giovedì, Luglio 29

Sanremo 2016: quando due dimenticati fanno un big

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La frase del titolo mi spiace davvero di non averla partorita personalmente: è uno dei tanti, divertentissimi, veritieri e recenti capolavori stilistici e di contenuto di Michele Monina, il critico per antonomasia della musica italiana.
L’unico che -dalle pagine de ‘Il Fatto Quotidiano‘- non smette mai quotidianamente un solo istante di spendersi strenuamente -come nessun altro- a favore della qualità e dell’onestà intellettuale in materia di sette note.
Sono parole rivolte -e come non dar ragione al valente e arguto Collega giornalista!- alla coppia Giovanni CaccamoDeborah Iurato.
Una di quelle fenomenologie del nulla e dell’assurdo create apposta per l’occasione festivaliera, come si fa col pongo nelle formine per bambini. E che, dopo i primi fuochi d’artificio di rito, sono destinate a disperdersi fugacemente nell’oblìo. Per fortuna, con buona pace delle migliaia di italiche orecchie alla deriva dei sensi durante la kermesse sanremese che, così facendo, si risparmieranno dal cadere vittima degli orecchioni (s’intenda, sia chiaro: non la patologia dell’infanzia, bensì gli enormi padiglioni auditivi dell’elefante Dumbo di cinematografica memoria).

Lo dico sin d’ora: se dovessero malauguratamente vincere il podio, proporrei il ricorso a un referendum abrogativo per porre rimedio a un’inaccettabile verdetto all’italiana, esiliando per punizione e favoreggiamento Carlo Conti & Soci nella regione più estrema del Nepal, insieme alla ‘Corazzata Potemkin’ di migliaia di impiegati amministrativi Rai alle prese con l’ottenere il pagamento del canone da tutti i titolari di televisioni.

Ci vuol giustizia, buon senso, equità ed equilibrio, anche in fatto di canzoni. Caccamo, seppur giovanissimo  -bravino, comunque, come autore, per niente come cantante- ha già avuto la propria grande occasione: l’anno scorso ‘trionfò’ (ogni tanto mi va di dire le bugie!, perdonatemi, sono un peccatore anch’io, Papa Francesco vorrà pur perdonarmi in questo Anno santo della Misericordia) fra le Nuove Proposte con un brano che francamente non ricordo, né tantomeno, ho voglia o ritengo utile andare ad affaticare il buon ‘Google’ per ricercarne il titolo (questo si chiama rispetto per la tecnologia, per il pc: o, più semplicemente, un uso coscienzioso degli stessi). Poi, il silenzio. Anche radiofonico. Tombale. Se uno non piace, non è che dev’essere digerito per forza. Esisterà, ancora, una sorta di democrazia sonora, no?

Parafrasando i Vangeli, Caccamo, riesumato al grido di ‘Alzati e canta’, quasi un novello Lazzaro della canzone da una improbabile Caterina Caselli nei panni del Signore Gesù (con il quale, suo malgrado, ha in comune soltanto la chioma bionda mossa, ma non il potere di fare miracoli)  -la dea ex machina che nella Notte dei Tempi lo creò, ibernandolo fino al febbraio 2015, data del suo risveglio dal coma del mondo-  Caccamo oggi viene riproposto in duetto con tal…Sì, tal Debora Iurato, meteora infelice di un’edizione di ‘Amici’ di qualche anno fa, che tenta disperatamente un qualche approdo nel proprio orbitare senza senso attorno al pianeta musica.

Scene da dejà-vu. O meglio, da dèjà-entendu, già ascoltato. Sono trascorsi più di dieci anni da quando all’Ariston si presentarono due perfetti sconosciuti ancora oggi, Francesco Boccia e Giada Caliendo, che proposero un pezzo da far persino invidia a Dante Alighieri già nel titolo: ‘Turuturu’. Che, di primo acchito, sembra più lo strillo di guerra di una tribù di africani impazziti in fila indiana, con tanto ciascuno di anfora piena d’acqua in testa.

Avendo il Padre Eterno privato il duo Boccia-Caliendo di una corretta fonazione, nonché della fisica impossibilità mascellare di articolare bene le parole come tutti i comuni mortali  -loro che, a tutti gli effetti, passarono agli occhi dei più come figli segreti degli dei, per via di quell’improbabile partecipazione sanremese discesa sui loro capi scenicamente imbellettati come una manna sonora dal cielo-, si sono arrabattati sul palco come hanno potuto. Non bissando, però, il medesimo successo stellare di Mietta-Minghi degli anni ’90. Il cui ‘io ti canto Ta-ra-ra-ta-ta-ta-ta’ ha reso royalties da record in quanto scelto per l’eternità quale inno mondiali dei logopedisti.

Le coppie non nate artisticamente, ma conseguenza illogica di accordi commerciali studiati a tavolino, recuperi discografici et similia, hanno stancato. A Sanremo non funzionano. Finiti ormai da oltre 20 anni a questa parte i tempi di duetti da brivido, come quelli di Rossana CasaleGrazia Di Michele, e Loredana BertèMia Martini, entrambi del Festival del 1993. Altra musica, ancora una volta, in entrambi quei contesti, frutto della genialità  e del fairplay del grande e insuperato Pippo Baudo.

E, per chi scrive, l’articolo potrebbe anche finire qui. Sulla scia di quel nome che fa ribollire d’invidia il sangue di qualsivoglia presentatore postmoderno: Pippo Baudo. 10 lettere in tutto, come il numero dei campioni. Fuoriclasse si nasce.

Che dire, ancora di Caccamo e Iurato? Ascoltiamo, e staremo a sentire quale parto geniale gli autori del loro brano avranno prodotto. Quale ‘cinguettìo’, a parte quello dell’unico Tweet possibile: #acasa!.

 

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