lunedì, Settembre 27

Sangue infetto: Stato colpevole

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Si avrà tempo, l’inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2016 è fissata per il 28 gennaio, per valutare lo stato della giustizia italiana. Questo pomeriggio, intanto, interviene il Ministro della Giustizia Antonio Orlando, alla Camera dei deputati (domani intervento fotocopia al Senato: Comunicazioni sull’amministrazione della Giustizia), per rassicurarci: ‘ieri’ le cose andavano malissimo, ‘oggi’ con la ‘cura’ di Matteo Renzi non vanno ancora bene, ma la tendenza si è sensibilmente invertita; ‘domani’, se ci lasciate lavorare, s’andrà col vento in poppa.

E’ sempre bene, comunque, ragionare su dati ed elementi concreti, non sui desideri e sulle ‘volontà’. Meglio valutare i bilanci e ‘pesare’ i risultati ottenuti; di promesse e dichiarazioni d’intenti, come del ‘senno di poi’, per parafrasare Italo Svevo, «si può sempre ridere (e anche di quello di prima), perché non serve».

Il senno di ‘oggi’, dunque; e per l’’oggi’. Dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) ecco una sentenza, l’ennesima, di condanna. Per una vicenda annosa, e tra le più odiose: quella del sangue infetto, e delle innumerevoli, abominevoli, speculazioni che su questa vicenda si sono consumate. Per il cinismo con cui si sono commessi i crimini che si sono commessi. Per il ritardo con cui sono state accertate le responsabilità; per l’irrisorietà delle sanzioni e condanne comminate; per il modo oltraggioso e umiliante con cui sono state trattate le vittime.
La Corte di Strasburgo ha stabilito che gli italiani infettati da trasfusioni di sangue o prodotti da questo derivati vanno risarciti per il danno subito. E c’è voluta la sentenza di Strasburgo! Lo Stato italiano deve versare a tutti gli infettati l’indennità integrativa speciale prevista dalla legge 210/1992. Sì, avete letto bene: legge 210 del 1992. Lo Stato italiano in sostanza è stato condannato perché non rispetta la sua stessa legge. Non è una novità, dirà qualcuno; ed è così. Ma si ammetterà che è l’ennesima umiliazione grave che lo Stato italiano, e quindi tutti noi che di questo Stato siamo cittadini, si deve subire e patire. Si ammetterà che non ci si deve per nulla abituare a questa situazione…

Per tornare alla sentenza: il ricorso riguarda 162 cittadini italiani infettati da Hiv, epatite B o C dopo una trasfusione o somministrazione di emoderivati. Secondo quanto stabilito dalla legge 210 del 1992, hanno diritto, come altre migliaia di persone (una parte delle quali ha già presentato ricorso a Strasburgo), a un’indennità che deve essere rivalutata ogni anno in base al tasso d’inflazione. Le autorità italiane non hanno mai pagato la rivalutazione annuale (che costituisce la parte più consistente dell’indennizzo); e, per ‘legalizzare’ la cosa, nel 2010, con il decreto legge n. 78, l’indennizzo lo si è abolito. La Corte Costituzionale interviene, e, nel 2011, stabilisce che il decreto è incostituzionale. Lo Stato continua a fare orecchie da mercante. Si arriva così alla sentenza della CEDU.
Sentenzapilota‘, sottolineano fonti della Corte: vale a dire che riguarda non solo i ricorrenti che hanno visto accolta la loro tesi, ma anche tutti gli altri italiani che si trovano nelle stesse condizioni. In base a quanto stabilito dai giudici di Strasburgo, lo Stato italiano ha sei mesi di tempo, dal momento in cui la sentenza diventerà definitiva, ‘per stabilire una data inderogabile’ entro cui s’impegna a pagare rapidamente le somme dovute. La sentenza non sarà, comunque, definitiva prima di tre mesi, ovvero il tempo a disposizione del Governo italiano per chiedere la revisione del caso davanti alla Grande Camera della stessa Corte. Dunque, se ne riparlerà.

Fatto è che la CEDU mette, per l‘ennesima volta, il dito nella piaga: i tempi troppo lunghi, per le vittime del sangue infetto, per ottenere gli indennizzi; non solo gli ostacoli frapposti per la liquidazione dei risarcimenti dovuti. E dire che non è la prima condanna, su questa vicenda: già nel 2009 la CEDU ha condannato l’Italia stabilendo che gli indennizzi vanno dati. C’è, insomma, una sorta di deliberata, pervicace volontà di disattendere quello che è un preciso obbligo. Vicenda disgustosa, e senza ‘se’ e senza ‘ma’: centinaia, migliaia di persone, vittime dirette e familiari di malati deceduti, costretti a un letterale calvario fatto di malattie contratte per trasfusioni di sangue infetto o utilizzo di emoderivati. Non solo: invece di avere cure mediche adeguate, si sono visti frapporre ogni tipo di ostacolo per il loro sacrosanto diritto a un indennizzo.

Per fortuna c’è la CEDU, che prima di ogni altra cosa ha accertato la violazione de diritto all’equo processo nel quale rientra il diritto a ottenere in tempi rapidi l’esecuzione delle sentenze. Testuale: «Se uno Stato non esegue una sentenza definitiva a detrimento di una parte è chiara la violazione dell’articolo 6. I ritardi nell’esecuzione delle pronunce sugli indennizzi hanno impedito alle vittime di ottenere un effettivo ristoro». Senza giustificazione alcuna l’indennizzo è rimasto lettera morta. Violato anche l’articolo 1 del Protocollo n. 1 sul diritto di proprietà nel quale rientrano i crediti esigibili che lo Stato deve corrispondere senza poter avvalersi, a giustificazione dei ritardi, né della complessità delle procedure né di problemi di budget. Condanna anche per questioni diciamo così, procedurali: lo Stato non ha fornito risposte adeguate e rapide tenendo conto che, in alcuni casi, il procedimento per ottenere un indennizzo è durato 12 anni per un solo grado di giudizio.

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