lunedì, Aprile 12

Sanzioni come chance? field_506ffb1d3dbe2

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La posta in gioco in Ucraina deve essere molto alta per la Russia pur non prestandosi a precisazioni che non siano puramente ipotetiche. Lo si può agevolmente dedurre dalle reazioni di Mosca all’escalation delle sanzioni occidentali e dai loro contraccolpi sulla vita economica del Paese, compresa la vita quotidiana della gente.

All’ultima e più pesante ondata di misure punitive adottate da Stati Uniti e Unione Europea il governo russo, per la verità, ha replicato almeno finora con durezza solo verbale. Ha anzi annunciato che si asterrà dal rispondere a tono avendo più a cuore delle controparti la causa della pace mondiale e delle soluzioni negoziate dei conflitti e dei problemi. Sembra così svanita, in particolare, la ventilata minaccia di chiudere lo spazio aereo russo ai voli delle compagnie occidentali.

Se ne può desumere, optando per l’ottimismo, che una soluzione del genere sia vicina sul campo, grazie a un dialogo dietro le quinte tra i contendenti diretti (Russia inclusa, al di là delle ormai vane finzioni) e del quale peraltro nulla per il momento trapela? Ce lo si può quanto meno augurare e comunque non escludere, tenuto conto che il governo di Kiev non può più confidare su una soluzione militare mentre quello di Mosca deve fronteggiare i crescenti costi sia economici sia politici (di politica interna non meno che estera) del conflitto in corso.

In realtà non è neppure da escludere che Mosca abbia già esaurito la gamma delle plausibili controsanzioni. A occhio nudo, il ricorso all’embargo energetico o anche a solo  parziali tagli delle forniture di gas e petrolio apparirebbe più suicida per la Federazione presieduta da Vladimir Putin che non letale per il resto dell’Europa. I clienti certo ne soffrirebbero parecchio ma non finirebbero in ginocchio, mentre la Russia si priverebbe almeno nel breve periodo del suo principale e pressocchè unico mezzo di sostentamento.

L’altra arma ragionevolmente disponibile da utilizzare è già stata utilizzata e il suo uso, come dimostrano i fatti, non è per nulla indolore. Si tratta del blocco per un anno delle importazioni di generi alimentari da Norvegia, Australia e Canada oltre che da USA e UE, da molte parti salutato in Russia quasi con entusiasmo, non solo per abnegazione patriottica, e tuttavia impossibile da minimizzare.  

Il Paese è infatti largamente dipendente dall’estero per i prodotti agricoli fatta eccezione per i cereali e soprattutto per il frumento, del quale è uno dei maggiori esportatori mondiali e che anzi proprio quest’anno promette un raccolto particolarmente abbondante, per cui era corsa voce, poi smentita, di possibili restrizioni alle vendite in Occidente.

Per il resto, invece, il fabbisogno coperto dall’import ammonta complessivamente al 14%. Varia però dal 40% per la carne bovina al 25% per quella suina, dal 12% per il pollame al 25% per il pesce, dal 20% per la verdura a quasi il 60% per la frutta, dal 40% per i latticini al 50% per il formaggio. Solo una parte di queste importazioni proviene dai Paesi sotto blocco, ma tutti i prodotti in questione sono preferiti dai consumatori russi a quelli nazionali, quando esistono, per motivi di costo inferiore o qualità superiore.

Le ripercussioni settoriali della controsanzione non si sono fatte attendere. I prezzi al consumo dei prodotti sostitutivi sono rapidamente aumentati, ad esempio del 23% per il pollame, del 30% per la carne suina e del 40% per quella bovina nel giro di due settimane tra la fine di agosto e l’inizio di settembre. Rincari ancora più elevati si sono registrati nelle province dell’Estremo Oriente, dove la dipendenza dalle importazioni è pressocchè totale per l’assenza di produttori locali o a causa dei danni inflitti ai raccolti dalle inclemenze del clima siberiano.

Il tutto contribuendo ad alimentare un’inflazione che già correva e che secondo le previsioni potrebbe salire ad un record quinquennale dell’8% nel 2015 ma forse anche prima. Non va comunque dimenticato che si tratta di cifre ufficiali, molto inferiori alla realtà secondo le rilevazioni sui mercati e le stime di autorevoli economisti, oltre che normalmente assai variabili da provincia a provincia.

I rincari sono ovviamente impopolarissimi e oggetto di corali denunce e lamentele da parte dei cittadini, i quali però tendono ad incolparne piuttosto la speculazione. I dirigenti politici, a loro volta, li considerano gratuiti e abusivi, e lo stesso premier Dmitrij Medvedev ha ordinato sistematici controlli per combatterli. Finora, tuttavia, senza esito apprezzabile.

Per contro, prevalgono tra la cittadinanza l’approvazione del blocco delle importazioni sotto il profilo politico e una sorprendente fiducia, forse più ostentata che reale, che non ne derivino effetti gravi sul costo della vita. Il popolo russo è notoriamente capace di straordinaria sopportazione e anche di non comune spirito di sacrificio, ma non è scontato che nelle attuali circostanze continui a darne prova illimitatamente.

C’è comunque un rovescio della medaglia. Quali che siano le sue implicazioni negative, il blocco viene per lo più visto e salutato, a livello politico e di opinione pubblica qualificata e non, come occasione e spinta per una svolta verso il risollevamento programmato di un’agricoltura finora largamente trascurata e depressa.

E’ una svolta da tempo sollecitata per soddisfare non solo un bisogno di autosufficienza accentuatosi con il recente deterioramento dei rapporti con l’Occidente ma anche l’esigenza di rafforzare un’identità nazionale che, almeno secondo un’ideologia di ispirazione conservatrice, e si vuole retriva, oggi in auge, affonda le sue radici soprattutto nelle campagne. Lo spopolamento delle quali, dovuto anche alla relativa arretratezza, viene d’altronde considerato un fattore di debolezza e insicurezza geopolitica specie sul versante asiatico, dove incombe l’esuberanza del colosso cinese.

Benchè alcuni passi nella direzione auspicata siano già stati compiuti dal potere centrale il più resta tutto da fare, e non è impresa da poco in una fase di marcato rallentamento della crescita indipendentemente dalla criticità del contesto internazionale. Gli esperti non dubitano che il grande Paese possieda tutte le risorse di base, o quasi, necessarie per autoalimentarsi, come si ama dire e ripetere. Ma il perseguimento dell’obiettivo pone innanzitutto un problema di tempi, che nel caso della sostituzione delle importazioni con la produzione domestica non  possono certo essere fulminei.

Per quanto riguarda la carne, ad esempio, l’accademico Sergej Kolesnikov sostiene che quella russa è più sana di quella proveniente dalla UE, che ammette una concentrazione di antibiotici molto superiore al limite vigente in Russia, dove è altresì vietato l’uso del cloro nella lavorazione dei prodotti che è invece consentito negli USA. L’aumento della capacità produttiva di carne bovina richiede però un processo di circa tre anni, come ricorda un altro economista, Nikita Kricevskij, mentre per altri prodotti dell’allevamento ne occorrono da uno a due.

Anche frutta e verdura nazionali, sempre secondo Kolesnikov, si fanno preferire per qualità perché le terre di provenienza sono in gran parte lontane da fonti di inquinamento nonché libere da erbicidi, pesticidi e altre sostanze chimiche. Qui però già si pone un problema di diverso genere. Uno dei massimi esponenti del settore, Igor Muchanin, fa rilevare ad esempio che le mele polacche, importate fino a ieri in quantità superiore alla produzione domestica, facevano una concorrenza spietata a quelle russe grazie a crediti, sovvenzioni e agevolazioni fiscali che i produttori russi si sognano.

Gli aiuti statali agli agricoltori come agli allevatori, in effetti, lasciano ancora molto a desiderare sia complessivamente sia per la loro distribuzione tra i diversi settori. Problema di fondi, quindi, da destinare agli investimenti e in prospettiva, se la congiuntura economica generale non cambierà, sempre più difficili da reperire anche a causa della concorrenza che alle esigenze rurali dovrebbero fare altre priorità quali il rilancio o addirittura la ricostruzione dell’industria e lo sviluppo e ammodernamento delle infrastrutture in generale

Spetterà del resto proprio ad un’industria nazionale adeguatamente potenziata rifornire di macchinario e attrezzature un’agricoltura e un allevamento che allo stato attuale dipendono al riguardo dall’estero, ossia essenzialmente dall’Occidente, al 70%. Gli investimenti dovranno comunque concentrarsi anche sulle infrastrutture specificamente agricole, tenuto conto che la Russia post comunista non sembra avere compiuto molti progressi in proposito rispetto all’URSS.

Oggi, a differenza di allora, i grandi raccolti di cereali non fanno registrare gravi e ricorrenti lacune, ma oggi come allora difettano i silos ed altri impianti per l’immagazzinamento, cosicché una parte rilevante del grano mietuto continua a disperdersi. Lo stesso vale però per frutta e verdura. Un’altra figura di primo piano del settore, Elena Tjurina, avverte infatti che solo se si provvederà da subito a rimediare alla carente capacità di conservazione dei prodotti ortofrutticoli la produzione domestica sarà in grado, tra 5 anni, di rimpiazzare in gran parte le importazioni.

Un ultimo problema da menzionare è quello delle strutture agricole. Sarà probabilmente necessaria una scelta meno esitante, in agricoltura come nel resto del sistema economico, quanto meno di priorità tra le grandi aziende un tempo statali di nome o di fatto e le piccole o medie imprese private. Entrambe reclamano aiuti pubblici e a livello politico permangono le divergenze, al limite anche politico-ideologiche, su quale delle due categorie convenga privilegiare se non puntare in esclusiva.

Se a tale scelta non si arriverà e se lo stanziamento dei fondi per lo sviluppo risulterà comunque inadeguato o inefficace rimarrà un’unica alternativa allo sviluppo dell’agricoltura nazionale: l’affidamento totale alle importazioni di prodotti alimentari da Paesi non appartenenti al campo occidentale, molti dei quali si sono già dichiarati più che ben disposti al rimpiazzo.

Si tratterebbe di una scelta coerente con l’attuale riorientamento della politica russa nel suo complesso verso legami preferenziali con il mondo asiatico ma senza certo trascurare Africa e America latina. Qualcuno però ha già avvertito che con importazioni soltanto da questi Paesi i prezzi interni dei generi alimentari continuerebbero ugualmente ad aumentare. Se sarebbe davvero così non si sa. E’ lecito tuttavia presumere che una più convinta (e naturalmente ricambiata) ricerca di intese su tutta la linea con l’Occidente come minimo ridimensionerebbe parecchi problemi.

 

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