giovedì, Settembre 23

Sanremo: Mary Poppins? meglio di Caccamo

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Sarei proprio curioso di sentire, dalla viva voce di Julie Andrews  -80 anni portati alla grandissima, mito del cinema mondiale, meglio nota più semplicemente con il nome d’arte di Mary Poppins, la governante-sogno di ogni buon bambino-, come suonerebbe la canzone più originale di Sanremo 2016.
Qual ‘è? E’ stata scritta personalmente e meticolosamente -in circa 7 secoli di tempo- tanto è difficile, impenetrabile ed ermetica nel contenuto, dall’immortale Caterina Caselli in persona: musica e parole insieme. Un lampo di genio. Che la propose subito una volta finita, entusiasta, a Gerardina Trovato, in tempi non sospetti, credendo di aver partorito la hit del momento. Ma la cantautrice siciliana -da persona assennata, a modo e accorta com’è- declinò cortesemente, così come aveva fatto in precedenza anche l’inimitabile e sempre con noi Giuni Russo. E per questo, infatti, la pagò cara, quasi avesse compiuto il più imperdonabile dei reati: lesa maestà.  Qualcuno decise, pertanto, d’un fiato di far di tutto per non farla più cantare (chissà un po’ chi è…?). Indovina indovinello! E dopo di loro, rifiutarono all’unisono anche tutti gli altri immeritatamente fuoriusciti  –Paolo Vallesi, Avion Travel, Francesco Baccini, Erica Mou e altri- dall’etichetta della ‘cantante’ di ‘Sono bugiarda’ ….
Il brano in oggetto ha per titolo ‘Un poco di Sugar’, tanto perché oggi va di moda fare i fighi a ‘suon’ di inglese.  A cantarla, due semplici ortaggi OGM (qualcuno su Facebook, a ragion veduta, mi dicono abbia confuso a ora di cena la Iurato con una melanzana appena colta, data l’inconsueta ‘mise’ di martedì sera) con incorporato tanto di audioregistratore vocale: tali Giovanni e Deborah.
Se -per una ragione qualunque- il millenario Milite Ignoto di romana memoria tornasse a sorpresa in vita, alla vista di ciascuno di loro esclamerebbe stupito, all’istante, di getto di filato per due volte: ‘Chi caz’è?’, in perfetto accento romanesco.
Il testo, se ben ricordo, dice più o meno così: «Basta un poco di Sugar e Caccamo va giù, Caccamo va giù, Caccamo va giù…». E’ già un successo, la cantano persino negli Usa, italiani migrati oltreoceano compresi, e gente di ogni età.
Della micidiale cacofonia di Caccamo, ho già detto a sufficienza.

Battute a parte, anche se non scherzo affatto, il Festival visto dall’osservatorio privilegiato della mitica ‘Pizzeria Del Viale’ in quel di Collegno, nella prima cintura torinese, è qualcosa di straordinariamente esilarante. Di realmente divertente, al di là di ciò che accade sullo schermo.

Pietro Turino, titolare dello storico locale, così commenta: “Sanremo? San che? Comicamente parlando, assente: è come dire, gli agnolotti della domenica della nonna? Buoni, ma sempre quelli sono! Musicalmente? Una paranoia. Per accorgermi che si parlava di canzoni ho dovuto attendere lo scossone di Rocco Hunt. La valletta? Di fighe ne è pieno il mondo!” Del resto, darli torto è durissima. E, detto sinceramente, concordo in toto.
Ipse dixit. O, se preferite, così parlò. Non v’è altro da aggiungere. Considero Pietro Turino uno dei migliori maestri di sintesi -schietta e sincera- che io abbia mai conosciuto a livello mondiale.
Propongo per lui l’assunzione immediata per acclamazione al rango di ‘Patrimonio dell’Umanità’ dell’Unesco, per quel che dice!

Parte la gara. Si salva Chiara Dello Iacovo, anche perché far vincere Cecile, la sorella malriuscita di Gloria Gaynor, sarebbe stato come sputare nell’acquasantiera di una piccola pieve di campagna facendo centro perfetto.
Di Irama? Non resterà nulla, lo canta anche lui: e se lo fa, vuol dire per lo meno ne è consapevole. Niente. Proprio niente. Neanche le piume di quel paio di orecchini fuori luogo e senza senso più di lui. Tabula rasa, meglio così.

Il Festival fa pari e patta con l’assoluto horror vacui di un Paese allo sfacelo che ha per nome Italia. Che tristezza…
Dove non c’è buona politica, si autoalimentano vuoti che partoriscono mostri: come quelli saliti -quali feticci sonori contemporanei- sul palco del Teatro Ariston.
O tempora! O mores! (E’ latino, sia chiaro).

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