venerdì, Settembre 17

Sanzioni Usa: l’ Iran può aggirarle con l’ euro Il Parlamento europeo ha autorizzato la Banca Europea per gli Investimenti a siglare accordi commerciali con l'Iran

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Lo scorso maggio, Donald Trump ha ufficializzato la decisione di ritirare gli Stati Uniti dal come Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa), l’accordo sul nucleare iraniano che il presidente ha sempre giudicato iniquo e disfunzionale nonostante goda dell’appoggio dell’Unione Europea. Contestualmente, gli Usa hanno imposto una serie di sanzioni economiche contro la Repubblica Islamica analoghe a quelle adottate nel corso degli anni precedenti contro Russia, Venezuela, Cuba e Sudan, finalizzate anch’esse a disincentivare le aziende europee dal fare affari con Paesi non allineati ai desiderata degli Usa. Le operazioni di verifica sul rispetto delle sanzioni sono di competenza di un’agenzia del Dipartimento del Tesoro denominata Office of Foreign Assets Control (Ofac), la quale esige che tutti i soggetti che si avvalgono del dollaro per gestire i propri affari su scala internazionale si impegnino alla stretta osservanza delle norme Usa, pena il ritiro della licenza per operare in un mercato cruciale come quello statunitense, la cacciata dalle principali camere di compensazione (come Swift) attraverso le quali si espleta il commercio con l’estero o l’imposizione del divieto di usare dollari. In termini giuridici, ciò sancisce la sovranità della legislazione degli Stati Uniti sul commercio internazionale, a cui larghissima parte degli operatori economici si adegua per non imbattersi nelle devastanti rappresaglie Usa. Basti ricordare che, nel giugno 2014, la banca francese Bnp Paribas ha accettato di pagare qualcosa come 8,9 miliardi di dollari per aver gestito consapevolmente circa 30 miliardi di dollari di transazioni che violavano le sanzioni Usa nei confronti dell’Iran e di altri Paesi sottoposti al regime punitivo di Washington come il Sudan. Una multa record, che ha indotto le autorità francesi ad avviare una profonda riflessione sull’atteggiamento da adottare in futuro per evitare il ripetersi di episodi altrettanto ‘spiacevoli’.

Il vero salto di qualità si è tuttavia verificato soltanto con l’adozione di misure punitive contro l’Iran, in conseguenza delle quali l’Unione Europea ha lasciato chiaramente trapelare la volontà di predisporre adeguate contromisure per aggirare il regime sanzionatorio Usa. Lo scorso maggio, una fonte diplomatica europea ha infatti comunicato all’agenzia russa ‘Ria Novosti’ che l’Unione Europea aveva cominciato a mettere a punto un sistema di pagamenti basato sull’euro per effettuare acquisti di prodotti petroliferi iraniani aggirando l’intermediazione del dollaro.

A diverse settimane di distanza, il ministro degli Esteri russo Sergeij Lavrov ha fatto eco all’anonimo funzionario europeo dichiarando che i tre principali firmatari europei del Jcpoa (Germania, Francia e Gran Bretagna) avevano già deciso di indicizzare il proprio commercio bilaterale con Teheran in euro. Il rappresentante della politica estera del Cremlino ha specificato che la misura è stata concepita con lo scopo specifico di proteggere dalle rappresaglie statunitensi le migliaia di piccole e medie imprese europee che avevano approfittato della stipula del Jcpoa per raggiungere una serie di accordi commerciali con l’Iran. Nel 2017, l’Italia, con un interscambio di oltre 5 miliardi di euro (+97% rispetto al 2016) si è accreditata come principale partner commerciale dell’Iran davanti a Francia e Germania. Ne dà conto l’Ispi in una dettagliata analisi in cui si prendono in esame tutti gli aspetti della spinosa questione e si avanzano proposte pratiche per cercare di risolverla.

I progressi realizzati per quanto riguarda i rapporti bilaterali sono ora seriamente minacciati dalla politica sanzionatoria Usa, associata al riemergere di vecchi progetti miranti al rovesciamento dell’assetto istituzionale iraniano elaborati durante gli anni caldi dell’amministrazione Bush jr. Prova ne è il documento prodotto dal think-tank Security Studies Group (Ssg, vicinissimo al Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton) scovato dal sito investigativo ‘Washington Free Bacon’. Lo studio contiene chiari cenni alla necessità statunitense, fortemente sostenuta dal segretario di Stato Mike Pompeo, di promuovere radicali cambiamenti politici in Iran facendo leva sui movimenti d’opposizione. Sanzioni e piani finalizzati al regime change nei confronti dell’Iran vanno quindi di pari passo, e riflettono la «volontà di strangolare economicamente Teheran allo scopo di aumentare la pressione dal basso sul regime e portarlo al crollo o alla capitolazione nei confronti delle 12 richieste formulate da Pompeo. Solo alla luce di ciò è possibile comprendere la ratio dietro la decisione di Donald Trump di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano (un accordo che l’Aiea ha più volte dichiarato funzionante)». Secondo il noto economista Jeffrey Sachs, «gli Stati Uniti tenteranno certamente di punire le aziende non americane che operano al di fuori degli Usa e che interagiscono con l’Iran tramite valute diverse dal dollaro come l’euro e il renminbi, mirando alle controllate locali, tentando di trascinarle in tribunale o negando loro l’accesso al mercato statunitense. Ed è qui che l’Unione Europea deve mostrare una decisa presa di posizione e fare una mossa che vada oltre il pregare Trump per le ‘deroghe’ agli specifici accordi commerciali europei, un processo che renderebbe i Paesi europei ancora più sottomessi ai capricci di Trump».

Per il momento, il Parlamento europeo ha autorizzato la Banca Europea per gli Investimenti (Bei) a siglare accordi commerciali con l’Iran, in attesa che gli specialisti interpellati dall’Unione Europea concludano la messa a punto dei meccanismi necessari a salvaguardare il Jcpoa nonostante la fuoriuscita degli Stati Uniti e proteggere allo stesso tempo gli interessi economici che il ‘vecchio continente’ nutre nei confronti della Repubblica Islamica. Secondo l’analista Rakesh Krishnan, il processo di sganciamento dal dollaro è ormai irreversibile, al punto che «fra alcuni anni gli occidentali guarderanno indietro e vedranno le sanzioni come il punto di flesso che ha inaugurato il mondo senza Occidente».

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