mercoledì, Giugno 23

Sanremo: ricordando Giancarlo Golzi

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Come vi siete conosciuti?

Agli albori del beat, ai tempi dell’Equipe 84 e dei Rokes. In Riviera fiorivano allora diversi gruppi, noi eravamo The Peanuts.  Me lo presentò quello che sarà poi il tastierista del Museo Rosenbach. Giancarlo venne a trovarci in cantina, e fu subito sintonia tra noi: me lo avevano riferito che suonava alla grande, e così è stato. Allora ci chiamavano La Quinta Strada. Eravamo a ridosso del ‘68. Anni di cambiamento, in tutti i sensi.

 

Un ricordo del caro Golzi che ti senti di condividere con i lettori?

Tokio, quando a quattro decenni esatti di distanza abbiamo suonato di nuovo tutta la suite di ‘Zarathustra’, il nostro disco più famoso, davanti a un pubblico che ci aspettava da circa 20 anni. Prima di cominciare, di aprire il sipario, ci siamo guardati. Lui si è messo a ridere e m’ha detto: ‘S’ha da fare!’ Era una scommessa, dopo così tanto tempo, specialmente di fronte a un pubblico che conosceva nota per nota il repertorio completo del Museo Rosenbach.

 

Un altro aneddoto?

Ricordo ancora quando eseguimmo tutto ‘Zarathustra’ al ‘Number One’ a Sanremo, in promozione. Era il 1973. Come spalla avevamo dei signori musicisti e artisti: il maestro Vince Tempera, Francesco Guccini e Antonello Venditti, quest’ultimo proprio agli inizi. Aprivano il nostro concerto. Giancarlo era lo stesso: medesima grinta ed efficacia, sul palco e in studio.

 

E poi, che cosa accadde?

Fu in quel contesto che, mentre promuovevamo il disco, saltò fuori Drupi. Eravamo della stessa casa discografica, la ‘Ricordi’: il bluesman di Pavia cercava coristi per quella che diverrà nel tempo una sua celebre hit, ‘Vado via’. E, naturalmente, io venni scartato subito perché sono calante. Scelse invece Giancarlo Golzi, insieme al nostro chitarrista di allora per partecipare al Festival. Andare in tv allora, specie a Sanremo, era una sorta di sublimazione artistica per un musicista.

 

Tu pensi che Carlo Conti spenderà sul palco dell’Ariston una parola in menzione di Giancarlo?

Io me lo auguro vivamente perché, a parte la duplice vittoria con i Matia Bazar  -nel 1978 con ‘E dirsi ciao’ e nel 2002 con ‘Messaggio d’amore’- quest’ultima con Silvia Mezzanotte, figlia artistica e grande amica di Giancarlo, sono stati l’unica band nella storia del Festival ad aggiudicarsi il podio per ben due volte negli anni.  Giancarlo, con i Matia Bazar, quando Sanremo non l’hanno vinto, ha comunque portato in gara delle perle diventate evergreen indimenticabili come ‘Vacanze Romane’ e ‘Piccoli Giganti’, omaggio alla grande voce di Laura Valente, moglie di Mango. Mi aspetto e auspico dunque che un ricordo a questo grande che ha dato molto al Festival possa essere concesso.

 

Sei stato anche road manager nell’epoca d’oro dei Matia Bazar, quelli con Antonella Ruggiero alla voce. Che cosa ricordi, di quel periodo?

Fu Giancarlo a convincere il gruppo ad assegnarmi quel ruolo prezioso. Ho imparato tantissimo da queste esperienza, perché ero proprio nel cuore della discografia nazionale: lavoravo infatti con la ‘Trident Agency’ di Maurizio Salvadori e Antonio Colombi (oggi manager della ‘Color Sound Srl’, terza agenzia italiana di concerti, ndr).

 

Poi, nel 2012, è stato ancora una volta il tempo del Museo Rosenbach…

Quando abbiamo pensato di riprendere, su richieste pressanti e continuative di messicani e giapponesi che ci rivolevano ai festival prog mondiali, Giancarlo mi ha detto: ‘Facciamo di nuovo il Museo, mettiamoci nelle mani della migliore manager di prog che c’è’.

 

Cosa successe, poi?

Siamo andati a Genova, dove la mitica PFM presentava lo spettacolo ‘PFM canta De Andrè’ al Porto Antico. Lì abbiamo incontrato Iaia De Capitani -che fra l’altro Giancarlo conosceva già- la quale ci assicurò con entusiasmo e impegno evidenti la possibilità di incidere un nuovo disco inedito, ‘Barbarica’, nonché di rifare ‘Zarathustra’ live in studio, come di lì a breve si verificò.

 

Con l’etichetta discografica prog ‘Aereostella’ è nata una felice collaborazione tuttora in corso.

Infine, Iaia De Capitani ha poi pubblicato quello che secondo me è il nostro capolavoro: ‘Live in Tokio’, un doppio cd che raccoglie la testimonianza fonografica dell’intero, memorabile concerto tenuto in Giappone. In quel live si capì che il Museo Rosenbach del 2013-2014 era perfettamente in linea, a livello di continuazione, con il discorso musicale intrapreso negli anni Settanta. Non era solo revival, qui: si trattava di un vero e proprio sviluppo in prog. Abbiamo detto qualcosa di nuovo, ma sempre con coerenza rispetto al passato. Ciao, Giancarlo!

 

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