì  la febbriciattola che lo stava indebolendo, fece scrivere da Daniele al nipote Leonardo che poteva raggiungerlo a Roma. E malgrado le attenzioni del fisico Federigo Donati e di altri, la sua malattia si aggravò e, pienamente cosciente, lasciò la sua anima a Dio, il suo corpo alla terra, le sue cose materiali ai parenti  stretti».  

Così descriveva il  Vasari le ultime ore del più grande scultore di tutti i tempi che nella notte del 18 febbraio del 1564 passò a miglior vita.  Aveva 89 anni, essendo nato il 6 marzo del 1475 a Caprese, nell’Aretino. 

A 450 anni di distanza dalla sua scomparsa, l’Angel divino, come lo definì l’Ariosto, è occasione non solo di solenni celebrazioni, ma anche di riflessioni,  riletture, stimoli creativi della sua inesauribile ed ineguagliabile opera in ogni campo in cui si sia cimentato: scultura, pittura,architettura, poesia. E  a  Firenze, la città che  ne  raccoglie  in S.Croce le spoglie  (grazie al nipote Leonardo che riuscì a trafugarne il corpo, sottraendolo a Roma che voleva tumularlo in S. Pietro, nella fabbrica in cui aveva lavorato a lungo per vari Pontefici)  e conserva alcune delle sue più celebri opere,  è stata inaugurata, proprio  ieri, una singolare Mostra dal titolo: Ri-conoscere Michelangelo, la scultura del  Buonarroti nella fotografia  e nella pittura dall’800 ad oggi”.

Una mostra che è come un viaggio nel tempo, attraverso l’arte e la fotografia, sulle tracce del Buonarroti, nata da un’idea, un’intuizione buttata là quasi per caso dalla Sovrintendente al Polo Museale Cristina Acidini e che si è sviluppata in tempi rapidissimi, tanto che ora è godibile all’interno di quel Pantheon michelangiolesco  che è la Galleria dell’Accademia, che ospita la più celebre scultura del mondo, quel David – simbolo  di libertà e della Repubblica fiorentina – ultimato nel 1504 e  là conservato dal 1873, icona assoluta del Rinascimento fiorentino e i Prigioni, realizzati per la tomba di  Papa Giulio II. Il contrasto voluto tra le opere del Maestro e  il moderno medium rappresentato dalla fotografia, è di per sé momento di  grande suggestione. Ma, al di là delle sensazioni che immediatamente il pubblico può ricevere, le 130 opere esposte di artisti selezionati attraverso i più noti ateliers e professionisti dal XIX e XX secolo, offrono un’idea del ruolo determinante che la fotografia, fin dalle sue origini, ha svolto nel consolidare la fortuna critica e iconografica di Michelangelo, contribuendo alla diffusione del suo mito.  Scatti d’autore che  hanno ritratto, sviscerato nei dettagli, sezionato, riprodotto e moltiplicato e interpretato le sue più celebri opere.  

Il percorso espositivo prende avvio dalle interpretazioni della personalità di Michelangelo con le opere  qui esposte di Eugène Delacroix e Auguste Rodin. Ma prima di arrivare ai due artisti francesi, il visitatore è accolto da un ritratto sin qui inedito del grande artista, attribuito a Domenico Cresti, detto il Passignano, artista a cavallo tra Cinque e Seicento, che ci mostra un Michelangelo di mezza età, pensoso, sereno e solitario. Non quell’inquieto  e irrequieto artista  che è stato poi  consegnato alla storia. Per tornare al punto di partenza, all’800, Delacroix ci presenta  l’artista immaginato nel suo atelier, seduto  pensieroso e  simile a sé stesso  quanto a inquietudini e malinconie – come annota nel suo saggio Silvestra Bietoletti che, insieme a Monica Maffioli, ha  curato questa mostra. L’artista francese sarebbe stato uno dei primi a raccogliere l’interpretazione della personalità e dell’opera di Michelangelo che ne dette Stendhal nella sua Histoire de la peinture en Italie, immaginando l’artista «desideroso di un’arte in grado di suscitare passioni e non di una che si limitasse a descriverle». Un esempio da proporre agli artisti romantici. Soltanto Horace Vernet si era soffermato sull’indole tenebrosa di Michelangelo che, come si evince da uno dei tanti aneddoti, Raffaello, esageratamente mondano e sempre attorniato da un seguito pari a quello di un generale, lo avrebbe descritto «solo come un boia». Di Rodin è esposto un mezzobusto ispirato a Michelangelo dal titolo L’uomo dal naso rotto.

Ma se questo è il prologo, cosa ci propone  la Mostra e per cosa si caratterizza?  Si tratta di scatti fotografici  dalle origini  ad oggi, da quelli – e siamo appunto alla metà dell’800 – di Eugène Piot , Edouard-Denis Baldus agli Alinari, il cui ruolo è fondamentale  nella documentazione del patrimonio artistico, a  quelli di John Brampton Philpot, solo per citarne alcuni, fino alle foto di Giuseppe Pagano sulla Pietà di Palestrina, al lavoro di David Finn e di Aurelio Amendola ( di cui l ’Indro si è già ampiamente occupato), le cui opere s’intrecciano con gli storici dell’arte, per approdare  ad artisti del Novecento come Medardo Rosso, Henri Matisse, Carlo Mollino, alla ricerca fotografica di Emmanuel Sougez, Herbert List, Horst P. Horst e, negli anni Settanta, di Tano Festa, Paolo Monti, Antonia Mualas, Helmet Newton, Gabriele Basilico, Gianni Berendo Gardin, Gerard Rondeau.  La mostra si conclude con i riferimenti al tema della copia e del multiplo nell’epoca, appunto, della riproducibilità, temi affrontati da Karen Knorr, Lisa Sarfati, Tim Parchikov, mentre  Michelangelo è assunto come modello della cosidetta staged photography da Luca Pignatelli, Frank Horvat, Yossef Nabil, Kim Ki duk, fino a diventare assenza nelle imagini di Thomas Struth e Candida Hofer.

Come  scrive il noto climatologo Giampiero Maracchi,  qui nella sua veste di Presidente dell’Ente Cassa di Risparmio ( che insieme al Polo Museale, alla Galleria dell’Accademia e a Firenze Musei ha reso possibile l’evento), la mostra «come una lanterna magica  presenta  un modo inusuale e originale di avvicinarsi ad un grande artista del passato mediato da altri artisti e quindi con l’aggiunta di una sorta di commento non scritto che ci parla di lui ma anche di chi lo interpreta». Insomma “ un esempio  di cultura del “perché,” di un percorso che suscita delle domande in chi guarda.” Se la mostra sarà in grado di dare una risposta ai tanti perché, tanto meglio. Essa è accompagnata da un ricchissimo catalogo edito da Giunti, nel quale, tra gli altri saggi, vi è quello di Monica Maffioli che,  richiamandosi a Baudelaire, tratta della natura “ambigua” e “perturbante” della fotografia. Accanto alle opere  dei grandi fotografi e artisti, sono esposte 20 medaglie d’artista realizzate dagli studenti e dai docenti del corso di scultura e di anatomia artistica dei professori Stefano Patti e Francesca Taliani, dell’Accademia di Belle Arti di Firenze, frutto di un ciclo di lezioni  svolto con l’intento di rivalutare un’antica arte in voga nelle botteghe fiorentine: quella della medaglistica. La scuola è attigua alla Galleria che, ricorda il direttore Angelo Tartuferi,  ha visto il riordino della sala del Colosso  e  il trasferimento di Isaia e Giobbe  di Fra’ Bartolomeo che testimonia le sue riflessioni sugli affreschi della Cappella Sistina, e  della pala di Francesco Granacci con la Madonna della Cintola, che ben introducono il visitatore nel Santuario della Galleria dei Prigioni, sullo sfondo del quale vi è la Tribuna del David, apoteosi del mito michelangiolesco. Queste celebrazioni si affiancano a quelle per i 450 anni dell’Accademia delle Arti e del Disegno, fondata da Cosimo I e da Giorgio Vasari, il quale volle Michelangelo tra  gli Accademici e al quale – ricordava il Presidente Luigi Zangheri – fu attribuito il titolo di padre delle arti. 

 

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