martedì, Settembre 21

Scandalo UnionPay, giro di vite a Macao Ricchi cinesi usano la rete di pagamento statale per trasferire capitali all'estero illegalmente

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Sabato 17 maggio due cittadini cinesi sono stati arrestati a Macao mentre prendevano un taxi fuori da un casinò nella zona di Cotai. L’arresto è avvenuto nell’ambito dei recenti tentativi del Governo centrale di Pechino di combattere la fuga di capitali dalla Cina attraverso Macao. I due cinesi, di 25 e 30 anni, erano in possesso di 690.000 dollari di Hong Kong in contanti, e di fiches del valore di 500.000 dollari di Hong Kong. Gli uomini si erano procurati il denaro attraverso due carte della rete di pagamento statale cinese UnionPay.

Proprio la UnionPay è stata di recente al centro di un nuovo scandalo che conferma come i cittadini cinesi utilizzino vari metodi illegali per portare capitali all’estero e così evadere le rigide restrizioni imposte dallo stato cinese. La fuga di capitali con la rete UnionPay non è difficile. Un cittadino cinese si reca nella Zona Amministrativa Speciale di Macao, che è di fatto divenuta la capitale del gioco d’azzardo della Cina e dell’intero Est asiatico. Utilizzando una carta UnionPay, la quale fa parte della rete bancaria statale cinese, egli si reca in un negozio, ad esempio una gioielleria, e chiede al negoziante di fargli fare un finto acquisto. Il cliente si fa consegnare dei soldi prelevati con la carta dal proprio conto cinese, e maschera il prelievo come acquisto di merce. In questo modo si può aggirare il limite massimo di denaro che i cittadini cinesi possono portare al di fuori dei confini della Cina continentale, il quale è di 20.000 yuan (3-200 dollari) al giorno.

Il ‘sistema UnionPaypermette a molti cinesi ricchi di riciclare denaro sporco, spendere cifre elevate nei casinò, o di evadere le tasse. Ad esempio, i due uomini di Fujian arrestati questo mese avevano manomesso i loro dispositivi UnionPay in modo da connetterli ad una piattaforma commerciale della Cina continentale che trattiene una commessa di 26 yuan per transazione, invece dell’14% previsto sulla rete UnionPay di Macao. L’utilizzo illegale dei conti UnionPay ha fino ad oggi arrecato alla banca una perdita di 220.000 patacas in tasse di transazione. Fra febbraio e gli inizi di maggio, 12 persone sono state arrestate in casi frode legati all’uso illegale di carte UnionPay.

La UnionPay, poco conosciuta in Occidente, è l’unica organizzazione nella Repubblica Popolare Cinese autorizzata al rilascio di carte di pagamento. Fu fondata nel 2002 con il benestare della Banca Popolare Cinese, ed è l’unica rete bancomat interbancaria della Cina continentale. La rete UnionPay si estende ormai a 141 Paesi, inclusa l’Italia. A poco più di un decennio dalla sua fondazione, la UnionPay, il cui quartier generale si trova a Shanghai Pudong, è giunta a dominare il mercato globale. Con 3.53 bilioni di carte di pagamento in circolazione, essa ha infatti soppiantato le sue ben più famose rivali come la Visa, anche se le transazioni di quest’ultima, pari a 4.6 trilioni di dollari, rimangono ancora al primo posto. Ma la UnionPay, che con 2.5 trilioni di dollari è seconda, può dire di aver raggiunto lo scopo che la leadership cinese si era prefissa: internazionalizzare e conquistare i mercati globali. Come spesso avviene nell’economia cinese, questo risultato è stato raggiunto attraverso una rigida regolamentazione statale. La UnionPay, infatti, gode di un monopolio di mercato in Cina, e operatori esteri come Visa e MasterCard sono obbligati ad affiliarsi alle reti UnionPay per poter offrire i propri servizi.

Dal 1999, anno in cui la colonia portoghese fu restituita alla Cina, ad oggi, Macao è divenuta il luogo privilegiato in cui la nuova elite politico-economica cinese si dà al gioco d’azzardo, e in cui può riciclare denaro sporco, ad esempio quello che la corruzione dilagante mette nelle tasche di alcuni membri del Partito Comunista, evadere le tasse, o portare denaro all’estero per reinvestirlo in beni immobili, in progetti di emigrazione, o per depositarlo in paradisi fiscali.

Macao, in quanto Zona Amministrativa Speciale, ha un Governo autonomo da quello di Pechino, delle leggi e una moneta proprie. L’ambivalenza della condizione politica di Macao, la quale vive una tensione dialettica fra subordinazione al Governo centrale e un’autonomia che sfiora la semi-indipendenza, si riflette anche nell’ambito economico. Infatti, Macao da un lato vive di gioco d’azzardo e quindi beneficia dei ricchi clienti cinesi, dall’altro, però, ha il compito di far rispettare le restrizioni sui capitali imposte da Pechino. L’ ex-colonia portoghese è da sempre stata un centro del gioco d’azzardo. Dopo un breve periodo di industrializzazione fra gli anni sessanta e ottanta, ed una altrettanto rapida deindustrializzazione, il Governo ha puntato sempre di più sul gioco d’azzardo come principale risorsa economica. L’ascesa della Cina ha favorito questa scelta, in quanto ai ricchi giapponesi, singaporiani e taiwanesi si sono aggiunti gli imprenditori e i politici cinesi, i quali hanno grandi quantità di denaro da spendere.

Il settore del gioco d’azzardo di Macao ha ormai da tempo superato quello di Las Vegas, con un giro d’affari sette volte maggiore di quello della città americana. L’economia dell’isola deriva da questo settore l’80% delle sue entrate e ne è dunque dipendente. Ciò potrebbe spiegare perché le autorità locali abbiano, per molto tempo, chiuso un occhio di fronte agli abusi che si verificavano alla luce del sole.

Secondo un reportage di ‘Reuters’, l’Autorità Monetaria di Macao, che fa le veci di banca centrale, ha riconosciuto il problema e deciso di intervenire. In un incontro tenutosi venerdì 16 Maggio, l’Autorità ha deciso di restringere l’uso di carte UnionPay in negozi di lusso che si trovano all’interno dei casinò. Inoltre, le banche sono state avvertite di non concedere crediti a negozi che partecipano ad attività illecite. Fonti di ‘Reuters’ sostengono che la UnionPay abbia già identificato settanta negozi sospettati di transazioni fraudolente a Macau, Hong Kong e il Giappone.

Ma separare le attività legali di Macau da quelle illegali è difficile. Già nel diciannovesimo secolo il gioco d’azzardo era diffuso presso la popolazione cinese della colonia portoghese. Nel 1850 Isidoro Guimaraes, il Governatore di Macao, introdusse un sistema di licenze per i casinò in modo da aumentare le entrate delle casse statali. Il nuovo sistema fu un grande successo per la colonia, non solo dal punto di vista finanziario, ma anche da quello dell’ordine pubblico. Infatti, le triadi che controllavano le attività criminali legate al gioco furono costrette a darsi un codice di coesistenza con lo stato. Il Governo portoghese era molto debole e in efficiente per poter controllare le organizzazioni criminali. Perciò preferì un approccio ‘laissez-faire’, una simbiosi in cui sia lo Stato che le triadi si tolleravano e in cui ognuno badava ai propri interessi senza danneggiare troppo l’altro.

Già allora, Macau era diventata la capitale del gioco in quell’area geografica. Nel 1911, il Governatore di Hong Kong denunciava che circa un milione di dollari l’anno andavano dalla colonia britannica nell’erario di quella portoghese, e il Foreign Office fece pressione su Lisbona affinché delle restrizioni sul gioco d’azzardo venissero imposte a Macao. Ma i portoghesi non avevano alcuna intenzione di limitare la loro primaria fonte di introiti. Anzi, il sistema venne ulteriormente perfezionato.

Nel 1933, il Governatore di Macao scrisse che la colonia non aveva né le risorse industriali, né quelle commerciali di Hong Kong, e perciò non poteva essere trasformata in un grande centro economico. L’unica risorsa di Macao era il turismo, e il gioco d’azzardo ne era una componente fondamentale. Fino ad oggi, Hong Kong e Macao hanno mantenuto queste divergenti vocazioni economiche.

Nel 1934, il gioco d’azzardo divenne monopolio statale, e il Governo lo diede in concessione ad una compagnia chiamata Tai Xing, che stabilì il primo casinò moderno di Macao presso l’Hotel Central. Il monopolio della Tai Xing continuò fino agli anni sessanta. Il sogno del Governo portoghese era quello di trasformare Macao da un centro di gioco per le classi povere e per criminali ad una Montecarlo dell’oriente, con casinò di lusso e magnati come clienti. In parte, questo sogno si è realizzato. Se è vero che Macao è diventato un luogo di lusso, però, è anche vero che le triadi hanno continuato a controllare molte delle attività dei casinò.

Una delle attività preferite dalle triadi era la gestione delle cosiddette ‘sale VIP’. Negli anni ’80, Stanley Ho, il magnate di Hong Kong e ancora oggi uno degli uomini più ricchi del continente asiatico, ottenne una concessione statale e aprì dei casinò. Per aumentarne il fatturato, creò delle esclusive sale VIP  per i clienti più ricchi che potevano permettersi di puntare migliaia o milioni di dollari. In realtà, Stanley Ho dava le sale in gestione a gang criminali, che in cambio gli pagavano un affitto e gli davano una percentuale sui guadagni. Le gang organizzavano dei veri e propri pacchetti completi per i clienti delle sale VIP, con biglietti aerei, cibo etc. in cambio dell’acquisto anticipato di grandi quantità di fiches dei casinò.

La gestione delle sale VIP rimane uno dei fenomeni più controversi di Macao. Solo pochi giorni fa, Jeff Fiedler, il Direttore dell’Unione Internazionale Ingegneri, un sindacato che rappresenta ingegneri che lavorano nei casinò del Nevada, ha denunciato i rapporti illegali fra i casinò di Macao e le triadi. Jeff Fiedler ha accusato il Wynn Macao di intrattenere rapporti con Wan Kuok-koi, il leggendario boss della triade 14K. Negli anni novanta, questi era diventato il boss più importante di Macao, e aveva ottenuto la sua posizione proprio grazie al controllo delle sale VIP.

In una lettera datata 14 Maggio indirizzata all’Ufficio di Ispezione e Coordinamento del Gioco d’Azzardo (Gaming Inspection and Coordination Bureau, abbreviato DICJ) di Macao, Jeff Fiedler sostiene che «una persona di nome Pun Chi Man, il presunto proprietario di tre agenzie di promozione del gioco d’azzardo autorizzate dal DICJ, aveva in passato fondato delle aziende a Macao con due membri della triade 14K». Per questo motivo, egli ha richiesto che la licenza delle suddette agenzie di promozione vengano revocate. In particolare, la Wynn Macao è stata accusata di non rispettare le necessarie regolamentazioni e di cooperare con membri di triadi condannati in giudizio.

Secondo quanto riportato dal ‘South China Morning Post’, il gruppo Wynn Macao ha smentito tutte le accuse e minacciato di denuncia Jeff Fiedler. «Queste accuse sono solo l’ultima di una serie di azioni sconsiderate lanciate dal signor Fiedler, nessuna delle quali è credibile e merita una replica», ha dichiarato un portavoce. «Se il signor Fiedler ha il coraggio di accusarci direttamente di cattiva condotta, noi gli risponderemo subito in tribunale

Secondo Nelson Rose, professore di legge alla Whittier Law School, la Cina deve migliorare la propria legislazione per impedire la fuga di capitali e di conseguenza ridurre la criminalità organizzata a Macao. «Bisogna regolamentare il modo in cui i cinesi portano denaro fuori dal Paese. L’altra cosa è la possibilità di raccogliere i debiti di gioco in tribunale. Se la restituzione dei debiti di gioco si potesse richiedere in tribunale, e se i cinesi potessero portare tutto il denaro che vogliono, forse non si eliminerebbe il problema delle sale VIP, ma almeno lo si ridurrebbe», ha dichiarato.

La questione del gioco d’azzardo e della fuga di capitali non ha solo un impatto economico, ma anche politico. Negli anni passati, alcuni dirigenti del Partito Comunista sono stati scoperti a Macao mentre sperperavano ingenti somme di denaro nel gioco. Questi scandali, conseguenza della corruzione e dell’appropriazione indebita delle tasse dei cittadini, hanno fortemente danneggiato la reputazione del partito. Restringere il gioco d’azzardo e controllare la fuga di capitali è perciò una delle maggiori preoccupazioni del Governo di Pechino, se esso vuole che la sua battaglia contro la corruzione venga presa sul serio.

 

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