mercoledì, Aprile 14

Sanità, 'nuovi tagli disorganici'

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Dopo l’ok del Senato, il 4 agosto scorso è toccato alla Camera approvare quel pacchetto di riforma della pubblica amministrazione al cui interno, come molti avevano paventato, c’è la conversione in legge del decreto Enti Locali con dentro i minacciati tagli alla sanità. Quelli che vorrebbero certamente razionalizzare, parola d’ordine da tempo scandita ma mai attuata, quelle spese così diverse da regione a regione, e soprattutto, mettere un limite alla prescrizione degli esami medici con criteri non ben precisati. Parola d’ordine che mette paura soprattutto a chi non può permettersi di curarsi di tasca propria, e che aprirebbe ancor più le porte ad una sanità privata. Le cose stanno proprio così? Abbiamo cercato di capirne qualcosa di più parlando con il dottor Alberto Filisio. Già militante del PCI, del PDS, dei DS e poi del PD, anche se ammette di non averla rinnovata ancora la tessera, Filisio è un dirigente della Asl RM E, collocata nella zona nord della capitale.

 

Dottore, questi tagli alla sanità, oltre a far paura a tanti cittadini, hanno suscitato la protesta in particolare delle Regioni, le quali rischiano di non poter fare più fronte alle esigenze delle persone. Ma non era stato già preso un accordo in tal senso tra enti locali e governo?

C’era stato un patto, firmato dalla ministra Lorenzin, che si chiama appunto ‘Patto Stato-Regioni’ sulla sanità. Era stato preso insomma un provvedimento tale per cui, senza dover attuare ulteriori tagli a un settore già penalizzato precedentemente: lo Stato da un lato si impegnava a non diminuire i fondi per il servizio sanitario nazionale mentre le Regioni, dall’altro avrebbero dovuto attuare una serie di provvedimenti per razionalizzare la spesa sanitaria. Tra questi c’erano le centrali per gli acquisti, tenendo conto che non solo ogni Regione ma ogni Asl organizzava degli appalti a riguardo, in maniera del tutto disorganica e con notevoli differenze tra Nord e Sud. C’erano stati dei provvedimenti perché si potesse ridurre la spesa farmaceutica. Con la logica conseguenza che le risorse risparmiate poi potessero essere appunto reinvestite nel campo della sanità e non sottratte a quel settore. Le Regioni così hanno accettato questo accordo che tuttora è in vigore.

E ora con questo nuovo provvedimento che cosa cambia?

Sono stati inseriti due articoli in un altro provvedimento, che è quello sugli enti locali, in cui ci sono queste nuove misure. Anche se la direzione è quella giusta, quella del risparmio, si è proceduto in modo disorganico, non c’è insomma un vero e proprio disegno. In quel ‘Patto della salute’ che citavo invece c’era stato un approfondimento, una condivisione tra i vari soggetti in campo.

Quello che preoccupa di più è questo tetto alle prescrizioni mediche e alle indagini finalizzate ad una diagnosi. Perché, si dice, ci sarebbe un eccesso in questo senso anche a causa della cosiddetta ‘medicina difensiva’ che porterebbe i medici ad indicare troppe indagini per evitare problemi legali. Le cose stanno così? Oppure c’è solo la volontà di avvilire la sanità pubblica?

Si tratta di una materia complessa. Non si può dire se si dà un tetto alle prescrizioni, ‘è giusto o non è giusto’. Innanzitutto va tenuto conto delle diverse organizzazioni sanitarie. E dunque delle, purtroppo, venti sanità diverse che abbiamo, una per ogni regione. Persistono dunque disuguaglianze notevoli tra chi è assistito in Trentino e chi in Molise, senza prendere in considerazione il Sud dove pure ci sono situazioni di eccellenza. Il risultato è che nel territorio nazionale ci sono pazienti di serie A e pazienti di serie B. Con più o meno garanzie rispetto le tutele della salute. Alcune regioni, per entrare nel merito, hanno individuato dei percorsi per esempio a fronte di situazioni oggettive come l’invecchiamento della popolazione e la contrazione delle nascite. Con il 25% degli italiani che ha più di 65 anni. E questo cambia il modello sanitario. Perché tendono a prevalere le malattie croniche e degenerative. Come le cardiopatie, l’ipertensione, il diabete, l’artrosi. Insomma patologie tipiche delle terza età.

E rispetto alla medicina difensiva? È un fenomeno così diffuso come si dice?

Penso che non ci sia un comportamento generalizzato, ma che vari da professionista a professionista e dall’efficienza dei vari sistemi regionali. Certo un medico che si trova da solo ad affrontare pazienti complessi adotterà un comportamento diverso da un altro medico inserito in una struttura territoriale più organizzata. Inoltre è presente anche il problema della coperture assicurative che sono diventate molto più onerose e che hanno costretto tanti medici a rinunciarvi.

Di fronte a questo quadro come si è riorganizzato il sistema sanitario nazionale?

C’è bisogno di un modello specifico di sanità e assistenza. Consideriamo che prima avevamo un modello sanitario ospedalocentrico in cui i nosocomi erano al centro del sistema sanitario e ne rappresentavano la parte più importante, mettendo dunque in secondo piano l’assistenza territoriale. Un modello che ora, per le cose che dicevamo prima, va ripensato rimettendo al centro il territorio con le varie strutture. E l’ospedale dovrebbe essere riservato agli eventi più acuti. Con la presa in carica dei pazienti cronici da parte delle strutture territoriali, anche con una dotazione sanitaria importante.

Come hanno reagito le varie regioni a questa esigenza di riorganizzazione?

Alcune hanno iniziato ad applicare il PDTA (Percorsi diagnostici terapeutici) in cui alcune patologia croniche come appunto il diabete o l’ipertensione sono verificate insieme alle Asl locali, alle strutture territoriali perché avviassero un percorso in cui ci fosse un controllo di questi pazienti con delle direttive precise derivate appunto dall’applicazione del percorso senza, e qui entriamo nel merito del problema, spreco di risorse. Faccio un esempio eclatante: i centri diabetici della regione Lazio erano luoghi dove al paziente diabetico facevano fare, per esempio, dieci elettrocardiogrammi l’anno e una serie di doppler, sprecando risorse per delle cose che non erano utili.

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