lunedì, Ottobre 25

Sara e il femminicidio: nessuno è innocente

0

Femminicidio.  Alfred Adler sosteneva che se chiedessimo a dei bambini di associare i sostantivi maschio e femmina agli aggettivi alto e basso, quasi tutti metterebbero insieme basso-femmina, alto-maschio. Essendo altamente improbabile che tale assimilazione sia innata, dobbiamo pensare che i bambini la respirino dalla notte dei tempi in un ambiente condizionato da visione svilite della donna.
Una premessa che spiega, almeno in parte, il pavimento su cui è appoggiato il disastro di cui parliamo, l’indefinibile -per mancanza di parole- uccisione di Sara Di Pietrantonio da parte del suo fidanzato.

Un crimine che non aggiunge molto ai ragionamenti, sempre più frequenti, di questi ultimi anni, se non una nuova croce sulla tristissima collina dei femminicidi. Un luogo dell’orrore che verosimilmente si popolerà sempre di più, nell’impotenza generale perché sono troppi i cloni di Vincenzo Paduano. Se volessimo prendere a prestito un termine calcistico, potremmo dire che tali maltrattatori e assassini sono pressoché immarcabili, anche per la involontaria complicità delle stesse vittime che, purtroppo, oltre ad avere la sventura di sbagliare uomo, quando tentano di rimediare pagano prezzi disumani.

Per intercettare gli ‘assassini del cuore’ sarebbe necessario prendere a prestito la sofisticata struttura pre-crimine che Philip Dick aveva ideato in ‘Miniroty Report‘, che consentiva agli investigatori di individuare in anticipo il potenziale autore di un delitto e arrestarlo prima che lo commettesse. Un sogno. L’altra carta è quella dell’educazione. Un altro sogno.

Quell’immagine svilita del femminile, che nel nostro Paese sembra persistere come le tradizioni più note, incurante del tempo che trascorre, è indispensabile per tentare di dare una spiegazione. Sara non è morta solo perché Vincenzo è un uomo incompleto, ma perché accanto a noi camminano individui, educatori soprattutto, che a quel disgraziatissimo ragazzo, e a tanti altri, armano la mano.
Possiamo prendercela con il motociclista che non si è fermato per sedare il litigio tra Sara e Vincenzo, una modalità tipica dei social network con cui si rovescia sul primo che passa un camion di liquami così, intanto che ci occupiamo di lui, evitiamo di rivolgere a noi stessi qualche scomoda domanda, eludendo il problema.
Giusto per fare un inciso, sarebbe interessante sapere quanti di noi si sarebbero fermati quella sera, ma questo è un argomento che ci porterebbe molto lontano. Dietro lo schermo di uno Smartphone diventiamo tutti dei supereroi, salvo girare la testa dall’altra parte quando il vicino di casa cade in depressione, perché i figli non trovano lavoro o perché la moglie se n’è andata. Siamo diventati specialisti sull’impersonale, sulle distanze galattiche, ma poi, quando la realtà bussa alla nostra porta blindata, non rispondiamo.

Qualche anno fa, all’una di notte, un’automobile è volata dentro al Naviglio dalle mie parti. Tre ragazzi correvano come matti sulla strada ghiacciata e dopo avere superato un dosso avevano perso il controllo dell’auto, sfondando il parapetto. A me e a un ragazzo extracomunitario, che passava di la in bicicletta, si era presentata una scena spettrale, i fari della macchina ancora accesi sott’acqua e nessun segno di vita. In dieci minuti si radunarono una dozzina di persone, accomunate dalla stessa sindrome che affligge coloro che si sarebbero fermati a soccorrere Sara. Peccato che non c’erano.
Quella notte tutti sapevamo come fare ma, semplicemente, nessuno prendeva iniziativa, forse perché eravamo troppo vicini e lo Smartphone non poteva proteggerci.  Poi spuntò una corda, il ragazzo extracomunitario ci chiese di legarlo e si calò nelle acque gelide, recuperando un paio di corpi.
Quando arrivarono i pompieri e le ambulanze, che avevo chiamato subito, l’amico senza nome si dileguò. Forse non aveva il permesso di soggiorno. Quelli che invece avevano lo stesso colore della pelle dei ragazzi deceduti continuarono a discutere su cosa si sarebbe dovuto fare, probabilmente sono le stesse persone che ora, senza vergogna, vorrebbero crocefiggere i presunti mancati soccorritori di Sara.

Per giorni siamo riusciti a spostare l’attenzione su questo elemento collaterale. Sullo sfondo, in lontananza, sono finiti la povera ragazzina della periferia di Roma e Vincenzo, il suo assassino. Proprio nelle stesse ore a Bologna, una donna incinta di sette mesi veniva avvelenata dal compagno, giusto per non perdere l’allenamento, e un’altra a Milano veniva trovata impiccata in circostanze tutte da chiarire.

C’è un problema aperto, una voragine a carico di noi maschi, spesso bambini viziati seriali, incapaci di tollerare la minima frustrazione, l’ombra del rifiuto. Ostinatamente abbarbicati all’idea arcaica di una superiorità di genere che fa acqua da tutte le parti e che per millenni è stato il nostro Viagra esistenziale, la nostra rendita di posizione, il nostro doping mascolino contraffatto, privo di effetti se non quello consolatorio di perpetuare la nostra terribile finzione, l’autoinganno di un valore che oramai possiamo tenere in vita solo tornando a essere delle bestie, mangiando il rivale.

Ora che il gioco è finito e si riscrivono le classifiche, noi uomini ci scopriamo indifesi, travolti dall’imbarazzo di uno sguardo femminile sempre più evoluto e penetrante, che ci travolge cogliendoci impreparati. Siamo un genere in disarmo e non essendo più capaci di vincere per genio proprio, preferiamo cancellare la prova della nostra sconfitta. Vincenzo era geloso, non di quella gelosia fisiologica che accompagna ogni legame sano, semmai era malato di quella pretesa priva di fondamento che vorrebbe la donna sottomessa per sempre, a prescindere. Un equilibrio iniquo e non più possibile, che forse darebbe ancora un poco di ossigeno ai maschi, prolungando l’illusione, ma affosserebbe il mondo, privandolo della sua parte migliore.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->