mercoledì, Dicembre 1

Scandalo EULEX: UE compromessa o vane speranze dei kosovari? field_506ffbaa4a8d4

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La più grande missione estera che sta scuotendo l’Unione Europea ha un nome: EULEX.  Coinvolge 1.600 persone e € 110 milioni all’anno. É nella morsa di violente accuse, e pare che i legali abbiano riscosso tangenti e avuto accesso a prove confidenziali per chiudere i casi più delicati. Secondo quanto riportato, ha trovato un buon utilizzo finale anche la diffusione di informazioni da parte della procuratrice britannica Maria Bamieh, sospesa dall’incarico, che ha dato il via a un’indagine interna sulla fuga di informazioni. La missione, lanciata nel 2008 con l’obiettivo di ripristinare e mantenere l’ordine costituzionale in Kosovo, è stata vista come una grande opportunità per supportare lo stato neo eletto e consolidare così le giusta burocrazia per la gestione di un Paese vittima di una campagna politica di pulizia etnica nel 1999. Sembrerebbe, inoltre, che anche numerosi crimini siano da imputare allo scandalo, ma di questo, sarà una Corte Speciale a occuparsene, indipendente da EULEX.

 

COSA SUCCEDE IN KOSOVO?

Tutto ha avuto inizio tre settimane fa, quando è iniziata, per mano di Koha Ditore, la pubblicazione di rivelazioni che, giorno per giorno, hanno messo sotto accusa il giudice italiano Francesco Florit e il magistrato capo Jaroslava Novotna, imputati in affari di corruzione. Florit, ex giudice EULEX è stato chiamato in causa ben tre volte. Più volte ha incontrato Ejup Kamberi (un intermediario) che gli avrebbe offerto 270.000 euro in cambio di rilascio di persone indagate. Florit ha negate tutto, e attualmente lavora come giudice presso il Tribunale di Udine. Non ha mai negato, però, di aver incontrato Kamberi. E in un’intervista per ‘Jeta ne Kosove’, il giudice udinese ha dichiarato di aver commesso un’ingenuità a incontrare questa persona.

Ma le indagini si son fatte sempre più serie quando la procuratrice britannica Maria Bamieh ha ricevuto le interviste e ha divulgato molti altri fatti su casi di nepotismo marchiati EULEX. La britannica sostiene di essere venuta a conoscenza di prove mentre indagava su un altro caso.

La reazione dell’Unione Europea non ha tardato ad arrivare. Il Parlamento ha discusso i fatti a porte chiuse e ha chiesto immediatamente di avviare le indagini a un’autorità indipendente, finalizzata alla verifica delle accuse che hanno messo in discussione la credibilità dell’UE. La neo eletta Federica Mogherini, Alto rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell’Unione europea, ha nominato in prima battuta il 72enne esperto legale francese, Jean Paul Jacqué, per avviare le indagini. Sarà lui a dover fornire entro 4 mesi i risultati del suo lavoro con un primo report.

Oltre a descrivere il Professor Jacqué come un “esperto indipendente”, la Mogherini dice di offirgli, con questa occasione, «un’esperienza e una prospettiva uniche per valutare le accuse». Eppure, alcune fonti sosterrebbero che sarà EULEX stessa a indagare sulla questione. Ma la Bamieh smentisce.

 

L’UE SI BATTE PER LA SUA IMMAGINE

E mentre l’Unione Europea si batte per difendere la sua immagine in Kosovo, il Paese sembra ancora arenato in una gestione politica che, se possibile, complica ulteriormente le cose.  La procuratrice britannica, con le sue accuse, non ha risparmiato il Ministro della Giustizia Hajredin Kuci, che si è rifiutato di rilasciare dichiarazioni ai media.

D’altro canto, nonostante tante siano le accuse mosse ai responsabili di EULEX, indagati di andare a caccia di ‘pezzi grossi’, la situazione non sembra andare esattamente in questo verso. In sei anni, nel novero delle accuse di corruzione tra politici di alto profilo, non sono stati registrati casi simili. Ora, la domanda è solo una: il Kosovo non collabora con le autorità per quello che rappresentano le accuse oggetto delle indagini, o per la serietà apparentemente venuta meno da parte di giudici e procuratori coinvolti nella missione?

A questo proposito, è d’obbligo un riferimento al discorso di qualche tempo fa del Capo della Missione delle Nazioni Unite in Kosovo – UNMIK – Soren Jesen Petersen. Prima dell’indipendenza, aveva detto, la sua missione era stata quella di arrestare un politico accusato di corruzione e frode fiscale. Ma la notte prima dell’operazione «qualcuno degli Stati membri NATO aveva stoppato l’azione sostenendo di agire così per preservare la pace». Questo scatena una questione fondamentale, vale a dire se EULEX è stata libera di muoversi nonostante la questione molto delicata, o si è mossa per proteggere i ‘pezzi grossi’?!

È vero che i kosovari nutrono un sentimento pro europeo, e ospitano non pochi americani nei loro territori, ma è anche vero che gli ultimi sviluppi  EULEX hanno deluso molti, che hanno smesso di dare la piena fiducia di un tempo al sistema legislativo del Paese. Ora, quelle speranze sono disattese, perché quella stessa missione, precedentemente ben accolta come finalmente giusta per correggere uno stato di diritto deficitario, ora è stata messa sotto accusa.

 

ANCORA BISOGNO DELLA EULEX?

In Kosovo, è in corso un dibattito in cui ci si domanda se il Paese abbia ancora bisogno di una piena autorità per gestire lo stato di diritto. Molti sostengono che non esista l’esigenza del supporto EULEX perché, anche in fatto di politica estera, il Kosovo sembra non essere ancora pronto per essere riconosciuto come stato sovrano indipendente. Altri, invece, continuano a sostenere la fragilità di un sistema legislativo ormai indebolito a cui non può essere data piena fiducia. Cosa fare allora?

Florian Çehaja, a capo del Centro per la Sicurezza del Kosovo, sostiene che le autorità locali kosovare fanno molta leva sul sostegno di una presenza internazionale.  Eppure, a guardare gli ultimi sviluppi, Çehaja è convinto che «il 2016 dovrebbe essere l’ultimo anno di EULEX in Kosovo; fino ad allora tutti i casi dovrebbero essere chiusi, compresi quelli sui crimini di guerra». Ci si augura che nel 2016 l’UE possa aver stabilito un sistema, anche temporaneo, per controllare le proteste dei cittadini sulle sentenze emesse dalla corte. «Per quanto riguarda i casi giudiziari e civili – continua Çehaja – il ritiro di EULEX dovrebbe agire nel rispetto della adesione del Kosovo al Consiglio d’Europa, scenario papabile entro il 2016».

In un’intervista per ‘L’Indro’, While Emrush Ujkani, esperto UE sull’integrazione, dichiara che, se da un lato è innegabile che il Kosovo abbia bisogno di sostegno per rafforzare le istituzioni legislative, dall’altro “non è così sicuro che tutto questo possa trovare la giusta e attesa applicazione con la missione EULEX. O almeno, non prima che le indagini del Professor Jacque siano portate a compimento”. Resta da capire che ne sarà delle speranze dei kosovari che chiedono uno stato di diritto migliore.  Secondo Ujkani, se dovesse venir fuori che la Bamieh non ha tutti i torti a insinuare certi complotti dietro la missione, “sarebbe un vero peccato pensare che un meccanismo che di per sé dovrebbe rappresentare La Legge, sia esso stesso fuori controllo”.

Il messaggio è alquanto chiaro: Noi (EULEX) non crediamo che l’istituzione presumibilmente  responsabile di rilanciare le norme legislative stia agendo in questa direzione. E i kosovari si rifiutano di credere a una cosa simile. Forse è vero che l’immagine dell’Unione Europea potrebbe essere stata compromessa, ma chi ci ha rimesso più di tutti, restano i cittadini kosovari con le loro speranze rimaste vane.

 

Traduzione di Silvia Velardi

 

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