sabato, Luglio 31

Santa Maria Capua Vetere: Draghi e Cartabia portano la Costituzione in carcere Non ci sono più alibi, non sono consentite amnesie. Si può sperare che sia l’inizio della fine di una stagione segnata da uno straripante e arrogante giustizialismo che ha prodotto una sconcertante quantità di frutti velenosi

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Sono importanti, i gesti. Importanti quanto le idee. Lo sapevano i nostri antenati: ‘Verba docent, exempla trahunt’, ‘le parole insegnano, gli esempi trascinano’. Intervenuta alla Camera, il Ministro della Giustizia Marta Cartabia non si è nascosta dietro un dito, non ha accampato giustificazioni e non ha avuto tentennamenti. Con voce limpida e forte ha scandito: «Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere è stata tradita la Costituzione». I ‘traditori’, quei manipoli di picchiatori che hanno massacrato detenuti inermi e inerti, come inequivocabilmente documentano decine di filmati (e sono stati mostrati quelli meno crudi e violenti; figuriamoci gli altri). Complici di quei ‘fisici’ traditori chi li ha coperti per tutti questi mesi, a livello istituzionale.

Quel ‘Costituzione tradita’ è la ‘parola’. Mercoledì 14 luglio (gioco delle coincidenze: a Parigi, si festeggia la presa della Bastiglia, e si canta l’universale ‘Marsigliese’: ‘Allons enfants de la Patrie, / le jour de gloire est arrivé!…), il Presidente del Consiglio Mario Draghi e il Ministro della Giustizia si recano in visita (e deferente omaggio) nel carcere dove per ore e ore, la Costituzione è stata tradita, stuprata. Il ‘gesto’. Subito compreso dai detenuti che hanno accolto lo Stato che Draghi e Cartabia incarnano, con applausi e la palesata speranza che si dia loro, per come possibile, una speranza. Quell’invocare ‘indulto’, è l’aspettativa che si rivolge come cittadini che pur ristretti in carcere, chiedono di non essere dimenticati; rivendicano di esser pure loro, come tutti, di diritti garantiti dalla Costituzione; e che si sia coerenti con quell’articolo 27 troppe volte disatteso: ‘La responsabilità penale è personale. La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato’.

Con questa visita Draghi e Cartabia hanno preso concretamente le distanze da quella macelleria messicana che si è consumata il 6 aprile del 2020: ‘l’ orribile mattanza nel corso della quale sono stati spietatamente picchiati tanti detenuti in una spedizione punitiva organizzata dagli agenti.

  Quella visita è un mai più, che ci si augura sia davvero un mai più. Perché non c’è stata solo Santa Maria Capua Vetere. Sono almeno dieci le inchieste in corso per fatti analogamente odiosi e non tollerabili.

Per tornare alle ‘parole’. Non si ha memoria di un Presidente del Consiglio che dice: «Le indagini in corso stabiliranno le responsabilità individuali» ma «la responsabilità collettiva è di un sistema che va riformatonon può esserci giustizia dove c’è abuso. E non può esserci rieducazione dove c’è sopruso». E merita tutto il nostro plauso un Guardasigilli, che si rivolge ai detenuti e dice: «I vostri problemi sono i nostri problemi».

Cosa dicono Draghi e Cartabia al Governo, alla classe politica, al Paese? Che le questioni della giustizia e del carcere entrano a far parte dell’agenda politica. Dicono basta a una visione carcerocentrica della pena; individuano la necessità di favorire pene alternative alla galera: «La Costituzione parla di ‘pene’ al plurale. La pena non è solo carcere», scandisce Cartabia. E ancora: «Siamo qui, perché quando si parla di carcere, ‘bisogna aver visto’, come ci ricordano le celebri parole di Piero Calamandrei che sapeva bene cosa significasse la vita del carcere. Occorre aver visto. Personalmente ho visitato e visto più volte. Ma volevo tornare a visitare, dopo questo durissimo anno di pandemia che ha esasperato la vita nelle carceri italiani»

  Draghi promette: «Il governo non ha intenzione di dimenticare». Cartabia, del resto, proviene da quella stessa ‘scuola’ di pensiero (e azione giuridica), frequentata da Giovanni Maria Flick; e non a caso entrambi sono stati presidenti della Corte Costituzionale. Ammonisce Flck: “Bisogna uscire dalla stagione del panpenalismo, la dottrina per cui tutte le emergenze sociali vanno soddisfatte con nuovi reati, e del pancarcerismo, per cui il tema della sanzione penale si risolve nel carcere. E liberarsi dalla concezione della giustizia come missione…Ma non ci si rende conto che i due frutti che dovrebbe generare l’albero della giustizia, la ragionevole durata del processo e la ragionevole prevedibilità dell’esito, sono rinsecchiti? Che il terzo frutto, la pena e la sua esecuzione, è marcito come ci siamo finalmente accorti a Santa Maria Capua Vetere (e non solo li)? Non si può continuare a stiracchiare i principi per arrivare a esprimere posizioni di potere. In uno slogan: più umiltà e meno autoreferenzialità.

Data da segnare con il cerchio rosso, questo 14 luglio 2021. Non ci sono più alibi, non sono consentite amnesie. Si può sperare che sia l’inizio della fine di una stagione segnata da uno straripante e arrogante giustizialismo che ha prodotto una sconcertante quantità di frutti velenosi.  

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