giovedì, Maggio 13

Sbarchi massicci, vietato sbagliare Evitare i costosi errori dell'Emergenza Nord Africa. Intervista a Daniela Di Capua (Sprar)

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Lampedusa Island

Nei prossimi mesi scopriremo se lo Stato ha imparato dai suoi errori nella gestione dei flussi migratori molto più intensi della norma. Dalla costa libica potrebbero arrivare fino a 600mila persone, secondo una stima “per difetto” diffusa dal ministero dell’Interno, e il governo si sta preparando, anche sollecitando l’Unione europea a dare più aiuto. Regioni ed Enti locali, critici verso l’esecutivo per l’incarico dato ai prefetti di trovare posti d’accoglienza senza prima coinvolgere i territori, esortano il governo a dialogare con loro sulle misure e avanzano proposte. Intanto la pressione è già alta: dall’inizio dell’anno sono sbarcati in 18mila, contro qualche centinaio nello stesso periodo del 2013. Sono 18mila anche i migranti finora salvati nel Mediterraneo dall’operazione statale ‘Mare Nostrum’, iniziata lo scorso ottobre.

Dei preparativi a questa eventuale grande prova per il Paese abbiamo chiesto a una protagonista, Daniela Di Capua, la direttrice del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), che prepara i migranti all’inserimento sociale ed economico in Italia (12mila gli accolti l’anno scorso). Secondo Di Capua è imperativo rinnovare il sistema d’accoglienza nazionale (del quale lo Sprar fa parte) per evitare di ripetere gli sbagli commessi durante l’emergenza umanitaria ‘Nord Africa’ fra il 2011 e il 2013, che hanno prodotto costi alti e risultati scarsi, ma i decisori politici non sembrano intenzionati a farlo, forse nel timore di un calo del consenso elettorale.

 

Dottoressa Di Capua, 18mila migranti sono arrivati dall’inizio dell’anno e si stima che altri 600mila siano pronti a partire nei prossimi mesi. L’Associazione nazionale dei Comuni italiani (Anci) ha chiesto fra l’altro di “mettere subito a sistema la rete Sprar e i 7mila nuovi posti disponibili”. Come intendete agire?

Premetto che l’arrivo di 600mila persone è molto ipotetico: 600mila è il numero potenziale di quanti starebbero pensando di mettersi in viaggio per l’Italia, secondo i dati delle associazioni di tutela. Dall’inizio dell’anno sono arrivati 18mila migranti, questo è vero, e per la maggior parte si tratta di richiedenti asilo. Detto questo, il motivo per cui l’Anci e altri criticano il governo, soprattutto il Ministero dell’Interno, riguarda le modalità d’intervento scelte per rispondere agli arrivi. A causa dei numeri elevati, il Ministero ha chiesto alle prefetture di trovare posti sul territorio nazionale, un po’ come nell’Emergenza Nord Africa, sebbene ora non ci sia obbligo per i territori. Questo in parallelo all’attività dello Sprar. Le critiche derivano dal fatto che è dai tempi dell’Emergenza Nord Africa che si parla di prevenire il ripetersi di quelle modalità d’accoglienza, che sono costate molto ma hanno dato scarsi risultati e creato tanti problemi anche per la disomogeneità dei servizi offerti agli accolti. Due anni fa il Ministero creò un tavolo di coordinamento nazionale, ancora esistente e al quale partecipano i dicasteri dell’Interno e del Lavoro – non più lo scomparso ministero dell’Integrazione – e i rappresentanti di Regioni, Province, Comuni e Unhcr (l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, nda). Il tavolo ha il compito di trovare soluzioni per l’accoglienza e ha preparato due documenti, uno nel 2012 e l’altro nel luglio del 2013, che volevano essere anche proposte operative. Un punto principale dei due testi è arrivare al sistema unico di accoglienza nazionale, inteso come percorso che parte dalla prima accoglienza e prosegue nello Sprar per concludersi con gli interventi d’integrazione. Altri sono abolire i Cara (Centri d’accoglienza per richiedenti asilo, nda) e costruire in modo graduale centri collettivi di prima accoglienza temporanea in tutta italia, più piccoli e quindi in grado di offrire una gestione migliore e servizi adeguati. Infine c’è il miglioramento dello Sprar, che da anni è riconosciuto come buono ma è sottodimensionato. Di tutto questo si è realizzata una cosa soltanto: l’aumento dei posti nello Sprar. È stato enorme: per il triennio 2014-2016 i posti finanziati sono saliti da 3mila a 13.020. Ci sono anche quasi 7mila posti aggiuntivi, che gli enti locali sono tenuti a mettere a disposizione del ministero come previsto dal bando, ma anziché attivarli si è chiesto alle prefetture di cercarne altri, ad esempio in alberghi, tornando così all’accoglienza disomogenea. Perché in parallelo a questo non si attivano quei 7mila posti? E perché non cominciamo ad avviare il regime strutturale di accoglienza, e non smettiamo di farci sorprendere dagli arrivi? I numeri sono alti, ma non come quelli di altri Stati membri dell’Unione europea che accolgono migranti da sempre. Non contano le cifre ma il sistema, e il problema non sono i soldi ma il fatto che non si lavora per adeguare quel sistema. Le risorse non ci sono, è vero, ma si possono trovare, visto che è già stato fatto per accogliere le 18mila persone arrivate dall’inizio dell’anno.

Quanto sta accadendo potrebbe essere un’occasione per migliorare il sistema?

Da inguaribile ottimista dissi che l’Emergenza Nord Africa ha avuto anche aspetti positivi: sono emersi soggetti che possono far parte del settore in modo adeguato e la possibilità di poter usare in modo positivo una situazione difficile, e devo dire che l’istituzione del tavolo di coordinamento è stata una buona cosa perché per la prima volta si è creato un luogo che a livello istituzionale vede la condivisione delle decisioni e delle responsabilità fra rappresentanti di governo di ogni livello. Il potere decisionale di quest’organo, però, si è un po’ fermato; la decisione di chiedere alle prefetture di trovare posti è del ministero.

A che cosa si deve il picco negli arrivi di migranti?

La ‘Primavera araba’ (le rivolte contro i regimi dispotici in Africa settentrionale e in Medio Oriente iniziate nel 2011, nda) ha aumentato le possibilità di allontanarsi dal continente africano e spostarsi in Europa. Hanno ora le condizioni per muoversi anche quanti cercano di fuggire da Stati che da anni soffrono di una cronica mancanza di rispetto per i diritti umani, come il Corno d’Africa, l’Afghanistan e la Nigeria; queste persone a volte ci mettono molto per andare da casa alla costa e poi trovare i soldi per pagare il viaggio in Europa ai trafficanti di persone. Infine, e per fortuna, c’è l’operazione ‘Mare Nostrum’, che aumenta il numero di arrivi perché salva vite umane: in passato molti migranti morivano in mare e non si sapeva nulla. ‘Mare Nostrum’ produce anche un accumulo di numeri, quando raccoglie persone da più imbarcazioni in pericolo e le fa sbarcare insieme; anziché due arrivi da 200 e 300, ad esempio, c’è n’è uno solo da 500.

Le istituzioni quali provvedimenti dovrebbero prendere per preparare il sistema d’accoglienza ed evitare il caos della passata Emergenza Nord Africa?

Ribadisco, e non lo penso solo io ma anche gli addetti ai lavori del campo, che è indispensabile una decisione a livello politico, e serve anche un inizio. Volendo anche ammettere che sia necessario un intervento d’emergenza, non vedo che cosa ostacoli la creazione del nuovo sistema d’accoglienza. Servirà un grande sforzo per avviarlo, ma una volta a regime ci saranno moltissimi vantaggi, fra i quali il risparmio perché ci sarà l’ottimizzazione delle risorse e gli interventi d’emergenza hanno un costo maggiore.

Ma perché i decisori politici non si attivano?

Non sono sicura della risposta. Forse in Italia, ma non solo da noi, c’è anche un po’ il problema che il tema dell’immigrazione è da sempre strumentalizzato dal punto di vista politico e si teme di mostrare molto impegno al riguardo per un eventuale calo del consenso elettorale. Qui però parliamo del riconoscimento di diritti alle persone. Per fortuna siamo nella rosa dei Paesi democratici che hanno sottoscritto la Convenzione di Ginevra e hanno messo in costituzione il rispetto dei diritti. Abbiamo promesso di proteggere le persone i cui diritti sono violati, dobbiamo agire di conseguenza.

L’Unione europea può aiutarci in qualche modo, oltre che con i fondi europei per i rifugiati e per i rimpatri? Nella seconda metà dell’anno l’Italia sarà presidente di turno dell’Ue, sarà un’occasione?

L’unione europea sta facendo ciò che può fare, credo: ci sta dando fondi e, attraverso l’agenzia per l’asilo, anche suggerimenti. In quanto agli altri Stati membri, non vogliono sentirsi dire di accogliere parte delle persone che arrivano in Italia, da un lato perché questi Paesi hanno già numeri più alti dei nostri nell’accoglienza e dall’altro perché non vogliono farsi carico del problema. La questione da politica sta diventando filosofica: i confini dentro l’Unione esistono o no e le frontiere fino a che punto sono aperte? Il tema è di certo complicato e penso sia un dibattito da approfondire a livello europeo. Non ci si deve limitare da una parte alle richieste d’aiuto ‘perché siete l’Europa’ e dall’altra ai dinieghi ‘perché sono fatti vostri’: è necessario capire le difficoltà e trovare una via di mezzo fra la protezione delle persone bisognose e la tutela delle esigenze degli Stati.

 

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