lunedì, Maggio 16

Sarte e sarti: attori sociali della moda La moda può essere sociale nella sua attività aziendale nella logica del nuovo concetto di impresa sociale come ‘benefit corporation’. La dimensione moda-ambiente considera tutte le azioni che l’azienda può implementare per ridurre l’impatto ambientale nel suo ciclo di vita

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La Moda italiana è una buona notizia a prescindere. A parte qualche scivolone sull’anoressia delle modelle e qualche sviamento per uso di sostanze, quando si dice Moda si pensa al made in Italy, al bilancio positivo per le esportazioni, alle sfilate rutilanti, ai personaggi famosi ed alla creatività. Ma il mondo della moda e, prevalentemente di coloro che fanno abiti e fanno sartoria, è una buona notizia anche dal punto di vista sociale e dietro questo settore ci sono, sempre e comunque, sarte e sarti.

L’abito non fa il monaco. Un comune modo di dire italiano e non solo. Sarà però vero? Non lo era certamente nel basso Medioevo, quando già il modo di vestire aveva una funzione sociale ben definita, era chiaro che fosse in grado di comunicare e perciò meritasse particolari attenzioni. Il sarto dunque divenne colui che aveva il compito di ideare un linguaggio,  comprendendone perfettamente la grammatica e la sintassi. Erano infatti in vigore delle leggi che regolamentavano il lusso all’interno delle città e che a loro volta sanzionavano i sarti che avessero cucito e confezionato dei capi preziosi ed eleganti ad individui non aventi lo stato sociale adeguato a poterli indossare. In parte era un segnale di discriminazione sociale.

Si prenda, per esempio, anche il mantello che era un modo di vestirsi importante nelle civiltà antiche. Esso era simbolo di  status, censo e autorità: la forma e l’ampiezza del drappo, la tecnica del drappeggio, la qualità di tessuto e colore, erano elementi iconici che permettevano  di identificare il rango sociale di chi li indossava. I sarti e le sarte li foggiavavano con drappeggi. La linea a pieghe cadenti e l’ampiezza del tessuto, l’ incedere cerimoniale e maestoso evidenziavano la dignità della figura corporea e la bellezza del panneggio.

La clamide greca, attributo di Mercurio, la trabea degli etruschi e il sago veneto di Carlo Magno sono alcuni dei tanti mantelli, di forma rettangolare come una coperta, utilizzati da soldati e viandanti; venivano ‘affibbiati’ sulla spalla destra lasciando libero il braccio e permettevano un’ampia libertà di movimento. Un altro famoso mantello, era ed è il kilt scozzese, con la duplice funzione di vestito e coperta: veniva pieghettato intorno ai fianchi formando un corto gonnellino trattenuto da cintura e un lembo veniva gettato su di una spalla. Fu indossato come divisa nei reggimenti Highlanders e ancor oggi costituisce il costume militare scozzese. Il birrus, la lacerna, il piviale e la cappa sono antichi mantelli con cappuccio – il latino cucullus – per la pioggia e per i viaggi; realizzati in tessuti grezzi erano diffusi per la capacità di proteggere e nascondere la persona. I modelli medievali, corti o lunghi fino a terra, venivano indossati sopra gonnelle o gabbani; in epoca gotica il cappuccio presentava un lungo codino pendente sul dietro a volte portato sulla spalla. E poi i mantelli come potere regale e degli imperatori,dei gentiluomini e ditante altre figure:tutte rappresentavano uno status ed erano stati costruiti,cuciti,tagliati da un sarto. Il lettore nota una doppia valenza sociale: in alcuni casi negativa quando discrimina, in altri casi, quando il valore dell’abito è la funzionalità di comfort ed espressione di ruolo sociale ed anche  come ascensore sociale per i sarti che diventavano sempre più importanti.

l cambiamenti nel mestiere del sarto coincidono con gli avvenimenti che hanno interessato l’epoca moderna dal punto di vista politico ed economico. Mezzi quali nastro graduato, ferro da stiro, macchina da cucire hanno agevolato i vari compiti dell’artigiano. Quest’ultimo però fino a metà ottocento è stato essenzialmente il ‘costruttore’ dei capi d’abbigliamento i quali invece erano pensati a partire dalle mode dettate prima dalle corti e successivamente dai nuovi poli culturali ad esse alternativi. Tutto ciò cambiò radicalmente grazie a professionisti del taglio e della progettazione, paragonabili a dei veri e propri artisti, che diedero letteralmente vita alla cosiddetta ‘haute couture’ e inizio al periodo delle maisons parigine. Nel ‘900 si è avuto un cambio di rotta e il mestiere del sarto, insieme a tutto il sapere trasmesso, all’esperienza di secoli di storia e alle innovazioni apportate nella moda e perciò nel tessuto sociale, subì un lento e progressivo ridimensionamento.

Il momento di crisi è nel dopoguerra, in particolare a partire dagli anni settanta, quando sull’onda del boom economico l’industria della confezione ha sostituito la sartoria avendo la meglio sulla capacità produttiva degli artigiani di bottega. Attualmente questi ultimi non corrispondono ad un grande numero nonostante sia un’occupazione riscoperta. Malgrado ciò, la richiesta di giovani all’interno dei laboratori ha visto negli ultimi anni un notevole incremento, ma a causa del lungo periodo di apprendistato e del compenso inizialmente scarso la maggior parte di coloro che intraprendono questo percorso vengono impiegati, per la medesima mansione, all’interno delle grandi aziende della moda. La sartoria è senza dubbio sempre stata una delle migliori e più note espressioni di artigianalità, lusso ed esclusività del nostro Paese ed oggi, a dispetto del ruolo dominante che i grandi marchi hanno nel mercato,non è affatto destinata a sparire. Infatti in un periodo di crisi, così difficile e complesso come quello attuale, figura come una delle componenti di un settore che rappresenta iun nostro vantaggio competitivo in tutto il mondo. Il mercato del lavoro nei prossimi anni vedrà dei radicali cambiamenti in termini di domanda del personale e di competenze richieste. Nonostante la nascente ‘industria 4.0’ usi nuovi mezzi produttivi quali l’automazione e tecnologie innovative come la robotica, la professionalità e un ‘know – how’ caratterizzato da manualità, creatività ed ingegno sono essenziali e costituenti.

La dimensione sociale è riscontrabile sia nel rapporto moda-ambiente sia in quello più generico moda-società (si vedano le fondazioni culturali e filantropiche). Però la moda può essere sociale nella sua attività aziendale nella logica del nuovo concetto di impresa sociale come ‘benefit corporation’. Infatti la dimensione moda-ambiente considera tutte le azioni che l’azienda può implementare per ridurre l’impatto ambientale nel suo ciclo di vita. Per esempio,  l’approvvigionamento tessile: si possono  utilizzare fibre biologiche naturali come il ‘classico’ cotone, fibre naturali vegetali biodegradabili provenienti da risorse rinnovabili, come il lino, la canapa, iuta, fibre naturali di origine animale (seta, angora, cashmere), fibre artificiali biodegradabili provenienti da risorse rinnovabili, fibre provenienti da risorse rinnovabili, fibre a base di cellulosa, fibre sintetiche riciclate (poliestere), tinture certificate a basso impatto ecologico. Ma anche nello sviluppo della professionalità delle sarte e dei sarti.

Ricordo, per inciso, il caso delle ‘piscinine‘ che  erano apprendiste SARTE e modiste fra i 6 e i 15 anni, figure caratteristiche della Milano tra Otto e Novecento che percorrevano la città per consegnare vestiti su misura dagli opifici tessili ed imparavano a fare la sarta. Al pari di molte altre bambine e bambini, ragazzi e ragazze che lavoravano senza tutela sia nelle campagne che nella vorticosa industrializzazione della città, le ‘piscinine’ non avevano quel ‘diritto al gioco’ riconosciuto solo nel 1989 dalla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia.

“Per una settimana circa le giovani scioperanti attraversarono le strade di Milano urlando L’Inno dei lavoratori e cercando le crumire per costringerle seppur con la forza a prendere parte anch’esse allo sciopero indetto. Tutto questo portò ad un cambiamento sociale nel mondo sartoriale e ad una stabilizzazione professionale. Oggi ‘piscinine’ è collegato a handmade, homemade.

Moda e sartorialità  assumono un  modo agìto di rispettare l’ambiente nella filiera di produzione.

Un esempio è l’azienda Saluzzo Yarns, divisione della Miroglio Textile. Si è innovata la filiera acquisendo l’eco-sostenibilità come un principio della ‘mission’ aziendale e decidendo di  investire due milioni di euro per lanciare una vasta gamma di fili di poliestere riciclato ad alta performance e qualità. Si ottengono dal riciclo al 100 per cento di bottiglie di plastica post consumo raccolte e processate in Italia con una tecnica meccanica e non chimica. Il prodotto finale, oltre ad essere interamente riciclato,ha applicazioni di alto  livello di performance con un risparmio notevole in termini di risorse e ambiente.

Il concetto di eco-sostenibilità non fa riferimento solo all’utilizzo di materie prime a basso impatto ambientale, ma anche alla riduzione degli sprechi dell’energia e dell’acqua, indispensabili durante tutte le fasi del ciclo di vita del prodotto, mediante il riuso e il riciclo. E’ la moda sociale  tramite la produzione eco sostenibile

Un esempio è la Levi’s che utilizza per produrre un comune paio di jeans in media 45 litri d’acqua.La consapevolezza delle  ingenti quantità annuali di acqua utilizzata, ha generato il lancio di una nuova linea Water<Less prodotta con un risparmio di acqua variabile dal 20 all’88 per cento. Tutto ciò è  possibile tramite un processo con limitati lavaggi, la combinazione di più processi in uno solo, ed eliminando l’acqua dal trattamento stone wash. Inoltre Levi’s devolve il 10 per cento dei proventi ricavati dalla vendita sullo shop on-line europeo dei prodotti Water>Less all’organizzazione Water.org.

E questi sono solo alcuni esempi. Sicuramente queste scelte di responsabilità sociale potrebbero diventare strutturali per il settore moda se si attuasse il progetto ‘SDRESSING’ o ‘SOCIAL DRESSING’. Esso valorizza alcuni temi centrali quali la sostenibilità della società e il business etico , coniugandoli con la moda.

Sviluppando un rating sociale per le imprese del settore e assegnando un numero variabile(da 0 a 5)di ‘Vestitini della moda sociale’ agli operatori in funzione dell’autodichiarazione volontaria del proprio valore sociale (controllato anche tramite visite campione da parte di un advisory board) . Una vetrofania con il numero dei vestitini, il marchio dei vestitini sui siti: in sintesi, un modo dichiarato per capire se siamo sostenibili o meno.

Si creerebbe quindi un circolo virtuoso che porta da una parte i cittadini ad avvicinarsi e a conoscere le pratiche che hanno un maggiore impatto positivo sul territorio, e dall’altra porterebbe all’incremento dell’attenzione al sociale dei produttori e degli atelier con un ranking basso al fine di riuscire ad ottenere i bollini, incremento che ovviamente incentiverà un ulteriore impatto positivo.

“Il solo uomo davvero dotato di sensibilità che ho incontrato in vita mia era il mio sarto: mi prendeva le misure tutte le volte che mi vedeva, mentre tutti gli altri mantenevano le vecchie misure e si aspettavano che io mi ci adattassi.”George Bernard Shaw 

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