mercoledì, Aprile 21

Scandalo finanziario INTERSOS: esempio della crisi della cooperazione italiana Giovani che gestiscono progetti milionari, spesso complessi, senza alcuna esperienza amministrativa, programmatica e di gestione del personale. Fondi pubblici e privati che diminuiscono sempre più. E’ la crisi della cooperazione italiana

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Lo scandalo finanziario di cui INTERSOS è stata vittima, rafforza i detrattori del mondo ‘umanitario’ che, da alcuni anni a questa parte, accusano le ONG di debolezza sistematica e generalizzata nella gestione finanziaria e degli acquisti,causata (secondo chi solleva queste critiche) da giovani cooperanti inesperti ma presuntuosi, facilmente plagiabili dal personale locale. Sempre secondo i detrattori, la maggioranza delle frodi finanziarie sarebberolavori internialle ONG,compiuti da Key Persons’ (persone chiave) dello staff nazionale, che prima di attuare le frodi conquistano la fiducia cieca e incondizionata di questi giovani e inesperti cooperanti.

Alcuni ex cooperanti italiani riferiscono che molte ONG italiane sarebbero vulnerabili alle frodi compiute dal loro personale locale in quanto vi sarebbe una debolezza organizzativa nella pianificazione delle attività dei programmi, che induce a fare importanti acquisti in un breve lasso di tempo, riducendo la possibilità di monitorare la corretta e trasparente applicazione dei manuali amministrativi e di gestione interni. Questa debolezza nella pianificazione sarebbe dovuta dalla scarsa esperienza dei cooperanti che, nella maggioranza dei casi, passerebbero dagli studi universitari sulla cooperazione (i famosi Master della Cooperazione) direttamente sul field(sul campo) senza alcuna esperienza lavorativa in Italia.

Privi di conoscenze che si maturerebbero solo con precedenti esperienze lavorative, questi giovani(motivati da idee nobili e altruiste) si troverebbero a gestire progetti milionari, spesso complessi,senza alcuna esperienza amministrativa,programmatica e di gestione del personale. Incapaci di programmare, trasformerebbero le normali attività lavorative in una perenne emergenza, dedicando anche 12 ore al giorno al lavoro. Una quantità temporale di dedizione alla nobile causa che non corrisponderebbe alla qualità del risultato raggiunto.

L’uso massiccio di giovani è iniziato nel 2010, contribuendo alla drastica riduzione del costo del lavoro e della qualità del medesimo. Nel 2005 un capo progetto percepiva di media un salario netto pari a 3.500 euro. Nel 2020 un capo progetto percepisce di media appena 2.200 Euro. Le spese di installazione nel Paese straniero e l’alloggio a suo carico.

L’età media dei cooperanti è ora tra i 28 e i 34 anni. Rari sono i rappresentanti Paese con oltre 10 anni di esperienza. Spesso questo posto dirigenziale è occupato da giovani trentenni con un Master della Cooperazione e qualche anno di esperienza come coordinatori di progetto. Un tipo e mole di esperienza non sufficiente per gestire dai 5 ai 10 progetti in simultanea, spesso con un budget annuale Paese che varia dai 2 ai 6 milioni di euro. Nonostante tutta la loro buona volontà, alto è il rischio di errori e insuccesso.

Varie fonti africane contattate riferiscono, inoltre, che questi giovani sono all’oscuro delle fondamenta della cultura africana. Unaconoscenza che permetterebbe loro di meglio interagire nell’ambiente ospitante. Al contrario, anche nella vita privata questi giovani cooperanti tenderebbero a stare tra di loro, ricreando una piccola Italy senza troppo mescolarsi con la popolazione locale.

Alcune ONG italiane prediligono le attività, spesso gestite in modo caotico per mancanza di esperienza da giovani espatriati assunti per esigenza di ridurre i costi della mano d’opera, a svantaggio del monitoraggio amministrativo e procedurale. Il risultato è che svariate centinaia di migliaia di euro rischiano di finire nelle tasche di funzionari locali delle ONG che appartengono normalmente a quella medio alta borghesia africana, spesso priva di scrupoli, beneficiaria della corruzione e responsabile del mal governo del loro Paese”, ci riferisce un ex cooperante.

Fonti locali somale concordano con questa analisi, ma affermano che questo non è il caso di INTERSOS, rinomata per la qualità degli interventi e del suo personale. Solo l’ex manager somalo intervistato da ‘The New Humanitarian’, che ha familiarità con i budget delle ONG, ha sottolineato che una dipendenza così elevata dalle sovvenzioni delle Nazioni Unite renderebbe più difficile per qualsiasi ONG coprire le proprie spese generali.

Seppur INTERSOS rappresenti il caso più eclatante, almeno altre tre ONG finanziate dal Somalia Humanitarian Fund sono state accusate di frode nel 2011-2012, intaccando la fiducia dei donatori e guadagnando all’OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari) una revisione critica da parte dei revisori delle Nazioni Unite. Tuttavia, i controlli più rigorosi e la gestione del rischio sono stati elogiati in una valutazione OCHA pubblicata lo scorso anno. «I solidi sistemi di gestione del rischio dell’SHF hanno creato un circolo virtuoso, rafforzando la fiducia dei donatori e portando a maggiori contributi», si legge tra l’altro nella valutazione. In una risposta via email alle domande sottoposte da ‘The New Humanitarian’, l’ufficio dell’OCHA in Somalia ha preferito non affrontare le specifiche del caso INTERSOS, ma ha dichiarato di gestire l’SHF con un «approccio robusto basato sul rischio».

La truffa finanziaria di cui INTERSOS è rimasta vittima è indirettamente un duro colpo all’immagine di tutte le ONG italiane.

Sorprende è che una notizia così di rilievo sia stata strascurata dai media italiani, nonostante INTERSOS non abbia nascosto nulla, pubblicando sul suo sito la notizia e le ragioni della drastica scelta di chiudere l’intera missione in Somalia. Troviamo un solo accenno sulla rivista ‘Infoafricain un articolo pubblicato il 5 novembre 2020.

Anche sul sito informativo dell’universo umanitario italiano: ‘InfoCooperazione’ (simile come intenti a ‘The New Humanitarian’) non troviamo accenno della truffa finanziaria di proporzioni sicuramente preoccupanti, vista la decisione di chiudere una delle missioni più importanti di INTERSOS. I detrattori pensano che si tratti di omertà verso un settore economico che fa girare milioni, offrendo lavoro a centinaia di giovani ragazzi che rischierebbero di essere disoccupati in Italia. Forse, la ragione è da ricercare più semplicemente nel disinteresse dei media italiani di quello che avviene nel mondo, e in Africa in particolar modo, anche se vi si trovano coinvolte realtà italiane.

La chiusura della missione in Somalia avviene quasi cinque mesi dopo la pubblicazione del rapporto dell’associazione ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione) dove si evidenziano dubbi in merito agli interventi umanitari della Agenzia Italiana per la Cooperazione Internazionale (AICS) gestiti da ONG Italiane in Libia, in supporto ai migranti arrestati nel tentativo di raggiungere le coste italiane e reclusi nei campi di detenzioni vicino a Tripoli, abbiano creato i presupposti di un effetto collaterale di certo non auspicato consapevolmente dalla AICS. La perpetuazione di un sistema di detenzione di cittadini africani basato su condizioni inumane, gravi e diffuse violazioni dei diritti umani e orribili violenze sessuali. Esseri umani di cui i loro diritti di raggiungere il territorio europeo e di chiedere protezione internazionale sono stati trasformati in crimini nel nome della difesa della‘Fortezza Europa’. Il rapporto della ASCI accusa anche 9 ONG italiane, tra cui 4 molto note.

In generale la situazione delle ONG italiane non è rosea, ed è destinata a peggiorare causa il protrarsi dell’emergenza sanitaria dovuta dalla pandemia da Covid19 e alla graduale diffidenza dell’opinione pubblica italiana, che ha determinato un drastico calo nella raccolta dei fondi privati.
Nel 2019 i fondi derivati dalle donazioni privaterappresenta dal 2 al 1% del budget annuale delle ONG. Secondo una ricerca pubblicata da Openpolis-Oxfam sull’APS italiano, nel 2019, ilGoverno italiano ha stanziato per la cooperazione lo 0,22% del reddito nazionale lordo. In questa percentuale rientrano, oltre ai finanziamenti alle ONG, anche gli investimenti diretti sulla linea multilaterale (fondi elargiti alle Agenzie Umanitarie ONU) e sulla linea bilaterale (Stato Stato).

Un preoccupante passo indietro, tenendo conto che nel 2017, con 3 anni di anticipo rispetto agli impegni sottoscritti dall’Italia per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu, fosse stato raggiunto il traguardo intermedio del 0,30%, fissato per il 2020. Il consuntivo 2019 ci riporta quindi ai livelli della cooperazione pre-riforma, annullando gli sforzi fatti negli ultimi cinque anni. Un evidente disimpegno che sarebbe dovuto,secondo alcuni ex cooperanti che hanno richiesto la protezione dell’anonimato, ad un sistematico boicottaggio della Agenzia AICS da parte della Farnesina e alle difficoltà di gestione interna ancora presenti nella nuova agenzia italiana di cooperazione sorta 5 anni fa. Non si conoscono le vere cause, ma sono evidenti le difficoltà gestionali della Nuova Agenzia voluta dal Governo Renzi che corrono il rischio di compromettere la qualità degli interventi umanitari sovvenzionati dai contribuenti.

Il trend di disimpegno nei finanziamenti alle ONG italiane sarebbe riscontrabile anche presso l’Unione Europea. A titolo di esempio, ECHO (ufficio emergenze U.E.) e il programma di aiuti umanitari UE, rappresentano solo l’11% del budget annuale di INTERSOS, mentre l’AICS contribuisce per il 7%. Percentuali simili si possono riscontrare in altre ONG Italiane.
Secondo alcuni ex cooperanti, il tramonto della Cooperazione non sarebbe dovuto solo da un disimpegno dei donors, ma anche a vari errori gestionali commessi dalle ONG italiane.Affermazioni, quelle in riferimento alla Farnesina e alle ONG, da prendere con le pinze, ma doveroso riportarle, e, magari, anche indagarle, in particolare dagli organi preposti.

[La prima parte di questo servizio è stata pubblicata il 04 dicembre 2020: ‘Somalia: INTERSOS chiude la missione per frode finanziaria

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